La tesi di questo testo è semplice e radicale: la storia umana può essere letta come il tentativo di rispondere a una discontinuità originaria dell’essere attraverso forme sempre più complesse di appartenenza, dalla tribù alla civiltà, fino alla possibilità — ancora incompiuta — della comunità.
Quando questa discontinuità viene affrontata prevalentemente attraverso la logica della sopravvivenza, emerge la tribù: una configurazione antropologica che garantisce coesione attraverso confini, appartenenze e, potenzialmente, nemici. Quando invece può essere attraversata senza essere scaricata sull’altro, si apre lo spazio della comunità: non fusione identitaria, ma capacità di coesistere nella differenza senza trasformarla in minaccia.
Non entro nel merito delle singole vicende politiche, che preferisco lasciare all’analisi di chi possiede competenze più specifiche. Mi interessa spostare il vertice della domanda.
Forse ciò che sta accadendo nel mondo non può essere compreso soltanto attraverso le categorie della politica, dell’economia o della geopolitica. Occorre risalire più indietro: non alla destra o alla sinistra, al liberalismo o al socialismo, al nazionalismo o al sovranismo, ma alle configurazioni originarie attraverso le quali la nostra specie ha cercato di garantirsi continuità.
La precarietà originaria
Le popolazioni umane del Paleolitico hanno vissuto per lunghissimi periodi attraverso forme differenti di caccia, raccolta e mobilità.
Quest’ultima non può essere ridotta alla fuga dalla carestia o dai predatori. Spostarsi rappresentava anche un vantaggio adattativo: permetteva di seguire le risorse, abbandonare condizioni divenute sfavorevoli, trovare nuove possibilità di nutrimento e protezione.
Sotto queste differenti strategie possiamo tuttavia riconoscere una condizione fondamentale: la precarietà della continuità dell’essere.
Il vivente umano originario era esposto alla fame, alle variazioni ambientali, ai predatori, alla malattia, alla perdita, alla morte dei piccoli, alla competizione e all’ostilità fra gruppi.
Se provassimo a pensare l’umanità nascente come una sorta di infans antropologico, incontreremmo un essere dotato di straordinarie potenzialità ma radicalmente dipendente dal campo nel quale la sua esistenza poteva continuare.
È qui che collocherei quella che potremmo chiamare ferita ontogenetica primaria: non un trauma storicamente individuabile, ma la condizione originaria di un vivente la cui continuità non è mai stata garantita una volta per tutte.
La discontinuità, dunque, potrebbe non essere soltanto ciò che interrompe una continuità già costituita, ma appartenere alla matrice stessa dell’umano. Ed essere il punto dal quale possono nascere tanto la tribù quanto la comunità.
Prima dell’integrazione: la non-integrazione
Questo modifica anche il modo di pensare l’integrazione.
Prima ancora dell’opposizione integrazione/disintegrazione, potremmo incontrare la non-integrazione: una configurazione nella quale il vivente non dispone ancora di una realtà interna sufficientemente costituita per integrare ciò che gli accade.
La non-integrazione non sarebbe allora semplicemente un deficit. In determinate circostanze potrebbe persino costituire una protezione dalla catastrofe.
È all’interno di questo campo che dislocazione e traslocazione acquistano un significato ulteriore.
Ciò che minaccia la continuità viene dislocato; ciò che può garantirla viene cercato altrove: nel corpo dell’altro, nel gruppo, nel luogo protetto e, successivamente, nel simbolo, nel totem, nel territorio.
Una funzione che originariamente permette al vivente di non soccombere può così trasformarsi, progressivamente, in una struttura attraverso la quale il gruppo organizza il mondo.
È l’inizio di un possibile effetto domino antropologico.
Dalla Terra al territorio
Per il raccoglitore e il cacciatore mobile, la Terra non coincide ancora con il territorio nel significato politico e proprietario che quest’ultimo assumerà successivamente.
La Terra precede il confine. Offre esistenza, nutrimento, spostamento, riparo.
Con la progressiva stabilizzazione degli insediamenti, l’organizzazione delle risorse, l’accumulazione e la proprietà, acquista crescente importanza un’altra configurazione:
questo è nostro.
La Terra diventa territorio.
Il passaggio non è soltanto economico, ma antropologico: lo spazio non è più unicamente ciò che sostiene la vita, ma ciò che deve essere delimitato e difeso per garantire la continuità del gruppo.
Il confine assume così una funzione materiale e simbolica.
Dentro ci siamo noi. Fuori ci sono gli altri.
E l’altro può diventare ciò da cui dobbiamo proteggerci.
La tribù prende forma come risposta relativamente stabile alla precarietà originaria.
Animismo e costruzione del nemico
In questo lunghissimo percorso la dimensione animistica acquista una funzione fondamentale.
