Rileggere oggi «Sull’unità storica di russi e ucraini», pubblicato da Vladimir Putin il 12 luglio 2021, significa fare qualcosa di più che tornare a un testo preparatorio della guerra contro l’Ucraina. Significa ricostruire una grammatica del potere.
Nel saggio sono già presenti, in forma relativamente ordinata, i nuclei che negli anni successivi diventeranno azione: la negazione di una piena autonomia storica dell’Ucraina, la trasformazione della genealogia in diritto politico, l’idea di una «anti-Russia» prodotta dall’esterno, la subordinazione della sovranità degli Stati vicini alla sicurezza russa e la rappresentazione del conflitto come lotta contro una penetrazione occidentale nello spazio storico di Mosca.
Questa lettura richiede tuttavia una cautela metodologica. Non tutto ciò che Putin fa è segreto; non tutto ciò che è segreto è necessariamente coordinato da un unico centro; e non ogni convergenza politica con Mosca equivale a controllo o manipolazione personale. La tesi più solida non è che il mondo «non veda» ciò che accade, ma che i diversi elementi siano spesso osservati separatamente: guerra, cyberattacchi, disinformazione, interferenze elettorali, pressione energetica, uso di intermediari, diplomazia bilaterale.
La strategia diventa più leggibile quando questi fenomeni vengono ricomposti come parti di una stessa concezione della potenza.
1. Chi è Putin?
Putin è innanzitutto un uomo formato nella cultura strategica dei servizi sovietici, ma ridurlo alla biografia del KGB sarebbe insufficiente. Il tratto decisivo è l’aver trasferito nella politica di Stato alcuni princìpi tipici dell’intelligence: conoscere le vulnerabilità dell’avversario, operare sotto soglia, confondere attribuzione e responsabilità, utilizzare intermediari, sfruttare contraddizioni già esistenti invece di crearle necessariamente da zero, mantenere aperti più livelli di negoziazione e conservare una distanza fra obiettivo strategico e messaggio pubblico.
Esiste inoltre un tratto della rappresentazione pubblica del potere putiniano che può essere definito, senza pretendere di formulare una diagnosi psicologica, come una particolare glacialità politica. Relazione personale, dichiarazione pubblica e decisione strategica sembrano appartenere a registri differenti. L’interlocutore può essere accolto, corteggiato, utilizzato come partner, trasformato successivamente in avversario o nuovamente recuperato come interlocutore senza che il precedente rapporto costituisca necessariamente un vincolo.
In questa capacità di separare relazione e interesse è possibile riconoscere, pur nelle enormi differenze storiche, qualcosa della grande tradizione della politica di potenza europea: da Metternich alla Realpolitik del Novecento. Non una genealogia diretta e tanto meno un’identità fra figure profondamente differenti, ma una comune concezione della politica internazionale come spazio nel quale l’equilibrio delle forze può prevalere sulle categorie dell’amicizia, della riconoscenza e persino della continuità delle alleanze.
La visione putiniana del potere è inoltre fortemente verticale. Lo Stato è concepito come centro sovrano capace di riassorbire pluralità, economia, apparati di sicurezza e rappresentazione pubblica entro una logica di continuità nazionale. La crisi russa degli anni Novanta costituisce, in questo quadro, il trauma politico di riferimento: perdita di territori, perdita di status, impoverimento, subordinazione finanziaria, disgregazione militare e riduzione della capacità di incidere sull’ordine internazionale. La ricostruzione della potenza russa diventa quindi anche riparazione di una sconfitta storica.
Non ne deriva necessariamente il progetto di restaurare materialmente l’Unione Sovietica. Deriva qualcosa di più flessibile: ricostituire attorno alla Russia una zona nella quale Mosca rivendichi un diritto speciale di influenza e, nei fatti, una capacità di veto sulle scelte strategiche degli Stati circostanti. In questa logica la grande potenza non è soltanto uno Stato forte: è uno Stato il cui ambiente esterno non può organizzarsi contro di lui senza incontrarne la reazione.
2. Cosa vuole Putin?
Il primo obiettivo è la sopravvivenza e la stabilità del sistema di potere russo. Il secondo è il riconoscimento della Russia come potenza indispensabile, non riducibile a semplice attore regionale. Il terzo è la revisione dell’ordine europeo e internazionale consolidatosi dopo il 1991, percepito a Mosca come un sistema costruito durante una fase di debolezza russa e quindi strutturalmente sfavorevole. Il quarto è la ricostituzione di una sfera d’influenza nello spazio post-sovietico.
