News02 agosto 2020 07:11

Un attimo, quarant’anni: quella bomba vigliacca alla stazione di Bologna

Sono lunghi, quarant’anni. Una vita nei posti meno fortunati del mondo, mezza in quelli più ricchi. Tanti ne sono trascorsi da quel 2 agosto alla stazione di Bologna, quando la voragine scavata da ventitré chili di esplosivo piazzati in una sala d’aspetto di seconda classe ingoiò la vita di ottantacinque persone. Otto erano bambini

Un attimo, quarant’anni: quella bomba vigliacca alla stazione di Bologna

L’orologio fermo alle 10.25 è la rappresentazione storica di come il tempo, in quella mattina d’estate, si sia interrotto: per 85 famiglie, per i duecento feriti, per una città e un Paese increduli di fronte all’orrore. 

Interrotto, perché il tempo che è venuto dopo non è stato più lo stesso, né avrebbe potuto. Daniele Biacchessi di quella strage alla stazione è uno dei conoscitori più esperti e più sensibili: la sua ricerca di verità si distingue per la tenacia dell’inchiesta e per la delicatezza verso le vittime e verso chi le amava.

E proprio delle vittime parla questo suo ultimo libro, Un attimo quarant’anni - Vite e storie della strage alla stazione di Bologna

Un libro che arriva dopo due volumi (10,25 Cronaca di una strage e Un attimo… vent’anni) e decine di inchieste, film, spettacoli teatrali su quell’indicibile patto tra gli apparati dello Stato che avrebbe dovuto proteggerci e i terroristi decisi a distruggere la democrazia.

Un libro che è anche doloroso, perché quelle vittime ce le presenta una per una e alla fine ci sembra quasi di conoscerle, di essere diventati un po’ amici di ognuno di loro. Come succede quando ci si scambia una breve confidenza - magari proprio mentre si aspetta un treno - o si lascia una carezza affettuosa e distratta sulla testa di un bambino, ricevendo il sorriso grato della madre.

C’è tutto l’orrore di quei giorni nelle pagine di Biacchessi, ma c’è pure la forza della democrazia di fronte all’eversione fascista che ancora una volta tentava di trascinar l’Italia nel buio: le testimonianze dei sopravvissuti, lo shock dei parenti che apprendono l’accaduto dalla televisione, e poi l’arrivo di Sandro Pertini, la straordinaria reazione della città, l’indimenticabile discorso del sindaco Zangheri.

C’è l’incrollabile passione di Torquato Secci, il primo presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime. Le pagine su quell’uomo dagli occhi buoni sono poesia.

C’è l’intelligenza e la dignità di Paolo Bolognesi, che ha sostituito Secci alla guida dell’associazione per ricordare i cittadini indifesi che pagarono il prezzo di quella bomba vigliacca esplosa in tempo di pace. 

C’è Mario Amato, il giudice lasciato solo a indagare sui NAR e il neofascismo italiano, isolato e poi ucciso il 23 giugno del 1980, meno di due mesi prima della strage di Bologna. Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti brindarono a champagne per quell’assassinio, mentre stilavano il volantino che rivendicava l’omicidio.

“È che c’è ancora, nel nostro Paese, la pena di morte”: questo è uno dei messaggi che si possono leggere sulla “rete del pianto”, quella parte della stazione di Bologna dove i cittadini vanno a lasciare i loro messaggi in ricordo delle vittime. 

Ne potete leggere moltissimi: l’autore a quelle poesie, a quei pensieri ha dedicato un capitolo intero. Che parla di noi.

La verità è ormai vicina, scrive Biacchessi all’inizio del libro. 

L’aspettiamo. 

Non sappiamo se saremo pronti a guardarla in faccia, ma sappiamo che meritiamo di conoscerla per intero.

Perché “i mostri non dormono: hanno soldi, finanziamenti occulti, tramano nell’ombra. Conoscono le regole dello Stato e ne approfittano. A volte sono annidati proprio nello Stato, hanno alibi, coperture, compiacenze”. 

E l’Italia non può permettersi di dimenticare nessuna delle duecentomila pagine del monumentale processo sulla strage: non può dimenticare Gelli, la P2, Sindona. 

Biacchessi è da ringraziare, per questo libro che non è solo d’inchiesta ma che è di impegno civile e tenta - riuscendo - l’operazione più nobile e più difficile: restituirci, attraverso la memoria, la speranza della verità.  

Giovanna Servettaz e Mario Molinari

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