Cose belle24 marzo 2022 07:29

Nuovofilmstudio, il programma dal 25 al 31 marzo

In programma "Les Olympiades - Parigi, 13arr.", "Il ritratto del Duca", "Freaks out" e "Petite maman". E oggi si apre la rassegna “GenerAzioni”

Nuovofilmstudio, il programma dal 25 al 31 marzo

Giovedì 24 marzo alle  17.30 si apre con “Lievito” di Cyop&Kaf la rassegna “GenerAzioni”: 5 proiezioni di documentari e non solo che vedono protagonisti i giovani e le tematiche a loro vicine.

Le proiezioni, 2 delle quali tratte dal catalogo UCCA “L’Italia che non si vede”, saranno gratuite e accompagnate dalla presenza dei registi e da alcuni protagonisti delle storie raccontate.

Ecco la programmazione dal 25 al 31 marzo:dal 22 al 25 marzo la sala propone "Les Olympiades - Parigi, 13arr.": Jacques Audiard ("Il profeta", "Un sapore di ruggine e ossa", "Dheepan", "I fratelli Sisters") ambienta una commedia nel quartiere Olympiades, lontano dai cliché cinematografici della capitale francese, per raccontare la gioventù francese contemporanea: un'opera che intreccia percorsi sentimentali con dialoghi molto rinfrescanti, grazie anche al lavoro delledue co-sceneggiatrici Céline Sciamma ("Ritratto della giovane in fiamme") e Léa Mysius. 

Sempre dal 22 al 25 marzo proietteremo, per chi se lo fosse perso, ancora uno spettacolo al giorno de "Il ritratto del Duca", la rincuorante commedia sociale di Roger Michell interpretata dagli adorabili Jim Broadbent ed Helen Mirren. 

Martedì 29 e mercoledì 30 marzo, arriva al Nuovofilmstudio "Freaks out", secondo lungometraggio concepito dalla premiata ditta di "Lo chiamavano Jeeg Robot": Gabriele Mainetti e Nicola Guaglianone mettono in scena, sullo sfondo della pagina più cupa del Novecento, un racconto d’avventura che è allo stesso tempo romanzo di formazione e riflessione sulla diversità. Un unicum nel panorama produttivo italiano che fonde coraggiosamente lo stile dei film internazionali d'intrattenimento al nostro cinema

 

Sempre martedì 29 e mercoledì 30 marzo, vi aspettiamo con "Petite maman": Céline Sciamma, dopo il successo planetario di "Ritratto della giovane in fiamme", ritorna con un piccolo gioiello presentato con successo all’ultima Berlinale. Da sempre attenta al mondo dei giovanissimi e al tema dell’identità femminile, Sciamma rivisita le atmosfere di "Tomboy", dimostrando ancora una volta una sensibilità fuori dal comune. Una riflessione commossa sulla memoria, l’amicizia e la famiglia. Potete acquistare i biglietti in sala prima degli spettacoli oppure in prevendita su https://www.liveticket.it/nuovofilmstudio 


 

Les Olympiades - Parigi, 13arr.

 

di Jacques Audiard

con Lucie Zhang, Makita Samba, Noémie Merlant

Francia 2021, 105'

 

ven 25 marzo (15.30 - 21.00)

sab 26 marzo (18.00 - 21.00)

dom 27 marzo (15.30 - 18.00)

lun 28 marzo (15.30 - 18.00)

 

Nel 13° arrondissement di Parigi il desiderio è dappertutto. Émilie incontra Camille, prof di lettere che la innamora ma si innamora di Nora, provinciale e timida che videochiama Amber Sweet, cam girl che la "riconnette" col mondo. Tre ragazze e un ragazzo in un mondo liquido. Amici, amanti e le due cose insieme, riempiono di colori un mondo in bianco e nero...

 

Nel corso della sua prolifica carriera di cineasta, Jacques Audiard aveva già esplorato, fino a padroneggiarne tutte le ramificazioni, il tema del territorio (dalla prigione de "Il profeta" alla città di "Dheepan"), avvicinandosi alla questione attraverso i modi bruschi del film noir sociale. Ora, con "Les Olympiades - Parigi, 13arr.", cambia registro per raccontare la gioventù francese contemporanea: un'opera di suggestiva delicatezza che intreccia percorsi sentimentali (e di vita quotidiana in generale) con dialoghi molto rinfrescanti. Merito anche delle nuove influenze a cui Audiard si è aperto, lavorando per la prima volta con due co-sceneggiatrici, e non da poco, ossia Céline Sciamma ("Ritratto della giovane in fiamme") e Léa Mysius. Un nuovo territorio, ritratto in bianco e nero, lontano dai cliché cinematografici della capitale francese.