L’Ucraina è centrale perché concentra tutti e quattro questi obiettivi. Una Ucraina definitivamente integrata nell’Occidente rappresenterebbe per Putin non soltanto una perdita geopolitica, ma la smentita simbolica della propria narrazione storica. Se un popolo che egli considera appartenente allo stesso spazio storico russo può costituirsi come nazione sovrana, europea e politicamente separata da Mosca, allora il principio dell’unità civilizzazionale russa cessa di essere un fondamento necessario e torna ad essere ciò che storicamente può essere discusso: un’interpretazione.
Il punto più radicale del saggio del 2021 non è semplicemente: «l’Ucraina non esiste». È qualcosa di più complesso: l’Ucraina separata dalla Russia può esistere formalmente, ma la sua separazione viene rappresentata come una contraddizione della propria verità storica.
È qui che il discorso storico produce conseguenze politiche. L’origine comune viene fatta scivolare verso l’identità comune; l’identità comune verso l’idea di un unico popolo; l’unico popolo verso uno spazio politico naturale; e infine quello spazio viene utilizzato per relativizzare la piena sovranità dello Stato ucraino. Questa è la torsione epistemologica fondamentale del testo.
3. Come agisce Putin?
Putin agisce attraverso una strategia prevalentemente asimmetrica. La Russia non possiede il peso economico aggregato degli Stati Uniti e dell’Unione europea, ma può moltiplicare la propria capacità di influenza scegliendo strumenti meno costosi, più ambigui o più difficili da neutralizzare: deterrenza nucleare, intelligence, cyberoperazioni, disinformazione, pressione energetica, reti di influenza, intermediari, diplomazia selettiva, operazioni clandestine e, quando ritenuto necessario, uso diretto della forza militare.
Il principio non è necessariamente conquistare tutto ciò che si vuole condizionare. Può essere sufficiente aumentare il costo delle decisioni dell’avversario, dividerne il fronte interno, ridurne la fiducia nelle istituzioni, moltiplicare interpretazioni incompatibili della realtà e costringerlo a reagire continuamente. Una potenza economicamente più debole può così acquisire una capacità di condizionamento sproporzionata rispetto alle proprie dimensioni economiche.
Le operazioni di influenza elettorale negli Stati Uniti mostrano bene questo metodo. Le valutazioni pubbliche dell’intelligence americana hanno descritto la Russia come il principale e più attivo attore straniero nelle operazioni di influenza connesse al ciclo elettorale 2024, indicando tentativi di colpire segmenti specifici dell’elettorato, amplificare narrazioni divisive, ridurre il sostegno all’Ucraina e utilizzare reti e personalità occidentali per rendere meno riconoscibile la provenienza dei messaggi. Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha inoltre smantellato nel settembre 2024 una vasta operazione conosciuta come «Doppelganger», che utilizzava domini contraffatti, account social, pubblicità, intermediari e contenuti generati anche mediante strumenti di intelligenza artificiale.
È però indispensabile distinguere influenza politica e manipolazione materiale del voto. Le fonti pubblicamente disponibili documentano operazioni dirette a modificare opinioni, fiducia, agenda politica e percezione dell’elettorato. Non dimostrano che Mosca abbia materialmente modificato il conteggio dei voti nelle elezioni presidenziali americane del 2024. Questa distinzione non attenua la gravità del fenomeno. Ne chiarisce il vero oggetto: il bersaglio non deve necessariamente essere l’urna; può essere il campo cognitivo e politico nel quale il cittadino arriva all’urna.
4. Il saggio del 2021 come manifesto
Il valore del testo del 2021 consiste innanzitutto nel fatto che precede l’invasione su larga scala del febbraio 2022. Non dimostra che ogni successiva decisione fosse già stabilita. Mostra però che l’architettura concettuale era pronta.
Nel saggio Putin afferma che russi e ucraini formano «un solo popolo», descrive la separazione fra i due Paesi come risultato anche di forze esterne, interpreta l’identità ucraina antirussa come costruzione artificiale e riconduce la sicurezza della Russia alla possibilità di limitare l’evoluzione strategica dell’Ucraina.
Il giorno successivo alla pubblicazione, rispondendo alle domande sul testo, Putin riconobbe formalmente il diritto di ogni Paese a scegliere la propria strada, ma aggiunse che tale libertà incontra dei limiti quando produce minacce alla sicurezza degli altri Stati. È un passaggio essenziale: la sovranità viene riconosciuta in astratto e successivamente condizionata dalla definizione russa della minaccia. Il principio di autodeterminazione viene così sottoposto a una gerarchia geopolitica.
Letto dopo il 2022, il saggio assume perciò il carattere di un manifesto anticipatore non perché contenga un piano militare, ma perché definisce il lessico attraverso il quale l’azione successiva diventa pensabile: unità storica, popolo unico, spazio spirituale comune, ingerenza occidentale, «anti-Russia», sicurezza esistenziale. La guerra non vi compare come inevitabile. La sua legittimazione concettuale è però già disponibile.
