Cose belle14 ottobre 2020 15:46

Nuovofilmstudio: il programma della settimana

Questo fine settimana, a fianco delle ultime proiezioni di “Un divano a Tunisi” la sala propone “Imprevisti digitali”, commedia sociale di Benoît Delépine e Gustave Kervern che mette a fuoco in modo ironico e pungente la deriva digitale della società moderna. Orso d’argento al Festival di Berlino 2020

Nuovofilmstudio: il programma della settimana

Martedì 20, mercoledì 21 e giovedì 22 ottobre arriva al Nuovofilmstudio "Dogtooth”, il film che nel 2009 consacrò a livello internazionale Yorgos Lanthimos, oggi tra i registi più celebrati del panorama cinematografico ("The lobster", "La favorita”).

Sempre martedì 20, mercoledì 21 e giovedì 22 ottobre la sala presenta “Lontano lontano”: Gianni Di Gregorio ("Pranzo di ferragosto", "Gianni e le donne", "Buoni a nulla") esplora la periferia romana con una commedia capace di parlare dritto al cuore distinguendosi come sempre per garbo e umanità.

Potete acquistare i biglietti in sala prima degli spettacoli oppure in prevendita su https://www.liveticket.it/nuovofilmstudio (aprite il link in un browser esterno a Facebook, altrimenti non visualizzerete i posti disponibili!)

L'associazione ha adottato tutte le misure anti covid indicate dalla normativa in vigore per garantire una proiezione sicura e senza preoccupazioni. Per maggiori informazioni: https://bit.ly/3c0KIpq

Imprevisti digitali (Effacer l’historique)

 

ven 16 ottobre (15.30 - 21.00)

sab 17 ottobre (18.00 - 21.00)

dom 18 ottobre (18.00 - 21.00)

lun 19 ottobre (15.30 - 21.00)

 

di Benoît Delépine, Gustave Kervern

con Blanche Gardin, Denis Podalydès, Corinne Masiero

Francia 2020, 106’

 

Orso d’argento al Festival di Berlino 2020.

 

Tre vicini di casa in un sobborgo francese si ritrovano coinvolti in una serie di imprevisti causati dalla loro inettitudine nel rapportarsi alle nuove tecnologie. Marie ha paura di perdere il rispetto di suo figlio a causa di un sex tape finito online, Bertrand s’invaghisce della voce di una centralinista e cerca di proteggere la figlia dal cyberbullismo e Christine, che ha perso il lavoro a causa della sua dipendenza dalle serie tv, è disposta a tutto per far aumentare la sua valutazione come autista privato nel giro del trasporto Uber. I tre si lanceranno così in una battaglia contro i giganti di internet. Una battaglia ben al di fuori della loro portata… forse.

 

Sottoproletari frustrati, goffi abbastanza da (far) ridere di sé quali Don Chisciotte 2.0: i nuovi mulini a vento sono i social media, terribili e seducenti, indispensabili quanto garanti di dipendenza e nevrosi. La coppia Delépine-Kervern si è sempre concentrata sugli "ultimi" della società attraverso il filtro della comicità grottesca e qui non si smentisce, anzi intensifica quanto accennato nel 2010 con “Mammuth”. Vittime dei colossi della rete sono tre personaggi in cerca di un'identità dignitosa sul piano reale, giacché quella virtuale s'impone, facendo saltare ogni valore. Legati da amicizia, soprattutto complici per la situazione emergenziale, i tre malcapitati sono seguiti dallo sguardo tagliente (verso il mondo) ma bonario (verso di loro) degli autori nel loro peregrinare. Il tutto si traduce in una piacevolissima commedia raffinata e ben calibrata, un divertente gioco di ruoli e prospettive in cui ognuno, almeno in parte, può riconoscersi nella propria quotidianità. L’obiettivo della talentuosa coppia di registi, che ambisce a raccontare la follia dei nostri tempi divertendo e divertendosi, è ampiamente raggiunto.

Un divano a Tunisi (Un divan a tunis)

 

ven 16 ottobre (18.00)

sab 17 ottobre (15.30)

dom 18 ottobre (15.30)

lun 19 ottobre (18.00)

 

di Manele Labidi Labbé

con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura Mastoura, Aïsha Ben Miled

Tunisia/Francia 2019, 87'

 

Premio del pubblico alle Giornate degli Autori di Venezia 2019.

 

Selma Derwich è una giovane psicanalista dal carattere forte e indipendente cresciuta a Parigi insieme al padre. Quando decide di tornare nella sua città d’origine Tunisi, determinata ad aprire uno studio privato, le cose non andranno come previsto. La ragazza si scontrerà con un ambiente non proprio favorevole, i suoi parenti cercheranno di scoraggiarla e lo studio inizierà a popolarsi di pazienti alquanto eccentrici…

 

Regista francese di origine tunisina, Manele Labidi ritrova le sue radici attraverso l'epopea di Selma, eroina scapigliata in bilico tra due culture. Disorientata come la sua psicanalista davanti a un paese in mutazione, Labidi sceglie la commedia e si confronta con le barriere culturali di una comunità che si dimostra scettica verso la pratica analitica. La prima qualità di "Un divano a Tunisi" è proprio la scelta di affrontare il suo soggetto col sorriso. La regista comprende tutto il potenziale comico della situazione e la dimensione di una società schizofrenica che rifiuta un aiuto psicologico. Scritto con goliardia e un pizzico di malizia, il suo film racconta la determinazione contro i pregiudizi, esasperando i paradossi. Brillante e spensierato, con l'ambizione di riprodurre la cattiveria della commedia all'italiana contaminata da atmosfere newyorkesi, "Un divano a Tunisi" mostra i contorsionismi mentali di una classe media incapace di adattarsi ai nuovi orizzonti, sottomessa alle seduzioni commerciali. Tutti vogliono un posto sul lettino della protagonista - interpretata dalla radiosa Golshifteh Farahani - che diventa il teatro di eccessi comici ma anche di momenti malinconici e interrogativi esistenziali. Perché contro la legge del silenzio, Selma ascolta.

