(ove non specificato, i virgolettati e i corsivi sono tratti dai testi e dalle interviste di Lauro De Marinis)
Farfalle libere
Mangerete polvere,
cercherete d’impazzire
e non ci riuscirete,
avrete sempre il filo
della ragione che vi
taglierà in due.
Ma da queste profonde
ferite usciranno
farfalle libere.
Alda Merini
Sei anni fa.
Sono passati esattamente sei anni da quando, su queste pagine e poi sulla Domenica de “Il Sole24ore”, scrivevo per la prima volta di Lauro De Marinis, noto come Achille Lauro.
Era il 3 aprile del 2020 e il suo singolo 16 marzo, oggi conosciuto e cantato da tutti anche in seguito al duetto dell’ultimo Festival di Sanremo con Laura Pausini (che ha incluso il pezzo nel suo ultimo album), era appena uscito, nel cuore più nero della pandemia da covid-19.
Qualche giorno dopo l’inizio del lockdown di marzo 2020, da questa testata avevamo diffuso il primo corto del video-progetto “io resto a casa-aspettando”, che ci ha tenuti impegnati con un video alla settimana per oltre un anno nel momento più cupo della pandemia; il progetto aveva avuto l’adesione di Achille Lauro e ogni corto, infatti, è sviluppato intorno a una delle sue canzoni (nel primissimo c’era la struggente C’est la vie).
È molto emozionante, dunque, tornare a scrivere di Lauro oggi, senza mascherine, restrizioni, zone rosse e zone gialle, notizie quotidiane sul numero delle vittime e immagini che restano nella mente e negli occhi di tutti ora e per sempre.
Ed è emozionante anche perché attualmente, e da qualche tempo ormai, l’artista nato a Verona nel 1990 occupa le pagine delle più importanti testate nazionali, rilascia interviste per le principali emittenti radio-televisive, partecipa a eventi sempre più prestigiosi e riempie i palazzetti di tutta Italia (e presto gli stadi). Ma chi scrive lo segue, ascolta e “studia” dai suoi esordi, e sei anni fa in qualche modo “vedeva” tutto questo. Certamente se (e glie)lo augurava… Anche se si sa che la realtà quasi sempre supera l’immaginazione.
Un sogno, e una realtà, quelli che Achille Lauro sta vivendo, che lo porteranno tra giugno e luglio del 2027 in otto stadi italiani con lo show “Per sempre noi”, che inizierà da Udine e si chiuderà a Messina (in fondo le date).

Un sogno costruito con talento, indubbiamente, ma anche con «impegno, ostinazione, disciplina, metodo, ossessione del controllo», ambizione e passione (Pour l’amour, titolo del quarto album del 2018, è la scritta di uno dei suoi tanti tatuaggi). La passione di chi ha fatto della musica, dell’arte, della bellezza la sua «missione di vita», e malgrado il successo si ricorda sempre da dove è partito e continua a conservare «il fuoco».
Dieci anni fa usciva “Ragazzi madre”, l’album che ha inaugurato la walk of fame di un artista che non smette di sorprendere, prima di tutti se stesso.
È di qualche giorno fa la notizia che Amore disperato, incluso nell’ultimo album “Comuni mortali” del 2025, è doppio Disco di Platino, e Perdutamente è Disco d’Oro; sarebbe noioso elencare i tanti successi di questi ultimi anni, ma non è assolutamente scontato, specialmente all’interno di una realtà musicale e artistica quale è quella contemporanea, sempre più complessa, per certi aspetti, e decisamente più povera rispetto al passato per altri.

Eppure Lauro, con la sua tensione costante e nodale, nei testi e nelle produzioni, tra vita e arte, inscindibili nel suo caso, è riuscito a imporsi e a brillare con un’aura personalissima, fatta di energia, sensibilità, carisma, presenza scenica unica, voce molto particolare, introspezione, ma anche gentilezza, legame stretto con il suo pubblico, scelte non convenzionali.