5. Perché questo metodo sembra spesso invisibile?
Dire che nessuno ne parla sarebbe inesatto. NATO, Unione europea, intelligence occidentali, governi e numerosi centri di ricerca descrivono da anni le attività ibride russe. Il problema è differente: questi elementi raggiungono frequentemente il dibattito pubblico in forma frammentata.
Un giorno si parla di un attacco informatico, un altro di una rete di disinformazione, un altro ancora di finanziamenti, energia, partiti europei vicini alle posizioni russe o trattative diplomatiche. La frammentazione produce un effetto paradossale: ogni episodio può essere visibile mentre la struttura che collega gli episodi rimane meno visibile.
Le democrazie hanno inoltre una difficoltà specifica. Per attribuire pubblicamente un’operazione clandestina devono produrre prove sufficienti, proteggere fonti e metodi, rispettare procedure giudiziarie e distinguere l’opposizione politica legittima dall’influenza straniera. Un sistema autoritario può invece operare più facilmente nella zona grigia nella quale il vantaggio nasce proprio dalla lentezza dell’attribuzione e dall’ambiguità.
La discussione mediatica tende infine a personalizzare: Trump contro Biden, destra contro sinistra, sovranisti contro europeisti, pacifisti contro interventisti. Ma una operazione di influenza straniera non deve necessariamente creare una frattura. Può limitarsi ad amplificarne una già presente. Il successo strategico consiste allora nel far apparire interamente autoctono ciò che dall’esterno è stato eventualmente selezionato, rafforzato o accelerato.
6. Stati Uniti, Trump e la logica della convergenza
Il rapporto fra Putin e Donald Trump deve essere analizzato senza trasformare l’affinità, la convenienza reciproca o la convergenza politica nella prova automatica di controllo personale. È documentato che Mosca abbia avuto interesse a influenzare il dibattito politico americano e a ridurre il sostegno occidentale all’Ucraina. È molto più difficile sostenere, sulla base delle sole fonti pubbliche, una dipendenza personale di Trump da Putin o una «complicità» nel significato proprio del termine.
Ciò che conta strategicamente è la convergenza. Una politica americana maggiormente transazionale, più scettica nei confronti di alcuni vincoli multilaterali e più disponibile alla negoziazione diretta fra grandi potenze può offrire a Mosca opportunità che non richiedono alcun controllo occulto dell’interlocutore.
Putin non deve necessariamente dominare l’interlocutore. Può essere sufficiente comprenderne priorità, interessi, conflitti interni e necessità politiche e utilizzare quelle condizioni quando coincidano con gli interessi russi. La domanda analitica diventa allora non soltanto «chi controlla chi?», ma: quali decisioni diventano più probabili quando gli interessi di due leadership differenti convergono, anche soltanto temporaneamente, nella riduzione dei vincoli multilaterali e nella rivalutazione della politica delle grandi potenze?
7. L’Europa: bersaglio, teatro e soggetto incompleto
L’Europa non è esterna alla guerra russo-ucraina: ne costituisce il principale spazio geopolitico circostante. Non è tuttavia corretto descrivere la NATO come neutrale. L’Alleanza ha definito pubblicamente la Russia una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica, ha rafforzato il proprio dispositivo sul fianco orientale e continua a riaffermare il principio di difesa collettiva.
Il problema politico è più sottile. L’unità formale dell’Alleanza deve continuamente trasformarsi in disponibilità effettiva dei singoli Stati ad assumere costi economici, militari e politici. Ed è precisamente questa relazione fra dichiarazione collettiva e volontà concreta che Mosca può avere interesse a mettere alla prova.
L’Europa rischia inoltre di essere contemporaneamente teatro della crisi, principale finanziatore regionale delle sue conseguenze e destinatario immediato delle minacce, senza avere ancora un’unità strategica pienamente proporzionata al proprio peso economico.
L’obiettivo russo non deve pertanto essere immaginato necessariamente come conquista diretta dell’Europa. Può essere sufficiente indebolirne la coesione, rendere più costoso il sostegno all’Ucraina, rafforzare le opposizioni alle sanzioni, alimentare sfiducia verso le istituzioni sovranazionali e favorire, quando possibile, il ritorno a rapporti bilaterali fra Mosca e singoli Stati. L’erosione della capacità collettiva costituisce già un risultato geopolitico.
8. Il punto cieco: la strategia non è un evento, ma un ambiente
Uno degli errori più frequenti dell’osservazione occidentale consiste nel cercare l’evento risolutivo: il server violato, il finanziamento decisivo, il ricatto, l’agente, il documento segreto capace di dimostrare una regia totale. Questi elementi possono esistere. Ma una strategia contemporanea di influenza può essere molto più diffusa.
