Ricordare in questa fase storica il 25 luglio 1943, caduta del fascismo, non può rappresentare un semplice esercizio di memoria. Il quadro istituzionale e i fatti più recenti ci indicano con grande chiarezza i pericoli che stanno correndo la democrazia repubblicana in un tentativo di torsione autoritaria che la destra sta compiendo esibendo anche posizioni di forza.
Dobbiamo avere chiaro che la prossima contesa elettorale non si giocherà soltanto sul “perimetro costituzionale” ma addirittura sul punto “storico” dello stato di diritto.
E’ questo il significato profondo di questo ricordo del giorno in cui cadde il regime e si avviò il percorso di una repubblica italiana “nata democratica” come ci ha ricordato nel suo ultimo libro Nadia Urbinati. Questo nonostante tutte le storture e le sofferenze che ci sono state imposte: senza dimenticare Modena 1950, Reggio Emilia 1960, le stragi e Genova 2001.
Non dimentichiamo che nel frattempo, infatti, anche su questa materia è passato il ciclone Trump, in un quadro di modifica profonda dei termini del confronto politico, spostato sull’uso della forza, l’idea della guerra come esito esaustivo della politica, gli affari delle Big-Tech considerati gli elementi del dominio, addirittura l’illusione spaziale intesa come piedistallo del potere.
Torniamo in Italia: La Costituzione italiana è dichiaratamente antifascista e questo concetto va ribadito con forza non tanto e non solo perché rimane latente la tensione revisionista (della Costituzione e non solo della Storia) ma soprattutto perché esiste una rinnovata necessità di inveramento di valori.
Da dove deriva, infatti, la riattualizzazione, in particolare nella situazione italiana, del confronto fascismo /antifascismo?
Prima di tutto dall’emergere nel dibattito politico di alcuni punti distintivi che vanno attentamente analizzati:
1) Razzismo. E’ indubitabile che esista e si stia affermando una politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di un presunto primato per “alcuni” che poi si traduce concretamente nei tentativi, non sempre riusciti, di respingimento dei migranti ma che oltrepassa anche questo aspetto diffondendo tragicamente una cultura del superamento della legge morale e di inasprimento dei demoni derivanti delle paure soggettive;
2) Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti, soprattutto provenienti dall’ambiente militare, in occasione della ricorrenza del centenario del massacro collettivo denominato “Prima Guerra Mondiale”: Abbiamo anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo “militarismo” di ritorno;
3) Politiche economiche e sociali. Il rapporto tra economia, diritti sociali, welfare viene visto dalla destra in un pericoloso impasto di corporativismo e di assistenzialismo ben giustificato dallo sfrangiamento della struttura dello Stato, dalle incertezze europee e da un quadro generale di regressione verso il lobbismo inteso come fattore integrante dell'agire politico.
4) Politica dei diritti. Proprio nei giorni del ricordo dei tragici fatti del G8 di Genova 2001 due drammatici fatti di cronaca ci hanno ricordato proprio il punto qui richiamato in epigrafe: il valore dello stato diritto e della separazione dei poteri. L’esito del referendum del marzo scorso aveva fornito, in questo senso, un’indicazione chiara che ci permettiamo di affermare non è stata raccolta sufficientemente dalle forze dell’opposizione.
5) Comunicazione. Ci troviamo in una fase di vero e proprio cedimento al potere dei social (inutile ricordare il video in diretta dal Colosseo postato ieri). Non esiste purtroppo una capacitò di espressione per un alternativa di pedagogia politica. La decostruzione degli apparati comunicativi, realizzata appunto attraverso i social, appare come la premessa indispensabile per l’apoteosi tra l’uno e la folla, il capo verso la moltitudine aclassista e omologata. C’è da notare, in questo, come si sia verificato un salto di qualità rispetto a quando, poco tempo fa, il tema della comunicazione era affrontato attraverso l’accumulo di proprietà di TV e giornali, che aveva caratterizzato l’era definita sbrigativamente come del “berlusconismo”.
5) Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana, con un mutamento progressivo nella stessa forma di governo cui si vuol dare il colpo definitivo con la legge elettorale attualmente in discussione. La tendenza all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e la politica (Luhmann). Per fare questo occorreva un di più di segno del comando da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Più o meno la ricetta degli anni’20, mutatis mutandis. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dopo i venti anni di bipolarismo temperato fondato soprattutto sull’ esibizionismo dei singoli e sull’incapacità (reciproca da parte dei due poli) di leggere l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi.
C'è stato addirittura chi, qualche tempo fa, aveva scritto di “pericolose incrostazioni insite nel paradigma “fascismo /Antifascismo”, e adesso c'è anche chi ritiene che la definizione "antifascismo" possa essere considerata divisiva.
E' il caso allora di ribadire con grande forza, proprio nella ricorrenza del 25 luglio 1943 (e ancor di più questo dovrà essere fatto tra 55 giorni quando saremo chiamati a ricordare l'8 settembre) che non è questione di mode sociologiche e/o storiografiche: il valore dell’Antifascismo rimane e va esaltato quale fattore di definizione politica e come elemento d’identità indispensabile tale da consentirci sia sul piano storico sia su quello politico di stare agganciati a spirito e lettera della già tanto martoriata Costituzione Repubblicana.
La Costituzione non va difesa ma affermata nei suoi principi fondamentali(come ha dimostrato il già ricordato recente esito referendario) e nella lettera dei suoi articoli, uno per uno, senza pensare (come è stato fatto in passato sbagliando) che la seconda parte, in fondo, sia separata dalla prima.
La forma parlamentare, il ruolo del Presidente della Repubblica, l’esito elettorale legato alla rappresentanza non considerando la governabilità il fine esaustivo dell’azione politica, la divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo, giudiziario rimangono gli intoccabili pilastri di fondo della nostra democrazia.











