Cultura23 gennaio 2021 07:10

Il sogno e (è) la vita

Il 26 gennaio del 1855 moriva suicida Gérard de Nerval (di Chiara Pasetti)

Gérard de Nerval, foto Nadar

Gérard de Nerval, foto Nadar

«Mi hanno mostrato a Montmartre, nell’istituto del dottor Blanche, delle tracce di disegni a carbone impresse su un muro; quelle figure, per metà cancellate, di cui una rappresentava la regina di Saba e l’altra un re qualsiasi, uscivano dalla mano di un giovane scrittore, oggi restituito alla ragione; la malattia aveva sviluppato in lui un nuovo talento che non esisteva nello stato di sanità o che, perlomeno, giocava un ruolo insignificante».

Esquiros scriveva queste righe nel 1843, mentre Gérard de Nerval (1808-1855), dopo il suo primo periodo di ricovero presso la clinica del dottor Blanche a Montmartre, si trovava in Oriente, impegnato nel viaggio che fino all’anno successivo lo porterà in Egitto, in Libano, a Istanbul.

Non è difficile intuire che quel «giovane scrittore» di talento era Nerval stesso, il quale in una pagina di Aurélia ritornerà sul fatto scrivendo:

«Popolavo i poggi e le nuvole di figure divine di cui mi sembrava di scorgere chiaramente le forme. Volevo fissare meglio i miei pensieri favoriti e, con l’aiuto di carboncini e pezzetti di mattone che raccoglievo qua e là, coprii ben presto i muri con una serie di affreschi dove traducevo le mie impressioni. Una figura dominava sempre tutte le altre: era quella di Aurélia, dipinta con i tratti di una divinità, quale mi era apparsa nel sogno».

Nella testimonianza del primo, così come nel brano di Nerval, si possono cogliere tre elementi fondamentali che orientano tutto il disegno dello scrittore: la figura di una donna, di una divinità, che compare prima sotto le spoglie della regina di Saba (il personaggio «che lo aveva visitato e accompagnato per tutta la vita, come afferma giustamente Mariotti), e successivamente in quelle di Aurélia, il ruolo del ricordo delle impressioni e delle emozioni, che necessitano di essere fissate attraverso disegni sul muro e poi attraverso la penna (regalandoci i capolavori di Nerval), espressioni di un’estetica del ricordo che diventa anche reminiscenza psicologica, e la rilevanza del sogno.

Insieme a Flaubert, Nerval è lo scrittore dell’Ottocento romantico che più ha avvertito la spinta al viaggio; e il viaggio, per entrambi, è «Vers l’Orient», «culla di tutte le religioni e di tutte le civiltà» e regno del sole, che diventa sì un luogo da scoprire (come per i contemporanei) dopo aver affrontato un’intensa lettura di classici, letteratura moderna e orientalismo accademico, ma anche, nello stesso tempo, un luogo altro rispetto all’immagine dei Paesi dell’Est che tutta la cultura europea stava delineando in quel momento.

I due autori, infatti, portano in Oriente una loro mitologia personale, un desiderio di trovare qualcosa di più profondamente intimo: Flaubert cercava una «patria», Nerval le tracce dei propri sogni e delle proprie emozioni.

Per Nerval specialmente, l’Oriente è «il paese dei sogni e dell’illusione». Sogni e illusioni che sono costantemente abitati da figure femminili di stregata sensualità.

Nel 1851 Nerval raccolse tutto l’insieme di appunti di viaggio, schizzi, episodi e frammenti, racconti, romanzi, e li pubblicò sotto il titolo di Voyage en Orient. Al centro spiccano la Storia della regina del mattino e di Solimano principe dei geni, e la Storia del Califfo Hakim, due lunghi e complessi episodi che, lontani dall’offrire al lettore un discorso narrativo continuo, sembrano invece sospingerlo, insieme all’autore, verso un mondo interiore governato dal sogno e dal paradosso. Specialmente il primo, che Nerval pubblicò anche, a puntate, sul «Pays», dal 27 agosto al 14 settembre del 1853: questa nuova versione del conte arabe uscirà sotto il titolo La Regina di Saba, e non si presenterà più, come nella prima, sotto forma di un racconto narrato nei caffè di Istanbul, poiché Nerval eliminerà tutti i raccordi tra capitolo e capitolo.

Odilon Redon, planche III («La Reine de Saba») della prima serie di litografie La Tentation de saint Antoine - texte de Flaubert (1888). 

Le fonti principali della storia sono la Genesi, il Corano, la Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, e uno dei testi più letti dagli scrittori romantici, la Bibliothèque orientale di D’Herbelot. Ma è poi il genio di Nerval a creare un testo unico e incandescente in cui, come aveva scritto Flaubert a proposito dell’Oriente, ci si trova di fronte a una «confusione di colori che stordiscono, al punto che la nostra povera immaginazione, come davanti a un fuoco d’artificio di immagini, ne rimane completamente abbagliata».

Nello stesso periodo in cui Nerval sistemava la sua Regina di Saba per la pubblicazione a puntate (prima del suo secondo internamento in casa di cura psichiatrica, avvenuto dall’agosto del 1853 al maggio 1854), significativamente lavorava anche al suo capolavoro, Les Filles du feu (seguito poi da Aurélia). I testi, pur così diversi, hanno infiniti punti di contatto.