Produce un ambiente nel quale l’avversario diventa progressivamente meno capace di distinguere conflitto interno e pressione esterna. Per questo la modalità putiniana può essere contemporaneamente visibile e sottovalutata. È visibile nelle singole operazioni; viene sottovalutata quando non se ne coglie la continuità.
Il potere non risiede soltanto nel risultato di ciascuna operazione, ma nella somma degli attriti imposti al sistema avversario: tempo politico consumato, risorse difensive, polarizzazione, sfiducia, cautela, paura dell’escalation, dipendenza dalla verifica continua. Una potenza asimmetrica conquista una parte della propria iniziativa quando riesce a costringere potenze economicamente superiori a organizzare continuamente una parte della propria agenda in funzione delle sue mosse.
9. Il vero messaggio del 2021
«Sull’unità storica di russi e ucraini» può dunque essere letto come un manifesto anticipatore della politica putiniana degli anni successivi. Non è un programma operativo e non va trattato come prova retrospettiva che tutto fosse già deciso. È forse qualcosa di più importante: una dichiarazione della struttura storica e politica entro cui l’azione futura diventa coerente.
Putin appare come il leader che ha tentato di trasformare la debolezza relativa della Russia in una strategia di condizionamento. Vuole sicurezza del regime, riconoscimento di status, profondità strategica, una sfera d’influenza e una revisione dell’ordine nato dalla fase di predominio occidentale successiva alla dissoluzione sovietica. Agisce utilizzando contemporaneamente forza militare, minaccia, intelligence, informazione, cyber, diplomazia e sfruttamento delle vulnerabilità interne alle democrazie.
Il punto forse più inquietante non è che tutto questo sia invisibile. È che sia visibile per frammenti.
10. L’uomo Putin, 1952-2026: biografia di una concezione del potere
1952-1969 | Leningrado: nascere dentro la memoria della guerra
Vladimir Vladimirovič Putin nasce il 7 ottobre 1952 a Leningrado. La sua nascita avviene sette anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ma la guerra costituisce ancora una presenza familiare e urbana. Il padre aveva combattuto ed era stato gravemente ferito; la madre aveva attraversato l’assedio di Leningrado. La città stessa era un enorme deposito di lutti, fame, resistenza e memoria dell’accerchiamento.
Non è metodologicamente corretto dedurre da questi dati una psicologia individuale lineare. È però importante riconoscere il mondo simbolico nel quale Putin cresce: sopravvivenza, vulnerabilità, accerchiamento, resistenza e necessità di non soccombere. Nelle successive autorappresentazioni autobiografiche, l’infanzia appare dura, fisica, competitiva. Il celebre racconto del ratto messo all’angolo — che improvvisamente si rivolta contro chi lo insegue — appartiene precisamente a questa autorappresentazione. Più che una spiegazione psicologica, è significativo che Putin abbia scelto quella scena per raccontare una lezione della propria infanzia: chi non possiede più una via d’uscita può diventare pericoloso.
1969-1975 | Disciplina, diritto e desiderio dei servizi
Da adolescente Putin pratica sambo e judo. Anche qui sarebbe improprio trasformare uno sport in una teoria politica. Disciplina, controllo dell’impulso, conoscenza dell’avversario e utilizzazione della forza altrui diventano tuttavia elementi ricorrenti della successiva autorappresentazione pubblica.
Studia diritto all’Università Statale di Leningrado e si laurea nel 1975. Nello stesso anno entra nel KGB. È un passaggio decisivo: l’uomo adulto si forma professionalmente non nella politica parlamentare, nell’impresa o nell’accademia, ma nell’apparato di sicurezza dello Stato sovietico.
1975-1989 | Il KGB e Dresda: la politica vista dall’intelligence
Nel KGB Putin apprende una grammatica professionale specifica: informazione, segretezza, reclutamento, valutazione delle vulnerabilità, controllo delle fonti, dissimulazione, pazienza operativa. La sua esperienza non deve essere mitizzata: Putin non appartenne ai massimi vertici dell’intelligence sovietica. Ma la cultura istituzionale nella quale trascorre gli anni formativi della propria vita adulta rimane rilevante per comprendere il futuro politico.
Dal 1985 opera a Dresda, nella Germania orientale. Nel 1989 assiste al collasso rapidissimo della DDR e dell’ordine sovietico nell’Europa orientale. Il momento assume nella sua biografia pubblica un valore emblematico: il centro politico sovietico non è più capace di garantire l’ordine periferico. Il problema che emerge non è soltanto la sconfitta ideologica del comunismo. È il vuoto lasciato da uno Stato che non riesce più a esercitare potere.
