Crisi Complessa14 aprile 2019 09:25

Crisi complessa, crisi completa

La non ammissione ai finanziamenti del bando Invitalia delle tre aziende che seguivano APM Terminals in graduatoria, di cui abbiamo dato notizia ai lettori venerdì, sta creando sul territorio un’ovvia preoccupazione. Anche perché ad oggi nulla si sa dei motivi della mancata ammissione, né si conosce il destino delle altre domande presentate e tuttora in istruttoria

Crisi complessa, crisi completa

Le manifestazioni di interesse erano state ben 120, all’avvio della procedura dell’Area di crisi complessa: poi, e già questo ha dato di che interrogarsi, le domande effettivamente presentate si sono ridotte a 15.

Un ridimensionamento notevole, come notevole è apparso fin da subito lo scarto tra le aspettative occupazionali e quanto poi effettivamente messo sul piatto.

449 posti di lavoro sono una goccia nel mare, in una provincia che conta più di ottomila disoccupati e che vede tuttora aperte le vertenze di crisi di due aziende leader come Piaggio e Bombardier.

La prima domanda a non avere avuto seguito è stata quella di APM Terminals, che comunque conferma i 196 posti di lavoro preventivati. E vorremmo anche vedere: 400 milioni di euro pubblici investiti sulla piattaforma di Vado, con tutte le conseguenze ambientali che ne deriveranno, saranno ben sufficienti per offrire nientemeno che 196 posti di lavoro. Inoltre quell’occupazione, come scriveva Savonauno in gennaio quando giunse la notizia dell’esclusione di APM dai finanziamenti, non è stata considerata aggiuntiva in fase istruttoria, in quanto già da ritenere “acquisita” nell’ambito del progetto della piattaforma contenitori.

Giorni fa poi l’altra doccia fredda: fuori Pegaso, Carbongraph e Zincol Ossidi. Che pure ha in cantiere la realizzazione di una nuova sede produttiva in quel di Ferrania in avanzato stato di composizione, come constatato non più tardi di ieri:

Perché non siano state ammesse non è dato sapere, fatto sta che a questo punto si teme per la sorte delle altre domande, in una primavera che per l’industria savonese rischia di essere rovente al punto da ustionarci tutti (http://www.lanuovasavona.it/2019/04/14/leggi-notizia/argomenti/crisi-complessa-1/articolo/savona-e-quei-manager-senza-volto-e-senza-patria.html).

Correva l’anno 1984 quando Franco Astengo titolava “Caso Liguria: è ancora il caso di parlare di vertenza industria”.

Si leggeva: “Va svolta una preliminare operazione di carattere politico – culturale per esaminare quella profonda crisi della struttura produttiva e occupazionale della Liguria di cui tanto si parla (chiusura dell’Italsider e dell’Italcantieri, blocco della portualità).

Si tratta di avviare una analisi sui tratti di riconoscibilità specifica che questa crisi assume nel contesto più generale del quadro italiano: esistono ragioni molteplici e complesse per svolgere un ragionamento in questo senso, collocandolo al di fuori da  ogni tentazione localistica o particolaristica.

Mi limiterò, semplicemente, ad esporne due: è stato mancato nel momento della riconversione dell’industria bellica (a cavallo degli anni’50) l’obiettivo dell’integrazione della Liguria nell’area di sviluppo nord-occidentale; la difesa dell’economia marittima è avvenuta in forme insufficienti e anacronistiche, al di fuori di ogni capacità e possibilità di tenere il passo con quei mutamenti tecnologici che investivano il settore e risultavano costituire la questione decisiva da affrontare.

A queste motivazioni ne vanno aggiunte altre: le principali delle quali legate al tipo di conduzione politica complessiva degli Enti Locali e della Regione Liguria, investiti da una “questione morale” di dimensioni enormi e che ha inciso concretamente sulle scelte compiute rispetto ai nodi più importanti della situazione economica.

La valutazione complessiva che è possibile compiere è dunque sintetizzabile a questo modo: siamo di fronte a qualcosa di più di un progetto di deindustrializzazione che si colloca nel quadro più generale di quel tentativo di spostamento a destra dell’asse politico del Paese, che è attualmente in corso.” (QUI il documento completo scaricabile).

Trentacinque anni dopo, il tentativo di quello spostamento a destra sembra perfettamente riuscito e la situazione della Liguria, e del Savonese in particolare, è precipitata fino ai nostri giorni, in cui più che di crisi complessa ci sarebbe forse da parlare di crisi completa.

Ci sembra che ci sia ancora molto di che riflettere. E magari qualcosa da fare.

LNS