E senza rinunciare all’alone misterioso e maudit che ne caratterizzava gli inizi, ha aperto continuamente nuovi percorsi, ha sperimentato nuove vie, senza paura di essere accusato di piegarsi alle logiche di mercato.
Ha mantenuto inalterato il fascino “senza macchia e senza paura” del deliquente, figlio di un bar, o di Lucifero il ribelle la giacca di pelle, imparando però a proteggere quella creatura strana prima di tutto da se stesso (ricorrono, non solo nel singolo più recente In viaggio verso il paradiso, immagini legate alla cura, alla salvezza, alla protezione).
Achille, insomma, ha capito che ha un’armatura (forse) invincibile: la sua anima, la sua creatività.
Domenica scorsa 29 marzo il concerto all’Unipol Arena di Bologna a cui abbiamo assistito insieme a più di tredicimila spettatori ha chiuso il tour che ha portato Lauro De Marinis in quindici palazzetti italiani, tutti sold out.

Simbolicamente, tornare a scriverne ora, a sei anni dalla prima volta, mentre prepara lo show “Comuni Immortali” in programma nel mese di giugno 2026 (il 7 allo stadio Romeo Neri di Rimini, il 10 allo Stadio Olimpico di Roma, sold out, e il 15 a San Siro, anch’esso sold out), rappresenta quasi la chiusura di un cerchio.
Un cerchio che, dai tempi della vita «randagia» del «ragazzo madre» che scriveva canzoni sui fogli tutta la notte e muoveva i primi passi nella trap, nell’hip-hop, nel punk-rock, fino alle prime partecipazioni a Sanremo che lo hanno portato alla ribalta nazionale, Lauro ha percorso con una traiettoria del tutto inedita, originale e in continua evoluzione e tras-formazione.
Ogni sua apparizione e performance, da Sanremo a X Factor, dalla chiusura delle Olimpiadi di Milano Cortina ’26 ai concerti, è accolta da bagni di folla e apprezzamenti quasi unanimi anche da parte della critica, che un tempo non lo capiva o lo dipingeva come una delle tante meteore dello show-business. Ma si sa che chi sceglie di essere autentico deve accettare di non essere compreso da tutti.
E infatti lui “se ne frega” e va avanti per la sua strada.
Mai presa la strada giusta / E se poi sarà l’alba o la fine per noi / non ci importa di nulla, canta in Walk of fame.
Si trasforma, dunque.
È lui stesso, del resto, a suggerire ed evocare nei testi e nelle immagini (non dimentichiamo che il percorso di Achille Lauro è sempre anche visivo, estetico, capace di unire più livelli espressivi) un’avvenuta metamorfosi, preludio di qualcosa o qualcuno che è ancora in viaggio.
La copertina dell’ultimo album, così come i video che scorrono sul maxischermo alle spalle dell’artista nel corso dei recenti concerti, fissano un’immagine su tutte: la farfalla.
Non è la prima volta che Lauro fa riferimento a creature alate, da Lucifero a Icaro, dagli angeli all’aquila. Ha abituato l’ascoltatore attento a innumerevoli riferimenti alla mitologia (a partire dal suo nome), all’epica, alla letteratura, alla storia dell’arte.
Questa volta però l’immagine, per l’essenza stessa dell’animale scelto, una farfalla, è più fragile rispetto al passato e al contempo più potente, e il messaggio è rinnovato anche dal titolo del disco, Comuni mortali, che ci ricorda appunto la vulnerabilità, l’essere effimeri, che ci accomuna tutti.
La potenza della farfalla è in questa
attitudine al volo,
che le concede prati di maestà
ed i volteggi facili nel cielo.
(Emily Dickinson)
Non è un’immagine aggressiva, artificiosa o artificiale, non è dannata o beata, e non è immortale: è metafora di un cambiamento naturale.