1989-1999 | Il crollo dell’URSS e il trauma politico della disgregazione
Il ritorno a Leningrado/San Pietroburgo coincide con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Gli anni Novanta sono per la Russia un periodo di liberalizzazione, ma anche di collasso economico, perdita dei risparmi, privatizzazioni traumatiche, crescita del potere oligarchico, criminalità, guerra cecena e drastica riduzione dello status internazionale.
Nel 2005 Putin definirà la dissoluzione dell’URSS una grande catastrofe geopolitica, collegandola esplicitamente al fatto che milioni di russi si ritrovarono fuori dai confini della Federazione e alla disgregazione economica e istituzionale interna. È essenziale non falsificare quella frase. Non equivale automaticamente al desiderio di restaurare il comunismo. Indica piuttosto la centralità della perdita di Stato, territorio, popolazione, continuità e potenza.
Tra il 1998 e il 1999 la sua ascesa accelera: direttore dell’FSB, poi primo ministro; il 31 dicembre 1999, dopo le dimissioni di Boris El’cin, diventa presidente ad interim. L’uomo dell’apparato arriva al vertice dello Stato.
2000-2007 | Ricostruire la verticalità
La prima fase presidenziale è dominata dalla ricostruzione della capacità dello Stato centrale. Putin ridimensiona l’autonomia politica di una parte degli oligarchi, rafforza il centro federale, ricostruisce l’autorità presidenziale e beneficia dell’aumento delle entrate energetiche. Il patto implicito diventa progressivamente leggibile: stabilità e recupero dello status in cambio di una crescente verticalizzazione politica.
Il discorso di Monaco del 2007 segna l’emersione internazionale di una Russia che rifiuta apertamente l’ordine unipolare e contesta l’espansione della NATO. È il passaggio dalla ricostruzione interna alla rivendicazione esterna: la Russia non accetta più di essere trattata come una potenza sconfitta.
2008-2014 | Dalla protesta alla revisione dell’ordine post-sovietico
La guerra russo-georgiana del 2008 mostra che Mosca è nuovamente disposta a utilizzare la forza nello spazio post-sovietico. Dopo l’intervallo presidenziale di Dmitrij Medvedev, Putin ritorna formalmente alla presidenza nel 2012. Le proteste russe del 2011-2012 e le rivoluzioni nello spazio post-sovietico rafforzano nella leadership russa la lettura delle mobilitazioni popolari anche come possibili strumenti della penetrazione geopolitica occidentale.
Nel 2014 la Crimea costituisce una cesura. La storia non è più soltanto narrazione identitaria: diventa argomento operativo nella ridefinizione di un confine.
2014-2021 | Guerra ibrida, pressione e costruzione dell’«anti-Russia»
Negli anni successivi la Russia combina strumenti militari, intelligence, cyber, informazione, diplomazia, energia e reti di influenza. Il metodo è asimmetrico. Non è necessario possedere la superiorità economica complessiva dell’avversario se si riesce ad aumentarne i costi, sfruttarne le divisioni e mantenere l’iniziativa.
L’Ucraina assume progressivamente un significato che supera Donbass e Crimea. Diventa il luogo nel quale si decide se lo spazio post-sovietico possa emanciparsi definitivamente dalla centralità russa. In questa cornice nasce il saggio del 12 luglio 2021.
Il testo rappresenta una soglia. Putin non presenta un piano militare, ma una filosofia politica della storia: origine comune, popolo sostanzialmente unitario, separazione favorita dall’esterno, costruzione di una «anti-Russia», sovranità ucraina formalmente riconosciuta ma sostanzialmente condizionata dalla sicurezza russa. La genealogia viene trasformata in una pretesa sul presente.
2022-2026 | La guerra come verifica della teoria
Perché proprio il 2022? La finestra strategica e la funzione del divide et impera
Il 2022 non è l’anno in cui Vladimir Putin diventa improvvisamente imperialista. È piuttosto l’anno nel quale sembra ritenere che una strategia preparata, sperimentata e progressivamente affinata per oltre vent’anni possa compiere un salto di scala.
Il primo Putin non ha interesse a chiudere la Russia in una stanza. Al contrario, ha bisogno dell’Occidente. Ha bisogno dei mercati europei, dei capitali, delle tecnologie, delle relazioni personali con i leader occidentali, dell’interdipendenza energetica e della legittimazione internazionale. Negli anni della ripresa russa questa apertura non costituisce necessariamente l’antitesi del progetto putiniano. Può essere interpretata anche come una sua fase.
