News01 agosto 2026 12:50

La politica del toluene

2 agosto: per non dimenticare (di Franco Astengo)

La politica del toluene

Allo scopo di accrescere la consapevolezza del tentativo in atto di rovesciare la democrazia repubblicana in una forma di governo autoritario è bene coltivare la nostra memoria attorno ai grandi fatti che hanno segnato la Storia cercando di comprenderne le origini, la natura, gli scopi di chi ne è stato protagonista.

 

Correva l’anno 1980 e anche in quell’anno fu messa alla prova la democrazia .

Un anno che si che si concluse con una brusca sterzata all’indietro con i 35 giorni alla Fiat e la marcia dei cosiddetti “quarantamila”.

 

In quel 1980 si mise in evidenza, almeno agli occhi degli osservatori più attenti ma inascoltati, non tanto il “ritorno” al terrorismo fascista (che pure si era verificato) ma l’esigenza di una “teoria politica del terrorismo” che, almeno da Piazza della Fontana in avanti, aveva rappresentato uno degli elementi costitutivi della gestione del potere nel nostro Paese.

 

Furono svolti alcuni tentativi di analisi in quella direzione, di collegamento tra il terrorismo stragista di evidente matrice “nera”, i servizi segreti, la massoneria occulta della quale la Loggia P2 appariva come l’espressione più evidente.

 

Nell’anno successivo il 17 febbraio 1981 Gherardo Colombo e Giuliano Turone scoprirono gli elenchi di Castiglion Fibocchi: oltre agli elenchi degli affiliati si trovarono anche le prove del collegamento tra P2 e Mafia che si realizzava attraverso logge coperte siciliane provviste anche di diramazioni nel Ponente Ligure - tanto per ricordare che, quanto alla mafia al nord, nessuno ha scoperto nulla di nuovo.

 

Altri denunciarono il fatto che, in quella direzione, non si fosse mai svolta una valutazione di fondo: il Centro di Riforma dello Stato, diretto da Pietro Ingrao, convocò un convegno su questo tema, proprio ad Arezzo; alcuni coraggiosi tentarono analisi anche in sede locale.

 

Intanto che le indagini sulla strage marcavano il passo qualcuno rispose che sarebbe stata sufficiente la riforma dei servizi segreti e che una collocazione diversa della sinistra nel quadro politico (c’erano già stati il “governo delle astensioni” e la “solidarietà nazionale”) avrebbe rappresentato un’ulteriore garanzia per il successo dell’operazione di riforma che tendeva a cambiare il modo di agire di interi pezzi dello stato e che, comunque, il terrorismo nero, cui si era accompagnato quel tipo di attività dei servizi di sicurezza fosse ormai in declino, se non addirittura in via di estinzione.

 

Di fronte a questa sconcertante analisi che pure, a sinistra, ebbe piena cittadinanza, si replicò – pur nel rischio di rimanere profeti inascoltati – al riguardo della necessità di vedere lo stragismo attraverso una nuova lente, da parte di una sinistra istituzionalmente matura e capace di vedere lo spessore del meccanismo statuale, che riproduceva abilmente se stesso attraverso l’espansione dei corpi separati, aggiungendo come, almeno da Piazza della Fontana in avanti, analizzando i passaggi procedurali si poteva ben vedere come vi fosse stata una gestione politica dei procedimenti.

 

La sinistra, all’epoca, sulla base di queste analisi avrebbe dovuto elaborare un’idea di riforma dello Stato non attraverso una serie di “elemosine riformistiche”, ma realizzando non tanto e non solo una magari ottima serie di proposte di legge, ma lavorando a realizzare una trasformazione radicale del quadro politico.

 

Al centro, insomma, doveva ritornare, secondo questa ipotesi, il tema della “volontà politica”.

 

Ciò non avvenne, per molteplici ragioni tra le quali l’ignavia di molti esponenti politici e l’evidente complicità di altri.

Non dispongo qui lo spazio per analizzare l’intero corso della storia d’Italia.

Quel che è certo che abbiamo assistito – da quel fatidico 2 agosto 1980 – al realizzarsi progressivo di quel meccanismo di autoritarismo, negazione della democrazia, affermazione di poteri occulti contenuti proprio nel documento sulla “Rinascita Nazionale” elaborato nel 1975.

 

Oggi quel documento pare trovare piena e compiuta applicazione: nella realtà economico – sociale e dell’informazione, nell’architettura delle istituzioni al riguardo delle quali si sta progettando il passaggio compiuto al presidenzialismo.

 

Eppure anche oggi molti sembrano ricalcare quelle scelte di ignavia compiute nel lontano 1980 da altri protagonisti pensando a una dinamica “normale” di un quadro politico segnato da un “bipolarismo temperato”.

 

Non è così: sarà quella della forma di governo imperniato sulla democrazia repubblicana la vera posta in palio delle elezioni che si svolgeranno a qualche punto del prossimo 2027.

Saranno elezioni imperniate su di un attacco diretto alla Presidenza della Repubblica nella sua forma più alta di espressione della garanzia costituzionale.

In vista di quella scadenza richiamare l’importanza e la necessità di una svolta nelle forme politiche fin qui mantenute dalle forze di opposizione appare operazione che dovrebbe risultare superflua: eppure la sensazione che ci si stia muovendo a un livello culturale, politico, morale al di sotto delle esigenze imposte dalla qualità dello scontro continua ad inquietarci.

 

Memoria, quindi, assolutamente memoria e analisi, analisi di ciò che è stato allora rispetto alla realtà del nostro sistema politico e di ciò che sta avvenendo adesso in un quadro di limitazione dell’agibilità democratica.

Una limitazione dell’agibilità democratica che pare proprio rispettare alla lettera gli intendimenti di quella massoneria occulta e di quei servizi (de)viati cui abbiamo fatto cenno: un progetto che si inquadra in un contesto internazionale torbido non soltanto per i pericoli di guerra.

 

Vale la pena ogni volta che si scende alla stazione di Bologna fermarsi a leggere i nomi scolpiti nella lapide che ricorda quel tragico giorno: un utile esercizio della memoria di un momento fondamentale nella storia d’Italia, non soltanto di tragedia per le famiglie delle vittime ma di dramma per la qualità della nostra democrazia.

Franco Astengo