Lettere alla Nuova03 novembre 2020 06:18

Passeggiata all’Ufficio Postale

Sono andata ieri mattina all’ufficio postale di Corso Tardy & Benech per spedire alcuni libri. La giornata era caldina, quindi ho fatto una bella passeggiata, anche se l’ufficio postale, per me che abito in Via Pietro Scotti, è un po’ lontano

Passeggiata all’Ufficio Postale

Arrivata là, ho visto, fuori, in piedi e sulle panchine, una ventina di persone in attesa. Come succede tra esseri umani, ho chiesto se fossero in coda e mi hanno risposto che sì, bisogna entrare, prendere il numero alla solita macchina gialla e poi aspettare fuori il proprio turno. Di natura, sono abbastanza conciliante, così ho fatto quanto dettomi e ho ricevuto il numero 63. Da fuori, si vedevano gli sportelli e il numero servito in alto, l’ultimo era il 50.

Mi sono disposta ad aspettare tranquillamente. Intanto, però, pensavo: “Si sono organizzati molto bene, si prende il numero così non si litiga (il numero si prendeva anche prima, solo che si restava ad aspettare dentro, c’erano varie file di sedie), si aspetta fuori, così non si fa assembramento né aerosol per gli impiegati che sono ore e ore dietro lo sportello a lavorare. Dentro, c’erano, comunque, tre posti a sedere disponibili.  

Con lo sguardo fisso ai numeri, ho pensato di entrare non appena avessi visto il 62, in modo da essere pronta alla chiamata successiva. Purtroppo, invece, non mi sono accorta del 62, non so come mai, improvvisamente, dal 61 campeggiava in alto il 63.

Sono entrata di corsa (compatibilmente con la porta e la mia perduta, o peggio mai avuta, capacità di compiere balzi felini) mentre chiedevano se ci fosse il 63 e mi sono precipitata allo sportello. L’impiegato dello sportello a fianco ha pensato bene di aggredirmi verbalmente, chiedendomi se ero fuori (erano tutti fuori!) e che non avrei dovuto prendere il numero e andare fuori ma chiedere prima alla gente in attesa chi fosse l’ultimo e, quindi, prendere il numero quando fosse toccato a me e fossi entrata dentro (ma a quel punto, a cosa mi sarebbe servito il numero?). Ha aggiunto che prendiamo il numero e andiamo a far la spesa e che lui l’altro giorno ha chiamato ben quattro numeri che non c’erano! (Io non mi ero mossa da lì ma non ho capito quale fosse la sua difficoltà, se un numero non c’è il problema è della persona che perde il turno!)

Comunque, dato che non ho lo spirito del pioniere ma piuttosto quello del pesce lesso, quando un congruo gruppo di persone mi dice di prendere un numero e mettermi in fila (cosa che mi sembra giusta e civile) io non ci provo di certo a far cambiare idea a tutti.

Il gentile signore, davanti alle mie timide giustificazioni, mi ha detto pure che fuori c’era un grande cartello (che non avevo visto) e che, per forza, non riusciamo a vincere il covid perché ci comportiamo così! 

Tanta indignazione per chi contagia gli altri (come? aspettando fuori?) non so se l’esimio impiegato l’abbia mostrata anche a quelli che fanno feste e aperitivi, o a quelli che avevano detto che il virus ormai era addomesticato e che hanno fatto selfie a gogò senza mascherine ecc. ecc.

Mentre tornavo mestamente a casa, pensavo che gli impiegati pubblici dovrebbero sapere che non stanno facendo un piacere al cliente ma è il cliente che fa un piacere a loro usufruendo di quel servizio così loro possono avere un posto di lavoro.

Rimuginavo, però, anche sul fatto che  ieri, qualcuno  mi abbia classificata come un’improduttiva pensionata (cioè inutile): se sono pure divulgatrice di contagi, allora il tizio di ieri aveva proprio ragione!

 

Renata Rusca Zargar

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