La Russia recupera stabilità economica e capacità finanziaria, favorita dall’aumento dei prezzi delle materie prime e degli idrocarburi. Permane però una contraddizione strutturale: è una gigantesca potenza territoriale, nucleare, energetica e militare senza possedere una potenza economica equivalente a Stati Uniti, Unione europea o, progressivamente, Cina. È precisamente questa asimmetria a rendere necessaria una strategia capace di moltiplicare la forza russa senza disporre delle risorse economiche di un impero tradizionale.
Putin, dunque, non chiude il «ratto nella stanza». Ha bisogno di rimanere nella stanza occidentale: conoscerne i passaggi, stabilire rapporti, creare interdipendenze, osservare le contraddizioni e utilizzare le divergenze tra Stati e forze politiche. L’Occidente è contemporaneamente mercato, interlocutore, avversario, termine di paragone e spazio sul quale esercitare influenza.
È qui che il divide et impera assume una funzione centrale. Se la Russia non può confrontarsi simmetricamente con l’intero sistema occidentale, può tentare di impedirgli di comportarsi stabilmente come un soggetto unitario.
Il percorso che conduce al 2022 è lungo. Cecenia, Monaco 2007, Georgia 2008, Crimea e Donbass dal 2014, intervento in Siria dal 2015 costituiscono esperienze differenti attraverso le quali Mosca misura progressivamente possibilità e limiti dell’uso della forza.
Parallelamente Putin osserva l’Occidente. Iraq, Afghanistan, Libia, le difficoltà nel trasformare un’enorme superiorità militare in risultati politici durevoli, le divisioni europee e infine il ritiro americano dall’Afghanistan nell’agosto 2021 possono aver contribuito a consolidare una convinzione: l’Occidente rimane enormemente più potente della Russia, ma potrebbe essere meno disposto a sostenere nel tempo il costo politico, economico e umano del conflitto.
Non è necessario stabilire una causalità meccanica tra Kabul e il 24 febbraio 2022. Il ritiro dall’Afghanistan non «causa» l’invasione dell’Ucraina. Può però essere collocato all’interno di una sequenza capace di alimentare la percezione di un sistema occidentale stanco, diviso e strategicamente esitante.
Putin non deve convincersi di essere più forte dell’Occidente. Deve convincersi di poter essere più resistente dell’Occidente.
La guerra dimostrerà quanto almeno una parte di quel calcolo fosse sbagliata. Il Cremlino sottovaluta la capacità di resistenza dell’Ucraina e sopravvaluta la possibilità che l’Occidente, dopo una reazione iniziale, si divida rapidamente e accetti il fatto compiuto. L’errore sull’esito, tuttavia, non cancella la logica del metodo.
Cecenia, Georgia, Crimea, Siria, crisi dell’ordine occidentale, Afghanistan e infine Ucraina non devono essere artificialmente trasformati nelle tappe di un piano immutabile concepito fin dall’inizio. Possono però essere letti come esperienze successive attraverso le quali il potere russo acquisisce e verifica una convinzione strategica: la forza di Mosca non dipende soltanto dalle proprie risorse, ma dalla capacità di utilizzare debolezze, tempi e soprattutto divisioni dell’avversario contro l’avversario stesso.
Il 2022 non è l’anno in cui Putin cambia. È l’anno in cui Putin ritiene cambiato l’Occidente.
11. Dalla biografia al metodo: ciò che può essere inferito e ciò che non può esserlo
La sequenza biografica 1952-2026 non autorizza una psicodiagnosi retrospettiva. Non possiamo dedurre una guerra dall’assedio vissuto dalla madre, una politica estera dal judo o un regime politico da un episodio infantile. Possiamo però osservare una continuità fra alcune esperienze storiche, la cultura professionale nella quale Putin si è formato e il linguaggio politico che egli stesso ha successivamente adottato.
La costante più evidente è la centralità della vulnerabilità. Leningrado appartiene alla memoria dell’accerchiamento; Dresda alla memoria del collasso del centro; gli anni Novanta alla memoria della disgregazione dello Stato; Monaco 2007 alla contestazione dell’ordine unipolare; Crimea 2014 alla revisione dei confini; il saggio del 2021 alla ricostruzione genealogica dello spazio russo; la guerra dal 2022 alla trasformazione di quella concezione in azione.
L’ipotesi interpretativa centrale può allora essere formulata in termini più rigorosi: per Putin la sicurezza sembra significare più della capacità della Russia di difendersi da un’aggressione. Significa impedire che l’ambiente strategico circostante possa organizzarsi secondo una configurazione che Mosca percepisca come minacciosa.
È questo passaggio — dalla difesa del proprio territorio alla pretesa di condizionare le scelte strategiche altrui — che trasforma una dottrina di sicurezza in una politica di sfera d’influenza.
