Cose belle13 ottobre 2018 15:42

Balduino Astengo, un discorso di vera emozione

Il nipote di Cristofino Astengo rompe la retorica con un intervento commovente: testo e video

Balduino Astengo, un discorso di vera emozione

Un mese fa, la sera del 13 settembre, quando ho appreso la notizia della distruzione della lapide che ricorda il sacrificio dei sette Martiri che furono qui trucidati il 27 dicembre del 1943, la mia prima reazione è stata di sgomento e di angoscia mista a sorpresa. Per molti giorni sono rimasto come stordito, sconvolto da ciò che era avvenuto. In me sono riemersi antichi ricordi, antiche paure, che pensavo per sempre sopite.

Sono trascorsi 75 anni, ormai, da quel triste giorno in cui mio zio Cristofìn e i suoi sei compagni di sventura – Aniello, Arturo, Aurelio, Carlo, Francesco e Renato – furono fucilati in questo Forte. Un luogo che, da allora, per la mia famiglia e per moltissimi Savonesi, è sacro ed è assurto al simbolo più alto della tragica assurdità della guerra.

Da quel giorno, ogni anno, in quella triste ricorrenza, ogni 27 dicembre, la nostra famiglia è sempre venuta qui a deporre sette rose rosse in ricordo di mio zio e dei suoi sfortunati compagni. Fu mio padre il primo e, da quarant’anni, ormai, sono io a venir qui, ogni anno. E, dopo di me, sarà mio figlio a prendere il mio posto.

Mi sono domandato più volte, in questa settimana, perché questo atto fosse avvenuto, perché qualcuno avesse pensato di compiere un simile gesto che, all’inizio, francamente, mi pareva incomprensibile. Perché si era voluto distruggere una semplice lapide, posta in un luogo non facile da raggiungere, quasi abbandonato, che pochi, in città, conoscono e frequentano?

Ho riflettuto molto. Poi ho compreso.

Ho capito quanta incredibile importanza, in realtà, potesse avere. Pur trovandosi in un luogo nascosto, questa lapide ha tuttora una grandissima funzione: quella di mantenere viva la memoria, di mantenere vivo il ricordo di ciò che è stato. Che qualcuno, distruggendola, ha sperato di poter cancellare.

Il mio sconcerto è stato ancor più grande quando, su una pagina Facebook di cui, qui, non voglio neppure pronunciare il nome, il signore che la gestisce ha avuto l’incredibile arroganza di rivendicare ciò che era stato compiuto, definendo “traditori” i sette Martiri. Leggendo i post di questo personaggio e i commenti scritti dai suoi seguaci, sono stato sommerso dall’amarezza. I nostri caduti – e non solo loro, anche la Sindaco di Savona, qui presente – sono stati offesi e vilipesi. La memoria dei nostri morti è stata calpestata. Persino il nome dell’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini è stato volgarmente infangato con epiteti irripetibili. Con un linguaggio triviale ed osceno, facendo leva sulla più cupa bassezza cui può giungere l’animo umano, si è cercato, in queste settimane, di provocare quelli che venivano considerati dei nemici e degli avversari, nella speranza di attizzare il fuoco dell’odio e di suscitare possibili episodi di violenza.

Tra gli insulti ricorrenti rivolti agli uomini che si batterono per la libertà del nostro Paese, su quella pagina Facebook, ve n’è uno che mi ha colpito in particolare: quello di “zecche”. Lo stesso termine che i nazisti, negli anni Trenta, usavano nei confronti degli Ebrei.

Questo signore e i suoi amici esaltano il fascismo ed il nazismo. Sono dunque passati invano 75 anni? Non hanno compreso quale assurda e violenta visione del mondo avessero Hitler e Mussolini? Davvero, come scrivono, sono convinti che i due dittatori che avevano trascinato il mondo in guerra rappresentassero il bene assoluto e che chi si opponeva loro, come affermano, fossero dei “terroristi”?

Tutto questo odio, questo linguaggio violento, mi lasciano atterrito.

Hanno distrutto questa lapide e se ne vantano. Io rispondo loro: provate a infrangerla di nuovo. Torneremo nuovamente a ricollocarla qui, in questo luogo. Non ci farete tacere, non smetteremo mai di ricordare i nostri morti, che diedero la vita per costruire un Italia libera e migliore.

All’odio di chi, ancora oggi, nel 2018, esalta il fascismo e tenta di emularlo, noi, come chi ci ha preceduto, opponiamo una visione completamente diversa della società e del mondo.

Noi non rimpiangiamo affatto – come loro – la dittatura e gli anni del Regime, ma siamo felici di vivere in uno Stato democratico.

Non riusciamo a comprendere le ragioni di chi è indotto a desiderare di vivere dominato da sentimenti di una rabbia, di un astio, di un risentimento, di un odio così radicati e profondi.

Mio zio e i suoi compagni di lotta si batterono per costruire un’Italia migliore e più giusta. Una società dove potesse esistere la pace, la fratellanza, il rispetto dell’altro, la comprensione di ogni forma di diversità.

All’odio, mio zio Cristofìn e i miei cari hanno sempre risposto con l’amore. Per tutta la loro esistenza.

C’è un episodio, in particolare, che voglio raccontare. Un giorno, all’inizio degli anni Cinquanta, a Torino, mentre si celebrava il processo contro i carnefici dei sette Martiri del Forte della Madonna degli Angeli, fu richiesto a mio padre Giuseppe e a mio zio Ernesto, da parte degli avvocati degli imputati, il perdono. Io ero presente quel giorno. Senza esitare, mio papà e mio zio glielo concessero. Poco dopo, mi spiegarono che se, davvero, si voleva costruire un’Italia nuova e migliore, si doveva rompere, una volta per tutte, quella tremenda catena di odio e di vendette che, per troppi anni, aveva funestato il nostro Paese.

Oggi, come allora, io sono d’accordo con loro.

Oggi, come nel 1940, risuonano tristemente attuali queste parole che concludono un film famosissimo, Il grande dittatore, di Charlie Chaplin:

«Tutti noi, esseri umani, dovremmo aiutarci sempre; dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti: la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica. Ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotto a passo d’oca a far le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi; la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza, e tutto è perduto».

Grazie.

Balduino Astengo

Qui il video dell'intervento:



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