Dogtooth (Kynodontas)

 

mar 20 ottobre 18.00

mer 21 ottobre 15.30 - 21.00

gio 22 ottobre 22.00

 

di Yorgos Lanthimos

con Angeliki Papoulia, Mary Tsoni, Hristos Passalis

Grecia 2009, 94'

 

Premio Un Certain Regard al Festival di Cannes

 

Da qualche parte sotto l'Acropoli e dietro lo steccato alto di una villa, vive una famiglia. Il padre, in comunione con una moglie sottomessa, ha deciso di crescere i propri figli al riparo dal mondo. Soltanto lui ha il diritto di superare i confini del giardino e il dovere di mantenere la famiglia. Figlie e figlio restano a casa a imparare una vita che non ha nessuna corrispondenza col reale. A covare il nido una madre che li alleva nel culto della performance, evocando, per trattenerli dentro, una minaccia esterna. Ma l’equilibrio viene spezzato quando il padre, per soddisfare gli istinti del figlio maschio, introduce in casa un elemento esterno: Christina.

 

Sono passati ormai più di dieci anni da quando "Dogtooth" vinse il premio della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, consacrando a livello internazionale il regista greco Yorgos Lanthimos, tra i registi più acclamati e celebrati del panorama contemporaneo ("The lobster", "La favorita"). Ormai diventato un cult, punta di diamante della rinascita del cinema ellenico d’inizio decennio, "Dogtooth" arriva finalmente anche in Italia. Il film rappresentò davvero una scossa per l’intera Grecia, ponendosi come una violenta, asfittica, allucinata allegoria di un Paese che, di lì a poco, si sarebbe ritrovato in una terribile crisi economica e sociale. È naturalmente una lettura col senno di poi, ma a distanza appare evidente come Lanthimos e il fedele co-sceneggiatore Efthymis Filippou siano riusciti a intercettare la paranoia, le paure, il dolore di un popolo attraverso una spaventosa distorsione grottesca. E nonostante questo "Dogtooth" riesce persino a dimostrare lampi di humor. È un'opera allo stesso tempo respingente e appassionante, sorretta da un ritmo costante e da interpretazioni perfette per la materia. Certo, il regista greco negli anni ha migliorato di molto il suo stile, ma gran parte della sua poetica è racchiusa in questo suo secondo lungometraggio, capace di colpire duro e, per chi ha un senso dell’umorismo molto dark, anche divertire.

Lontano lontano

 

mar 20 ottobre 15.30 - 21.00

mer 21 ottobre 18.00

gio 22 ottobre 18.00 - 20.00

 

di Gianni Di Gregorio

con Ennio Fantastichini, Giorgio Colangeli, Gianni Di Gregorio

Italia 2019, 90'

 

Attilio, Giorgetto e il Professore, tre romani variamente disastrati, decidono di mollare la vecchia vita di quartiere e andare a vivere all'estero. Il problema è che non riescono a decidere dove andare. La scelta è difficile, ma questa non è che la prima problematica di una lunga serie di questioni da risolvere. Il Professore, in pensione dopo una vita a insegnare il latino, si annoia a morte nella quotidianità che lo circonda; Giorgetto, fulgido rappresentate del popolo romano, a stento riesce ad arrivare a fine mese; Attilio, robivecchi estroverso, vorrebbe rivivere le emozioni dei tanti viaggi fatti in passato. L’unica certezza è andare lontano!

 

Alla sua quarta volta ("Pranzo di ferragosto", "Gianni e le donne", "Buoni a nulla") Gianni Di Gregorio esplora la periferia romana con una commedia che si distingue come sempre per garbo e umanità. Di Gregorio ama raccontare il sentire della gente: il solito bicchiere di bianco, incontri fortuiti, chiacchiere e credenze popolari, i vicoli di una Trastevere assolata e non troppo popolata, la Porta Settimiana che separa il Rione dalle “insidie” di Roma. "Lontano lontano" non è un film d'impatto, ma è una pellicola che cresce facendo riflettere sul quotidiano e sulla realtà senza grandi proclami, con toni delicati ma non per questo meno incisivi. Con precisione e grande senso dell'umorismo, Di Gregorio mette a fuoco l'identità di coloro che non producono più ricchezza, dimostrando che il cinema italiano è ancora capace di fare i conti con l'economia e con i riflessi che provoca sulla vita delle persone. In questo suo percorso d'indagine, il film si avvale della presenza di Giorgio Colangeli e del compianto Ennio Fantastichini che, insieme al regista, vanno a costituire un irresistibile trio. Sospeso tra l’immobilismo metaforico di un paese che non offre più nulla a chi dovrebbe tramandarne la memoria, "Lontano lontano" sarà pure semplice e “povero”, ma è figlio di una sincerità e un’immediatezza uniche. Un cinema spoglio di qualsiasi velleità estetico-autoriale ma capace di parlare dritto al cuore.

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