12. Ritratto sintetico: l’uomo e il sistema
L’uomo Putin non coincide interamente con il sistema Putin, ma nel tempo i due si sono sovrapposti sempre di più. La longevità al potere, la concentrazione decisionale, la selezione delle élite, il peso degli apparati di sicurezza e la progressiva riduzione degli spazi autonomi hanno fatto sì che la percezione politica del presidente assumesse un peso crescente nella definizione degli interessi dello Stato.
Ne emerge non l’immagine di un onnipotente stratega capace di prevedere ogni conseguenza, ma quella di un decisore estremamente persistente, capace di accettare costi elevati, modificare tattiche senza abbandonare facilmente gli obiettivi di fondo e concepire il tempo come risorsa strategica.
Il suo limite più pericoloso può coincidere con uno dei princìpi che ne hanno sostenuto la concezione del potere: interpretare la resistenza dell’altro non sempre come espressione autonoma di soggettività politica, ma come possibile effetto di una pressione o manipolazione esterna.
È precisamente questo limite che rende il saggio del 2021 così rivelatore. L’Ucraina vi appare raramente come soggetto pienamente autonomo della propria storia. Quando si avvicina alla Russia, quella scelta tende ad apparire naturale. Quando se ne allontana, l’allontanamento viene spiegato attraverso nazionalismo, potenze straniere, NATO o costruzione dell’«anti-Russia». L’asimmetria non è un dettaglio storiografico. È il punto nel quale la biografia politica dell’uomo incontra la struttura del suo progetto geopolitico.
13. Dopo l’Ucraina: qual è il limite del progetto putiniano?
Resta infine la domanda più difficile, e forse quella che conferisce senso retrospettivo all’intero percorso: dove termina il progetto di Putin?
La risposta più rigorosa è che non lo sappiamo. Sarebbe metodologicamente scorretto trasformare la guerra contro l’Ucraina nella prova dell’esistenza di un programma già definito di conquista militare della Polonia, dei Paesi baltici o, ancora di più, della Germania. Questi Paesi appartengono inoltre alla NATO. Un’aggressione diretta contro uno Stato membro modificherebbe radicalmente la natura del conflitto e porrebbe Mosca di fronte al sistema di difesa collettiva dell’Alleanza.
Il rischio di provocazioni, operazioni ibride, cyberattacchi, sabotaggi o altre iniziative nella cosiddetta zona grigia deve essere distinto dall’ipotesi di una guerra convenzionale deliberatamente iniziata contro l’intera NATO.
Ma forse la domanda deve essere formulata diversamente. Il progetto putiniano potrebbe non avere bisogno della conquista territoriale dell’Europa per conseguire una parte essenziale dei propri obiettivi.
Il risultato strategico più ambizioso potrebbe consistere nella trasformazione dell’ordine europeo: passare da un continente fondato, almeno formalmente, sull’eguaglianza sovrana degli Stati a uno spazio nuovamente organizzato secondo gerarchie di potenza, aree di sicurezza e sfere d’influenza.
In questo scenario la sovranità degli Stati minori non verrebbe necessariamente abolita. Verrebbe condizionata.
È precisamente ciò che rende l’Ucraina molto più di una guerra territoriale. La questione ucraina riguarda il principio secondo cui uno Stato può scegliere autonomamente la propria collocazione internazionale anche quando quella scelta contraddice gli interessi della grande potenza confinante. È questo principio che la concezione putiniana della sicurezza tende a relativizzare.
La Russia non possiede la forza economica necessaria per dominare simmetricamente l’Europa. Possiede però altri strumenti: arsenale nucleare, forza militare, intelligence, energia, capacità cyber, disinformazione, diplomazia bilaterale e capacità di sfruttare divisioni politiche già esistenti. Possiede soprattutto una notevole disponibilità a utilizzare il tempo come strumento strategico.
Da questo punto di vista il divide et impera acquista un significato più profondo. Non significa necessariamente controllare governi stranieri o creare artificialmente ogni divisione occidentale. Significa riconoscere le fratture esistenti, entrarvi, amplificarle quando possibile e impedire che una superiorità economica e demografica enormemente maggiore di quella russa riesca a tradursi stabilmente in una equivalente unità politica.
Anche il rapporto con gli Stati Uniti deve essere letto in questa prospettiva. Una convergenza fra Washington e Mosca su singoli obiettivi non dimostra una subordinazione personale di un leader all’altro. Può tuttavia produrre conseguenze strategiche favorevoli alla Russia qualora riduca la compattezza occidentale, rafforzi la bilateralizzazione dei rapporti fra grandi potenze o renda più incerta la capacità europea di agire come soggetto autonomo.