Sembra che voglia dire, e dirci, che il bruco è uscito dalla crisalide ed è diventato farfalla. Da barabba a maragià, come scrive in Lauro, titletrack del 2021.
Nel trentacinquesimo anniversario del sublime thriller “Il silenzio degli innocenti” (con Jodie Foster e Antony Hopkins nel ruolo dello psichiatra cannibale Hannibal Lecter), la cui locandina recava la fotografia di un volto con una falena sulla bocca, risulta impossibile non pensare che ci sia questo riferimento, tra i tanti, negli intenti di un artista che conosce molto bene, e frequentemente cita, il cinema.
Anche nel capolavoro a tinte noir di Jonathan Demme c’era la metamorfosi, da bruco a farfalla, di un personaggio controverso e perturbante alla ricerca della sua identità.
Dopo essere passato attraverso molti personaggi (tra cui, nel Sanremo del 2020, San Francesco, la Marchesa Casati Stampa, Elisabetta I), aver esplorato l’iconografia cristiana, aver raccontato e incarnato epoche diverse, mode, stili, generi musicali, “quadri” in senso anche teatrale, e dopo aver indossato molte maschere, tutte rappresentative delle sue mille sfaccettature («sono dieci persone diverse nello stesso giorno», ha dichiarato recentemente in un’intervista a Repubblica), Achille Lauro, non senza dolore, è diventato farfalla.
Ossia uomo.
È cresciuto, ha cercato, si è cercato.
«Diventare se stessi non è un atto improvviso, ma una lotta eterna contro le paure, le aspettative degli altri, contro la tentazione di restare comodi», scriveva Nietzsche.
Nel 2021, quando sul palco di Sanremo portò cinque generi musicali e artistici, facendosi opera d’arte, nella serata dedicata al glam rock, alla ribellione e alla libertà, formulò una preghiera: Dio benedica chi è.
Chi è, adesso, Lauro De Marinis?
Un artista. Un cantautore. Un performer.
Lo era anche prima? Certo.
Ma ora (forse) non si sente (più) l’eroe greco nato da Teti, immerso nel fiume Stige o bruciato nel fuoco per avere l’immortalità. O la ninfa Dafne trasformata in Lauro, albero sempreverde simbolo di gloria perenne: (forse), ora si sente un comune mortale, nell’accezione più pura e dolente del termine, che ha scelto il canto come via privilegiata di espressione di un universo ricchissimo, luminoso, malinconico.
E appunto per questo è tutto fuorché un mortale comune.
Finché dura il canto, il peso del Fato si oblia, come nella decadente, bellissima poesia di Giovanni Pascoli La cetra d’Achille.
Lontano dall’immagine guerriera, il nuovo Achille Lauro placa il dolore e il ricordo della (propria) battaglia attraverso l’arte e la musica, che diventano per l’anima (non solo la sua, ma quella di chiunque) una terapia capace di lenire la ferocia del destino e l’angoscia della morte.
Sembrerebbe tutto facile. Ma, Lauro insegna, a volte è complicato.
Egli, infatti, spesso getta semi disparati, lancia messaggi contrastanti, da decriptare.
La farfalla, nei video e anche nella cover del disco, brucia lentamente.
È destinata a morire presto, l’ultima versione di sé che ci sta mostrando, o come un’araba fenice, simbolo universale di immortalità, a rinascere dalle sue ceneri? O ancora, Lauro sta annunciando la morte definitiva di una parte di sé, quella che appartiene al (suo) passato, privato e musicale, che vuole lasciarsi alle spalle, o invece sta dicendo che in fondo è sempre lo stesso, solo più maturo e consapevole, in-cosciente giovane che si è bagnato-purificato nella Fontana di Trevi come Mastroianni, Idol Immortale perché (pur) sempre Achille?
