Crisi Complessa01 marzo 2019 11:39

C'era una volta mamma Ferrania

A pochi metri dai cancelli di quella che era “la città del Cinema”, che produceva le pellicole della commedia all’italiana, l’erba invade i cortili delle palazzine, abbandonate come certi quartieri dell’Est Europa dopo il crollo del socialismo. Un proiettore divorato dalla ruggine presidia ancora una sala del “Dopolavoro”, che, sin dagli anni 30, offriva ai dipendenti un bar, un teatro e un cinema

C'era una volta mamma Ferrania

“Questo era il ‘Palazzo degli Scapoli’ – racconta Antonio Mastromei che in Ferrania ha passato 36 anni -, la palazzina che ospitava i laureati neo-assunti. Ci ho vissuto dal settembre 1960 fino all’agosto 1961, quando mi sposai. Ho passato molte sere da solo, ma ero già fidanzato. Però in valle c’era una vera e propria ‘caccia allo scapolo’, soprattutto da parte delle figlie dei capireparto”. Pare che alcune passioni non fossero proprio disinteressate. “La levatrice di mio figlio – racconta Mastromei – diceva che, prima della guerra, vigeva una specie di ius primae noctis. Era una fabbrica di interesse nazionale e per entrarci si faceva di tutto”.

Sulla strada deserta passa solo qualche auto. “È molto triste guardare questo cancello – dice Giamauro Ardizzone, 90 anni, ex-dirigente della Ferrania – quando c’eravamo noi, al mattino, entravano mille persone. C’era una vera affezione per la fabbrica. Ricordo un inverno in cui gli autobus erano bloccati e gli operai, pur di lavorare, arrivarono a piedi, nella neve”.

Se i dipendenti più anziani ricordano la ditta come una grande famiglia, quelli falciati dalla chiusura definitiva del 2013 masticano amaro, come Furio Mocco, un ingegnere informatico che è stato uno dei portavoce dei lavoratori. “Avevo un curriculum di tutto rispetto. Quando abbiamo avuto la certezza della chiusura ho spedito 12mila curricula in tutta Italia, che hanno prodotto due o tre colloqui. Le risposte erano: ‘Possiamo offrirle un impiego da neoprogrammatore’. Si parlava di compensi molto più bassi, tra i 1100 e i 1200 euro, con trasferimenti su Milano o Torino a mie spese, ma avrei accettato qualsiasi cosa pur di arrivare alla pensione (avevo 55 anni). Invece dopo un po’ mi richiamavano e: ‘Nella posizione che abbiamo aperto c’è un limite di età’. Alla fine ho ripiegato su una contribuzione volontaria, ma mi sono dissanguato”.

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Mimmo Lombezzi per Il Fatto Quotidiano