L’animismo non va considerato soltanto come una spiegazione primitiva della natura. È anche una modalità attraverso la quale il gruppo attribuisce intenzionalità a ciò che altrimenti rimarrebbe incomprensibile.
La morte, la malattia, la carestia, la perdita del raccolto o una catastrofe naturale possono diventare l’effetto dell’azione di qualcuno o di qualcosa: uno spirito, un sortilegio, una colpa, un gruppo confinante.
Qualcuno ci ha fatto questo.
Ciò che non può essere sostenuto internamente trova allora una collocazione esterna. La dislocazione diventa organizzazione del mondo.
Il nemico non è più soltanto chi costituisce realmente una minaccia. Può diventare colui sul quale il gruppo localizza la propria angoscia.
Qui incontriamo un altro elemento fondamentale: il lutto.
Accettare la perdita significa confrontarsi con il limite, l’impotenza, l’ambivalenza verso chi abbiamo perduto e persino con le fantasie aggressive che possono aver attraversato quella relazione.
Quando tutto questo non può essere sostenuto, la perdita rischia di trasformarsi in persecuzione: qualcuno deve esserne responsabile, qualcuno deve pagare, qualcuno deve essere espulso.
L’interno viene trasferito all’esterno e il persecutore, paradossalmente, restituisce unità al gruppo.
La tribù può essere letta anche in questa prospettiva: come soluzione psichica e sociale alla difficoltà di sostenere la perdita senza trasformarla in colpa o nemico.
La tribù e la potenza
La costituzione del gruppo rappresenta uno dei grandi vantaggi adattativi dell’essere umano.
Insieme possiamo proteggerci e ottenere ciò che individualmente sarebbe impossibile.
Anche il mito di Prometeo può essere assunto simbolicamente come rappresentazione di questo passaggio. Il fuoco aumenta enormemente la capacità trasformativa dell’uomo.
Ma la potenza non coincide necessariamente con l’evoluzione antropologica.
Possiamo diventare più potenti senza diventare altrettanto capaci di sostenere la perdita, il limite e l’alterità.
È qui che la storia della civiltà mostra una delle sue contraddizioni più profonde.
Gli “ismi” come trasformazioni moderne dell’appartenenza
Arriviamo così alla contemporaneità.
Sarebbe riduttivo leggere questa struttura contrapponendo semplicemente destra e sinistra.
Liberalismo, socialismo, socialdemocrazia, nazionalismo e sovranismo sono costruzioni storiche profondamente differenti, portatrici di valori, istituzioni e concezioni dell’uomo non sovrapponibili.
Possiamo tuttavia rivolgere a tutte una medesima domanda antropologica:
quanto sono riuscite realmente a oltrepassare la struttura tribale dell’appartenenza?
Il liberalismo ha posto al centro libertà individuale, autonomia e proprietà. Ma proprio la proprietà può rafforzare una configurazione antichissima: questo appartiene a me, dunque posso delimitarlo e difenderlo.
Il nazionalismo trasferisce questa struttura dal singolo alla collettività: la mia nazione, il mio Stato, il mio popolo, il mio confine.
Le tradizioni socialistiche nascono da presupposti differenti: la necessità di contrastare diseguaglianza e sfruttamento e di redistribuire le risorse. Ma anch’esse possono tribalizzarsi quando la difesa del gruppo che rappresenta l’ideale prevale sulla capacità di interrogare criticamente l’ideale stesso.
Le differenze restano profonde. Ciò che può accomunarle non sono i contenuti, ma una possibile configurazione dell’appartenenza.
Ogni “ismo” può diventare tribù quando la sopravvivenza del gruppo diventa più importante del valore che quel gruppo dichiara di rappresentare.
È allora che l’uomo politico rischia di interrogarsi meno su ciò che è reale e più su ciò che permetterà alla propria parte di conservarsi: non perdere consenso, non mettere in discussione il gruppo, non riconoscere l’errore perché riconoscerlo significherebbe offrire un vantaggio all’avversario.
Una politica tecnologicamente moderna può così continuare a funzionare attraverso una struttura antropologica antichissima.
Cambiano i contenuti. Permane la configurazione.
Da Prometeo a Hiroshima e Nagasaki
Ed è qui che incontriamo la roccaforte emozionale dell’intero discorso.
Il 6 e il 9 agosto 1945 l’essere umano dimostrò di essere arrivato a comprendere la materia fino alla possibilità di liberarne una potenza distruttiva fino ad allora inimmaginabile.
Hiroshima. Nagasaki.
Ottantuno anni dopo non dovremmo soltanto commemorare. Dovremmo interrogarci.
Come è stato possibile che una specie capace di raggiungere una delle più alte espressioni della conoscenza scientifica utilizzasse contemporaneamente quella conoscenza per annientare un numero immenso di esseri umani?
Spetta agli storici ricostruire e giudicare quelle decisioni nel loro contesto. Ma sul piano antropologico rimane una domanda:
la nostra capacità di produrre potenza è cresciuta più rapidamente della nostra capacità di trasformare la tribù in comunità?