Una possibile risposta la fornisce il docufilm Ragazzi madre: L’Iliade, del 2023, che inizia proprio con il riferimento all’eroe della mitologia greca, figlio di Teti (ninfa dotata, guarda un po’, del potere della metamorfosi). Teti racconta e simboleggia la fierezza del mare, la caparbia perseveranza delle sue onde instancabili, e il suo mito ci parla di acque profonde che generano la vita.
Seguendo la suggestione mitologica, la Teti di Lauro è Cristina, la sua mamma, a cui ha dedicato la canzone omonima, che in concerto non canta: si toglie il microfono e lascia cantare il pubblico. Vestita di sole, una dea, la madre di Lauro diventa negli intenti dell’artista il simbolo di tutte le madri «che hanno cresciuto i figli da sole». Finalmente non è (più) un ragazzo madre, e può permettersi di essere (un) figlio.
Ricordiamo che Lauro, tra i tanti progetti, ha appena costituito “Fondazione Madre”, un’organizzazione no-profit indirizzata al sostegno di giovani in situazioni di disagio, dipendenze, fragilità, disturbi psichici. La Fondazione contempla la casa di accoglienza Ragazzi Madre, a Zagarolo, e “Ali tra le corsie”, incontri e attività nei reparti pediatrici e negli istituti penali (qui il link: https://fondazionemadre.com/).
Pensata e realizzata insieme ad Andrea Marchiori, Fondazione Madre ha le sue radici, come racconta Lauro, nei valori di accoglienza che gli ha trasmesso la madre e nella sua storia personale. Il logo scelto è una farfalla… Perché tutti possono cambiare, ri-nascere, avere un’altra, mille altre, possibilità. E, chissà, volare. E lui lo sa bene.
«Non siamo grandi per quello che possediamo, ma per ciò che siamo capaci di dare», scriveva D’Annunzio.
Le canzoni più “vecchie” proposte in concerto sono Cadillac, Bvlgari, Thoiry, fino a Rolls Royce, in cui tantissimi applausi e ovazioni sono anche per tutta la band e meritatamente per Boss Doms, il chitarrista, dj, artista a tutto tondo al fianco di Lauro da molto tempo. Speriamo che nei concerti futuri scelga di inserire in scaletta anche le conturbanti, splendide Penelope e Teatro & Cinema, tra le tante.
Grande spazio hanno i pezzi più recenti, specialmente le ballad Amore disperato, Che sarà, Amor, omaggio alla città eterna come già Roma del 2019 (più espressionista e cupa, quest’ultima, non presente in concerto).
Come sul palco dell’ultimo Festival di Sanremo, a Bologna e nel tour appena terminato Lauro interpreta il favoloso pezzo Perdutamente con la soprano Valentina Gargano: un momento di grande intensità e commozione, che rimarrà indissolubilmente legato al ricordo delle vittime della tragedia di Crans-Montana e che Lauro dedica «a tutte le persone in difficoltà, a chi questa notte si sente perso e a tutti noi, perdutamente in mare aperto».
Un testo stupefacente, ancor più perché scritto e composto prima del tragico, ultimo Capodanno delle giovani vittime del locale svizzero, e pertanto tristemente profetico:
E se bastasse una notte, sì, per farci sparire / Cancellarci in un lampo come un meteorite / Sì, godersi l’impatto e non ci importa la fine / Se si incendia lo spazio, amore, abbassa il tettino/ Perdutamente, siamo in mare aperto / Perdutamente, è già mattino presto / Se mancasse una notte, voglio un nuovo vestito / Se per Dio siamo niente, di niente, di niente / Un fuoco d’artificio…
Ed è così, forse, che si sente ora, in ultima analisi, Achille Lauro.
Perdutamente in mare aperto.
Come la maggior parte di noi, comuni mortali.
Anche per questo tantissimi lo sentono così vicino.
E, malgrado l’aura, Lauro diventa umano, troppo umano, per citare ancora Nietzsche:
«Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e fantastica visione di bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito» (da La Gaia Scienza).
