News13 giugno 2026 08:11

Reimmigrare gli italiani e accoglienza per tutti: i futuri extracomunitari siamo noi

I nuovi “olocausti” moderni non si manifestano necessariamente come eventi improvvisi e spettacolari, ma come processi progressivi di esclusione, indifferenza, disumanizzazione e collasso etico del vivere comune. L’accoglienza, allora, non è semplicemente una scelta morale o umanitaria. È una forma di intelligenza storica. Difendere la dignità dell’altro significa difendere anticipatamente la propria. Perché il destino umano, nel tempo delle crisi globali, non sarà quello delle fortezze isolate, ma quello della vulnerabilità condivisa (di Armando Ciriello)

Reimmigrare gli italiani e accoglienza per tutti: i futuri extracomunitari siamo noi

I nazionalismi di destra, xenofobi e ostili alle diversità di genere, non esprimono soltanto una pulsione discriminatoria. Essi rivelano anche la trasformazione del discorso sociale in un dispositivo di disuguaglianza: un falso socialismo identitario, conformato al discrimine, che promette protezione mentre produce esclusione.

In questo quadro, la retorica comunitaria e localistica maschera una struttura profondamente conservatrice e capitalistica: piccoli gruppi di potere, interessi finanziari e micro-élite territoriali traggono profitto dall’appiattimento sociale, dalla paura dell’altro e dalla riduzione del conflitto democratico a consenso passivo.

Il risultato è una deriva verso presidenzialismi dorati, apparentemente popolari ma sostanzialmente oligarchici, nei quali il popolo viene evocato come fondamento simbolico mentre viene progressivamente spogliato della propria capacità reale di partecipazione, differenza e pensiero critico.

Il problema più profondo è che molte masse populistiche non riconoscono il carattere illusorio e regressivo di queste promesse autoritarie. Tali forme liberticide si presentano come difesa del popolo, ma finiscono per accentuare le disuguaglianze proprio all’interno della medesima comunità nazionale. Il nemico viene spostato sull’“altro” — lo straniero, il migrante, il differente — mentre le reali dinamiche di concentrazione della ricchezza e del potere continuano indisturbate.

Si produce così una tautologia politica e sociale: maggiore impoverimento alimenta paura; la paura alimenta xenofobia; la xenofobia rafforza dispositivi autoritari che, a loro volta, aumentano precarietà, dipendenza economica e riduzione dei diritti civili. Più le estreme destre consolidano sistemi di privilegio opachi, fondati sulla tutela di interessi particolari e micro-oligarchie territoriali, più il corpo sociale perde coesione e capacità critica.

Il disagio collettivo viene allora convertito in rancore identitario. La rabbia non viene orientata verso le strutture economiche che producono disuguaglianza, ma verso figure simboliche più fragili: il migrante, il povero, il diverso, l’estraneo. In questo modo il conflitto sociale viene neutralizzato e trasformato in guerra orizzontale tra esclusi.

Ma la storia mostra che nessuna società fondata sulla paura dell’altro rimane stabile a lungo. Quando i diritti vengono erosi per alcuni, finiscono inevitabilmente per essere erosi per tutti. Quando la dignità viene resa selettiva, ogni individuo può diventare improvvisamente marginale, superfluo o indesiderabile.

Per questo il titolo non è una provocazione ma una previsione antropologica e politica: i futuri extracomunitari siamo noi. In un mondo attraversato da crisi climatiche, collassi economici, automazione del lavoro e migrazioni globali, nessuna identità nazionale sarà sufficiente a garantire protezione assoluta. Le popolazioni oggi convinte di essere “interne” potrebbero scoprire domani di essere diventate eccedenti, periferiche, migranti a loro volta.

Se non verranno sviluppati strumenti critici ed etici adeguati, il rischio sarà una società sempre più fragile, impoverita e incapace di affrontare le sfide del presente — dalla crisi ecologica alla dissoluzione dei legami democratici e civili.

I nuovi “olocausti” moderni non si manifestano necessariamente come eventi improvvisi e spettacolari, ma come processi progressivi di esclusione, indifferenza, disumanizzazione e collasso etico del vivere comune.

L’accoglienza, allora, non è semplicemente una scelta morale o umanitaria. È una forma di intelligenza storica. Difendere la dignità dell’altro significa difendere anticipatamente la propria. Perché il destino umano, nel tempo delle crisi globali, non sarà quello delle fortezze isolate, ma quello della vulnerabilità condivisa.

Armando Ciriello