News06 agosto 2026 13:18

The never ending Marcinelle

L’eternità di Marcinelle compare nel quotidiano svilupparsi del calendario dello sfruttamento, nella realtà diuturna e tragica delle morti e degli infortuni sul lavoro. L’eternità di Marcinelle è connaturata alla voracità del capitalismo a tutte le latitudini: quel capitalismo che sta rilanciando la guerra come fattore decisivo della sua sopravvivenza (di Franco Astengo)

The never ending Marcinelle

 

 

L’8 agosto di 70 anni fa 262 minatori, di cui molti italiani, morirono a causa di un incendio nelle miniere di carbone a Charleroi, in Belgio, nella miniera di Marcinelle.

Ricordare oggi e sempre quei caduti deve significare ritrovare nel quotidiano le ragioni della nostra ostinata ricerca per “abolire lo stato di cose presenti”.

Non si può allora far altro che ritornare a quanto descritto da Marx e Engels nel “Manifesto”: "il proletario è senza proprietà, il moderno lavoro industriale, il moderno asservimento al capitale, identici in Francia, come in Inghilterra, in America come in Germania lo hanno spogliato di ogni carattere internazionale".

Ebbene quella tragedia di Marcinelle, quell’ 8 Agosto 1956 dimostrò per intero la veridicità dell’analisi marxiana: i morti, i sacrificati all’idea dello sviluppo anche quella volta, anzi mai come quella volta non avevano nazione, erano soltanto degli sfruttati portati all’estremo sacrificio come accade oggi in tante occasioni, comprese quelle tragiche dei morti in mare di umani alla ricerca di un poco di sollievo dalla guerra e dalla miseria.

Nella modernità di oggi tutto questo è ancora ben presente: in poco più di trent’anni la forza lavoro globale è aumentata di un miliardo e duecento milioni di donne e uomini. Quaranta milioni in un anno. Più di centomila la giorno. Settantacinque al minuto. E’ il ritmo con il quale crescono le fabbriche in Cina e si affollano le periferie: da Giakarta a Hanoi, da Mumbai a Lagos, da Johannesburg al Cairo.

Si ascolta qui il respiro del mondo, si misura l’idea di uno sviluppo capitalistico globale che intensifica lo sfruttamento, scuote le relazioni tra le potenze, modifica i rapporti di forza tra le classi, spinge i padroni a schiacciare i proletari.

Nell’Occidente sviluppato e maturo emergono tratti di vero e proprio “ritorno all’indietro” alle condizioni sociali della prima rivoluzione industriale, quelli descritti dalle pagine di Dickens o di Zola.

E' sempre attuale e presente il "nostro Germinale".

Aumenta la pressione sulla condizione operaia in Europa come in America, il Sud del mondo viene usato per esasperare la concorrenza e costruire le condizioni dell’esercito di riserva, si sviluppa la politica imperialista contro i salari, le grandi potenze si contendono i territori nel cui sottosuolo si ritrovano i materiali per far funzionare il crudele meccanismo del modello consumistico proposto dall'high tech senza alcun rispetto verso chi è nato e chi vive quelle terre.

Non si possono coltivare illusioni localiste, nazionaliste, protezioniste: la sola strategia per ricostruire, in Occidente come altrove, la forza di una politica di contrasto alla sfruttamento e di nuova coesione sociale attraversa i popoli, la grande massa degli sfruttati, quanti si muovono nell’incertezza più assoluta alla ricerca di una vita appena appena più accettabile e, nella gran parte dei casi, viene brutalmente respinta dal mondo dei ricchi.

La memoria di Marcinelle, momento storico esemplare nell’idea della ferocia dello sfruttamento, deve servire prima di tutto a ricordarci questo.

Franco Astengo