Dal fuoco di Prometeo alla bomba atomica la potenza ha conosciuto un’accelerazione vertiginosa. Molto meno evidente è una trasformazione altrettanto radicale delle strutture attraverso le quali organizziamo paura, appartenenza, nemico e sopravvivenza.
Potremmo aver trasformato gli strumenti senza aver trasformato nella stessa misura il campo.
Dall’animismo al Realismo
Per questo non credo che la risposta possa consistere semplicemente nella proposta di una nuova politica.
La domanda è antropologica:
come si esce dalla tribù senza perdere la possibilità di appartenere?
Come attraversare la perdita senza trasformarla in persecuzione? Come riconoscere il limite senza viverlo come aggressione? Come possedere un’identità senza avere bisogno di un nemico?
Il passaggio che ci attende potrebbe essere quello dall’animismo al Realismo.
Realismo non significa realpolitik, accettazione cinica dei rapporti di forza o rinuncia agli ideali.
Significa qualcosa di più difficile: sostenere il Reale senza doverlo trasformare immediatamente in un nemico.
Riconoscere che non tutto ciò che perdiamo ci è stato sottratto; che non ogni limite è una persecuzione e non ogni differenza una minaccia. Che possiamo essere responsabili senza essere colpevoli, avere bisogno dell’altro senza possederlo, appartenere senza espellere.
Dalla sopravvivenza alla comunità
È qui che occorre forse compiere l’ultimo passaggio.
La questione antropologica non può rimanere indefinitamente organizzata intorno alla sopravvivenza.
La tribù e il territorio hanno rappresentato risposte storicamente necessarie alla precarietà. Ma una risposta necessaria non costituisce necessariamente l’ultima forma possibile dell’umano.
La tribù può diventare una prigione quando continua a organizzare un mondo che richiederebbe un’altra forma di appartenenza.
L’uomo contemporaneo possiede strumenti che nessun essere umano del Paleolitico avrebbe potuto immaginare, eppure può continuare a porsi una domanda antichissima:
come faccio a sopravvivere all’altro?
Il vertice antropologico dovrebbe forse diventare:
come possiamo essere vivi insieme?
Essere vivi non coincide con sopravvivere.
Significa attraversare la discontinuità senza rimanerne organizzati in forma tribale; incontrare l’altro senza trasformarlo necessariamente in intruso o persecutore; passare dalla difesa dell’appartenenza alla possibilità della relazione.
È qui che la comunità si distingue dalla tribù.
La tribù sopravvive attraverso la separazione; la comunità nasce quando la separazione non deve necessariamente diventare ostilità.
La tribù chiede chi appartiene e chi deve essere escluso; la comunità come sia possibile rimanere differenti continuando a condividere la stessa Terra.
La tribù organizza la continuità attraverso il nemico; la comunità attraverso la relazione.
La tribù è una risposta alla discontinuità.
La comunità è la possibilità di attraversarla senza trasformarla in ostilità.
Forse questa è la trasformazione antropologica che ancora ci attende.
Non un nuovo “ismo”, un’ulteriore fortezza o un’altra ideologia capace di prometterci che saremo noi, questa volta, dalla parte giusta del confine.
Piuttosto, la possibilità di riconoscere che prima di ogni territorio esiste la Terra; prima di ogni appartenenza, il vivente; prima di ogni ideologia, la necessità dell’altro.
La civiltà, allora, non dovrebbe essere misurata soltanto dalla potenza raggiunta, ma dalla capacità di non doverla utilizzare per garantire la propria esistenza contro l’altro.
La potenza protegge il territorio.
La tribù difende la sopravvivenza.
La comunità rende abitabile la Terra.
E forse soltanto allora potremo smettere, come specie, di limitarci a sopravvivere e cominciare pienamente a essere vivi.
Bibliografia essenziale
* Deleuze, G., Guattari, F., Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino, 1996 [ed. orig. 1991], in particolare il capitolo “Geofilosofia”.
* Heidegger, M., L’origine dell’opera d’arte, in Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze, 1968 [ed. orig. 1935-1936], in particolare per la relazione tra Terra e Mondo.
* Freud, S., Totem e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici (1912-1913), in Opere, vol. 7, Bollati Boringhieri, Torino.
* Freud, S., Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), in Opere, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino.
* Ciriello, A., Fenomenologia affettiva del Reale. Etica della Compassione. Il sociale come caso clinico, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, in press.
News10 agosto 2026 08:16
Dalla tribù alla comunità
Hiroshima e Nagasaki, ottantun anni dopo. La potenza dell’uomo e la difficile capacità di essere insieme (di Armando Ciriello)
Le notizie de LA NUOVA SAVONA
sabato 08 agosto
venerdì 07 agosto
giovedì 06 agosto