La questione decisiva non è quindi se Putin immagini carri armati russi a Varsavia o a Berlino. Non abbiamo elementi sufficienti per sostenerlo. La domanda più importante è un’altra: quale Europa sarebbe compatibile con la sua concezione della Russia?
Probabilmente un’Europa nella quale Mosca venga riconosciuta come potenza dotata di interessi speciali nel proprio spazio circostante; nella quale l’espansione delle alleanze occidentali non possa procedere indipendentemente dalla volontà russa; nella quale gli Stati posti fra Russia e Occidente conservino formalmente la propria sovranità, ma vedano ridursi la libertà di esercitarla contro gli interessi strategici di Mosca.
Se questa interpretazione è corretta, il progetto non coincide con la restaurazione dell’Unione Sovietica. È contemporaneamente meno nostalgico e più moderno: ricostruire non necessariamente i confini dell’impero, ma la gerarchia di potenza che rendeva quei confini possibili.
Ed è forse qui che il saggio del 2021 rivela fino in fondo il proprio significato. Putin non vi rivendica soltanto territori. Rivendica implicitamente il diritto di stabilire quali separazioni storiche siano legittime e quali costituiscano invece una mutilazione dello spazio russo; quali sovranità siano compatibili con la sicurezza di Mosca e quali diventino una minaccia; quali decisioni appartengano interamente a uno Stato e quali, per ragioni di storia e potenza, debbano tenere conto della volontà russa.
Il problema che l’Europa ha davanti non è dunque soltanto sapere dove possa fermarsi territorialmente la Russia. È decidere se accettare il principio politico che sta dietro alla guerra: che la sovranità di uno Stato possa essere tanto più limitata quanto più esso è vicino a una grande potenza.
Per questo il 2022 potrebbe non rappresentare soltanto l’inizio di una guerra. Potrebbe rappresentare il tentativo di riaprire una questione che l’Europa riteneva sostanzialmente chiusa con la fine della Guerra fredda: chi possiede, in ultima istanza, il diritto di decidere il destino degli Stati collocati fra le grandi potenze?
Nota metodologica
Questa analisi distingue deliberatamente fatti documentati, inferenze strategiche e ipotesi interpretative. Le operazioni russe di influenza, disinformazione e attività ibride sono documentate da numerose fonti istituzionali occidentali.
Non è invece metodologicamente corretto trasformare automaticamente tali evidenze nella prova che Mosca abbia modificato materialmente i risultati elettorali statunitensi del 2024, che controlli singoli leader occidentali o che ogni convergenza politica con posizioni russe derivi da un rapporto occulto. Allo stesso modo, l’aggressione contro l’Ucraina e le attività russe rivolte all’Europa non costituiscono di per sé la prova dell’esistenza di un piano prestabilito di invasione dei Paesi NATO.
La forza dell’ipotesi interpretativa proposta in queste pagine consiste precisamente nel non avere bisogno di queste conclusioni non dimostrate. La questione non è attribuire a Putin un’onnipotenza strategica che i fatti hanno più volte smentito. È comprendere la continuità di una concezione della potenza.
Una concezione nella quale sicurezza, storia, sovranità e influenza tendono continuamente a sovrapporsi e nella quale la libertà strategica dell’altro diventa problematica quando entra in collisione con la definizione russa della propria sicurezza. È forse questa, più di ogni ipotesi sulla prossima guerra, la domanda che il saggio del 2021 continua a porre all’Europa.
Fonti essenziali
· Vladimir Putin, «On the Historical Unity of Russians and Ukrainians», 12 luglio 2021; Presidenza della Federazione Russa.
· Vladimir Putin, risposte alle domande sul saggio «On the Historical Unity of Russians and Ukrainians», 13 luglio 2021; Presidenza della Federazione Russa.
· Vladimir Putin, Annual Address to the Federal Assembly, 25 aprile 2005.
· Vladimir Putin, intervento alla Munich Security Conference, 10 febbraio 2007.
· Vladimir Putin, Address by President of the Russian Federation, 18 marzo 2014.
· Office of the Director of National Intelligence (ODNI), Annual Threat Assessment 2024; Election Security Updates, luglio-novembre 2024.
· U.S. Department of Justice, 4 settembre 2024, operazione contro la rete di influenza russa «Doppelganger».
· NATO, Statement by the North Atlantic Council on recent Russian hybrid activities, 2 maggio 2024, e successive dichiarazioni ufficiali sulla minaccia russa e la difesa collettiva.
· Consiglio dell’Unione europea, misure restrittive contro attività ibride russe, manipolazione informativa e disinformazione, 2025-2026.
· Maria Domańska, Piotr Żochowski, OSW Centre for Eastern Studies, analisi del saggio di Putin del 2021.