 

«L’Olympiades è un quartiere di grattacieli nato grazie a un programma di rinnovamento negli anni '70, da qui la sua omogeneità architettonica molto riconoscibile. È molto originale, esotico e vivace, con una fusione sociale e culturale impressionante. I personaggi del film vivono lì ed è lì che si incrociano. In principio, c'erano le tre graphic novel di Adrian Tomine. Mi è piaciuta la loro brevità, la loro profondità discreta, i loro caratteri pieni di fantasie e malinconia, l'uso sapiente dei puntini di sospensione e quindi il modo in cui considerano ogni essere umano un piccolo abisso insondabile. Prima di questo punto di partenza, era da un po’ che desideravo scrivere una commedia. Collegando la commedia alle opere di Tomine, ho potuto scrivere una storia fluttuante, che rispecchiasse i suoi personaggi. Un film costruito con discrezione, i cui eroi, tuttavia, avrebbero parlato costantemente. Ancor prima del principio c'era “La mia notte con Maud” di Rohmer, e senza accorgermene, il desiderio di fare un film, un giorno, conversando d'amore, o più esattamente: quando e come si parla di amore oggi? Ne “La mia notte con Maud”, due uomini e una donna, ma soprattutto un uomo e una donna, parlano tutta la notte. Alla fine, nonostante siano stati mostrati e riconosciuti tutti i segni di un'attrazione reciproca, quando dovrebbero abbracciarsi e amarsi, non lo fanno. Come mai? Perché è stato detto tutto e la seduzione, l'erotismo e l'amore sono stati tutti incanalati solo nelle parole. Dar loro un seguito sarebbe stato superfluo. Come funzionerebbe questa situazione oggi, quando ci viene offerto esattamente l’opposto? Cosa succede realmente nell’epoca di Tinder e del “farlo al primo appuntamento?” Può esserci un discorso amoroso in queste condizioni? Sì, certo, come potremmo dubitarne. Ma quando entra in gioco?». (Jacques Audiard)

 


Il ritratto del Duca

 

(The Duke)

di Roger Michell

con Jim Broadbent, Helen Mirren, Matthew Goode

Gran Bretagna 2020, 96'

 

ven 25 marzo (18.00)

sab 26 marzo (15.30)

dom 27 marzo (21.00)

lun 28 marzo (21.00)

 

Nel 1961, Kempton Bunton, un tassista sessantenne, rubò il ritratto del Duca di Wellington, dipinto da Goya, dalla National Gallery di Londra. Kempton inviò una richiesta di riscatto scrivendo che avrebbe restituito il dipinto a una condizione: se il governo inglese avesse stanziato più fondi per la cura degli anziani. Cosa successe in seguito divenne leggendario. Kempton aveva tessuto una rete di bugie. L'unica verità era che si trattava di un brav'uomo, determinato a cambiare il mondo e a salvare il suo matrimonio...

 

Il 2021 ha segnato il 60° anniversario del furto del ritratto del Duca di Wellington. L'unico dipinto a essere mai stato sottratto dalla pinacoteca nei suoi 196 anni di storia. "Il ritratto del Duca" racconta questa straordinaria storia vera. Al suo centro c'è un uomo di principi che difende fino in fondo ciò che considera giusto ed è determinato a condurre una vita piena di significato: «malgrado sia costantemente frustrato dal mondo, Kempton è un eterno ottimista e un attivista. Abbiamo bisogno di persone così in tutte le culture, persone che sono perennemente il sassolino nella scarpa dell'autorità e mettono in discussione tutto quello che viene detto loro di ingoiare. Kempton è un eroe innato. L'interpretazione di Jim Broadbent è un ritratto così affettuoso che non puoi fare a meno di innamorarti di lui. Al suo fianco nel cuore del film c'è sua moglie, Dorothy Bunton, una donna che cerca di tenere a galla la sua famiglia mentre Kempton è più attento alle esigenze della comunità. Dorothy assicura l'unico introito regolare sfregando i pavimenti della casa di una famiglia borghese. Kempton è il sognatore, Dorothy è il collante che tiene insieme la famiglia. Mi ha molto sorpreso quanto Helen Mirren sia stata disposta a fare per trasformarsi in Dorothy. Ha mostrato una grande umiltà verso l'intero processo. Gli spettatori resteranno sbalorditi per quello che ha fatto».

(Roger Michell)

 


Freaks out

 

di Gabriele Mainetti

con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto

Italia/Belgio 2021, 141'

 

mar 29 marzo 15.00 - 21.00

mer 30 marzo 18.00

 

Roma, 1943: Matilde, Cencio, Fulvio e Mario vivono come fratelli nel circo di Israel. Quando Israel scompare misteriosamente, i quattro "fenomeni da baraccone" restano soli nella città occupata dai nazisti. Qualcuno però ha messo gli occhi su di loro, con un piano che potrebbe cambiare i loro destini... e il corso della Storia.