In un oceano di luci e di voci, il tour finisce con Incoscienti giovani.
Fuori dal palazzetto bolognese, migliaia di fan lo aspettano per una foto e continuano a cantare i suoi successi mentre si dirigono verso le navette o le auto.
In mezzo ai cori, riecheggia 16 marzo.
Oh, oh-oh-oh, oh-oh-oh, il 16 Marzo…
È (come fosse) domenica. Domenica…
Era domenica anche sei anni fa, il giorno prima dell’estensione del lockdown a tutto il territorio nazionale. Quella sera nessun canto, quasi nessuna voce poteva risuonare per le strade a causa della pandemia.
“La sera del dì di festa” di leopardiana memoria si fonde nostalgicamente con tutte le altre emozioni e parole:
ed alla tarda notte/ Un canto che s’udìa per li sentieri/ Lontanando morire a poco a poco, / Già similmente mi stringeva il core (Giacomo Leopardi).
E davvero si ha l’impressione, con il “core stretto”, che sulle note e sulle strofe di oggi e di ieri si chiuda un cerchio, carico di ricordi di quella maledetta primavera del 2020.
Per quanto riguarda Lauro, invece, il suo percorso richiama più una spirale che un cerchio, poiché rimane aperto e proteso verso il futuro, in senso ascendente e discendente.
La spirale è simbolo cosmico, della temporalità, della vita, della fecondità, della permanenza dell’essere attraverso le fluttuazioni del cambiamento.
Esprime la forza vivificatrice dello spirito umano che si rinnova senza sosta, effettuando delle morti e delle rinascite.
Achille Lauro è in crescita, artistica e umana, è en voyage, e la sua metamorfosi non può che passare attraverso morti e ri-nascite di (alcuni suoi) sé.
Come scriveva Lustius Keller in un saggio mirabile dedicato al simbolo, in arte e nella vita psichica, della spirale, chi compie un percorso di questo tipo può essere solo «colui che è consapevole dei propri abissi: il sognatore».
Mi si perdonerà una definizione su tutte, al termine di questo lungo racconto-articolo su Achille Lauro, il concerto bolognese, il tempo che passa, la vita e l’arte: Lauro è un sognatore. A cui auguriamo di continuare a sognare e creare.
Un sognatore che è riuscito a vivere il suo sogno (privilegio-benedizione-dannazione di pochi) e a farlo sentire e vivere a chi lo segue. Da sempre, da qualche anno o da pochi mesi, non ha importanza.
«Il vertice dell’Arte, e la cosa più difficile, non è far ridere o piangere, ma agire al modo della natura, cioè far sognare», affermava Gustave Flaubert.
E forse il vero senso della vita è in ciò che riusciamo a sentire e far sentire, alla passione che siamo capaci di trasmettere, al conforto, alla cura, al sogno che siamo in grado di donare (anche) con una canzone.
Poi dimmi “è finita”.
Zittiscimi.
-----------------------
https://linktr.ee/progetto.visioni
https://www.lanuovasavona.it/2020/04/03/leggi-notizia/argomenti/cose-belle-1/articolo/16-marzo.html
ACHILLE LAURO – PER SEMPRE NOI 2027
3 GIUGNO 2027 UDINE – BLUENERGY STADIUM –
6 GIUGNO 2027 BOLOGNA – STADIO DALL’ARA –
11 GIUGNO 2027 BARI – STADIO SAN NICOLA –
15 GIUGNO 2027 MILANO – STADIO SAN SIRO –
22 GIUGNO 2027 TORINO – ALLIANZ STADIUM –
26 GIUGNO 2027 PADOVA – STADIO EUGANEO
30 GIUGNO 2027 ROMA – STADIO OLIMPICO –
10 LUGLIO 2027 MESSINA – STADIO FRANCO SCOGLIO –