Intanto la bellissima immagine con cui si apre il terzo capitolo della prima parte di Aurélia: «qui inizia per me il dilagare del sogno nella vita reale».

Schiude l’orizzonte di una conoscenza delle realtà e delle irrealtà, possibile, secondo l’autore, solo attraverso l’immersione nel regno interiore del sogno, e trova un suo sublime rimando, nella storia della Regina di Saba, nello straripamento del fiume di metallo che avrebbe dovuto sancire la gloria del maestro Adoniram nel regno del re Salomone.

Si legge in Aurélia:

«mi sentii trasportato senza dolore da una corrente di metallo fuso; mille altri corsi analoghi, i cui colori indicavano le diverse composizioni chimiche, solcavano il seno della terra come i vasi sanguigni e le vene che serpeggiano fra i lobi cerebrali».

E ne La Regina di Saba:

«improvvisamente Adoniram si accorge che il fiume di metallo straripa; spalancata, la sorgente vomita torrenti; la sabbia crolla sotto il peso eccessivo; Adoniram guarda il mare di bronzo; lo stampo trabocca; al sommo si apre una fessura; la lava cola da tutte le parti».

Come non leggere in queste righe una pittoresca descrizione del delirio di Nerval, che qui come in Aurélia costruisce un discorso sulla e della follia, e una disperata preghiera di trovare un argine, un appiglio, che lo salvasse dal franare progressivo delle sue forze e delle sue facoltà mentali?

E la stessa Regina di Saba, Balkis, così simile alla regina di Saba di Flaubert ne La Tentation de saint Antoine, non è in fondo, a partire dalla sua discendenza dalla razza di Eblis, lo Spirito del Fuoco, sorella delle altre figlie del fuoco nervaliane?

 Tutto in lei è sensualità, tentazione carnale, voluttà e decadenza, e come la regina flaubertiana anch’ella avrebbe potuto dire, davanti a Sant’Antonio come davanti a Solimano: «Io non sono una donna, sono un mondo».

Un mondo, quello delle donne orientali, che da sempre aveva popolato le fantasie sia di Flaubert che di Nerval, ma che in quest’ultimo acquista una connotazione più fortemente (e dolorosamente) autobiografica: egli perse la madre a due anni. Questo eterno ritorno delle divinità femminili, dalla «malìa di una bellezza inebriante», probabilmente affonda le radici anche nel profondo manque che dall’infanzia aveva segnato la sua esistenza. Non a caso in Aurélia scriverà di aver avuto una visione:

«mi sembrò che la dea mi apparisse, dicendomi: sono Maria, sono tua madre, sono la stessa che hai sempre amato, sotto tutte le forme. A ognuna delle tue prove, ho abbandonato una delle maschere che velavano il mio volto e presto mi vedrai quale sono».

Tua madre... La madre di Nerval. Amata, sognata, e mai avuta. E «un uomo che ama troppo presto rischia di amare da solo», riflette Solimano.

Il sottotitolo di Aurélia è, non a caso, Le Rêve et la vie, “il sogno e la vita”. Più giusto forse affermare “è” la vita, perché fu per lui un’equazione e al contempo uno scarto che non riuscì mai a colmare.

Nerval verrà trovato morto il 26 gennaio del 1855, al termine di una notte gelata, «nera e bianca», come aveva scritto in un ultimo biglietto alla zia Labrunie. La morte, sembra, arrivò in fretta e senza dolore. Del resto, come diceva la sua Regina di Saba, «la donna è più amara della morte; il suo cuore è una trappola, le sue mani catene. Il servitore di Dio la fuggirà, lo stolto sarà preso al laccio». Femme-amère, la Regina, come mère-amère fu la madre di Gérard, poiché lo abbandonò troppo presto costringendolo a cercarla, sognarla, amarla per tutta la vita. Una vita conclusa impiccato al laccio di un cordone azzurro che egli portava sempre con sé, convinto che fosse appartenuto… alla Regina di Saba.

Il cerchio della vita si chiude; il sogno, ancora, dilaga.

«La sola follia che mi resterà», scrisse Nerval, «sarà di credermi poeta; spetta alla critica guarirmi».

Da questa “malattia”, la poesia, nessuno lo ha (fortunatamente) mai guarito.

 

***

Per approfondire:

Gérard de Nerval, La Regina di Saba, a cura di Giovanni Mariotti, Adelphi.

Gérard de Nerval, Les Filles du feu, suivi de Aurélia, Gallimard Folio Classique.

Il sottotitolo di Aurélia, insieme al titolo (medesimo) di un lavoro di Flaubert rimasto allo stato di bozza, ha dato il nome, sei anni fa, all’Associazione culturale “Le Rêve et la vie”, presieduta da chi scrive: www.lereveetlavie.it

Nel prossimo corto di gennaio del video progetto “aspetto la fine”, tra i tanti interventi, ci sarà anche un omaggio allo scrittore, interpretato da un docente in pensione, appassionato e raffinato conoscitore della letteratura francese dell’Ottocento.

I corti della seconda parte del progetto, realizzati mensilmente da settembre a dicembre, sono qui:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLfUc9aPeRqz4cNo4oBnAQ6m1Y8OCQtwrO


Questo articolo è uscito nel 2013 in forma molto più ridotta sulle pagine della Domenica de “Il Sole24ore”, in occasione della pubblicazione per Adelphi de La Regina di Saba di Nerval.

 

Chiara Pasetti

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