 

Da un soggetto originale di Nicola Guaglianone (anche autore dello script insieme a Gabriele Mainetti), il secondo lungometraggio concepito dalla premiata ditta di "Lo chiamavano Jeeg Robot" rappresenta senza mezzi termini un unicum nel panorama produttivo del cinema nostrano.

 

«"Freaks out" nasce da una sfida: ambientare sullo sfondo della pagina più cupa del Novecento un film che fosse insieme un racconto d’avventura, un romanzo di formazione e - non ultima - una riflessione sulla diversità. Per farlo ci siamo avvicinati alla Roma occupata del 1943 con emozione e rispetto, ma allo stesso tempo abbiamo dato libero sfogo alla fantasia: sono nati così i nostri quattro freak, individui unici e irripetibili, protagonisti di una Storia più grande di loro. Il primo a pensare ai freak è stato Guaglianone, grande appassionato della materia, che tra l’altro si era appena cimentato nel tema scrivendo "Indivisibili". All’inizio non capivo: soprattutto, da grande fan di "Freaks" di Tod Browning, ricordavo quanto quel film - seppure di una bellezza unica - fosse costato al suo autore, bannato da Hollywood per aver mostrato la “diversità”. Nel frattempo, anch’io coltivavo una mia personale ossessione, quella per la prima guerra mondiale. Anche l’idea dei poteri un po’ mi spaventava: non volevo replicare "Lo chiamavano Jeeg Robot", e soprattutto mi interessava che la forza dei protagonisti nascesse, più che dai singoli poteri, dall’unione di 4 persone speciali. Mi sono sforzato di rendere originali e “cinematografiche” queste loro abilità, ovviamente a modo mio, ma senza mai dimenticare – e anzi esaltando – l’umanità dei personaggi. Abbiamo sempre pensato ai nostri protagonisti come gente vera, cercando di guardarli senza pietismo perché sono loro stessi i primi a rifiutare ogni (auto)commiserazione, a non viversi come “mostri” ma come persone».

(Gabriele Mainetti)

 


Petite maman

 

di Céline Sciamma

con Joséphine Sanz, Gabrielle Sanz, Nina Meurisse

Francia 2021, 72'

 

mar 29 marzo 18.00

mer 30 marzo 15.30 - 21.00

 

Nelly ha otto anni e ha appena perso la sua amata nonna. Mentre i genitori puliscono la sua casa, Nelly si aggira per le stanze ed esplora i boschi circostanti dove la madre, Marion, giocava e dove ha costruito la casa sull'albero di cui Nelly ha tanto sentito parlare. Un giorno, Marion se ne va improvvisamente e Nelly incontra una bambina della sua età nei boschi. Sta costruendo una casa sull'albero e il suo nome è Marion...

 

Applaudito all’ultimo Festival di Berlino, "Petite maman" è il nuovo film di Céline Sciamma, dopo il successo planetario di "Ritratto della giovane in fiamme". Da sempre attenta al mondo dei giovanissimi e al tema dell’identità femminile, Sciamma torna alle atmosfere di "Tomboy", uno dei suoi film più amati, dimostrando ancora una volta una sensibilità fuori dal comune. Una riflessione commossa sulla memoria, l’amicizia e la famiglia.

 

«La storia di "Petite maman" mi è venuta in mente mentre scrivevo "Ritratto della giovane in fiamme". La sua semplicità mi è rimasta a lungo dentro e di tanto in tanto l’ho anche sognata, come un futuro dolce e luminoso. Il film ha continuato a crescere in questo modo discreto, finché ho iniziato a scriverlo al termine del tour promozionale del precedente film. Quando ho ripreso in mano il primo abbozzo di sceneggiatura, alla fine del lockdown in Francia, ho capito dalla prima scena che il film era più necessario e rilevante che mai. Anche per il fatto stesso che parlasse di bambini: i bambini hanno sofferto molte delle crisi e delle difficoltà degli ultimi tempi, spesso rimanendo fuori dal dibattito politico. Credevo fosse vitale includerli, offrire loro delle storie, trovare il modo di collaborare insieme. Il film non è collocato in un’epoca precisa e i bambini di oggi come quelli che lo sono stati negli anni Cinquanta o negli Ottanta, possono identificarsi senza problemi, trasformando "Petite maman" in un’esperienza condivisa tra gli adulti e i più piccoli. Il punto di vista dei bambini è stato al cuore di ogni decisione che ho preso durante la realizzazione. Quando ero incerta su una scelta da fare durante le riprese mi chiedevo: “Che farebbe Miyazaki?”. E alla fine la bilancia pendeva sempre dalla parte dei bambini. Questo non vuol dire che abbia scelto le soluzioni più facili, anzi: spesso ha significato fare la scelta più poetica e radicale».

(Céline Sciamma)

red

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