Ciò che oggi appare come un conflitto senza fine affonda le proprie radici nel crollo dell’Impero Ottomano e nella spartizione dei suoi territori arabi da parte delle potenze coloniali europee. Siria, Palestina e Libano divennero il terreno sul quale si intrecciarono imperialismo, nazionalismi emergenti, aspirazioni di autodeterminazione e progetti coloniali incompatibili tra loro.
Gli Accordi Sykes-Picot (1916)
L’Accordo Sykes-Picot fu un accordo segreto stipulato nel maggio 1916 tra Gran Bretagna e Francia, con l’assenso della Russia zarista. Mentre la Prima guerra mondiale era ancora in corso, le potenze europee si accordarono sulla futura spartizione dei territori arabi dell’Impero Ottomano.
L’accordo prevedeva:
* il controllo francese sul Libano e sulla Siria;
* il controllo britannico sulla Mesopotamia e sulle aree strategiche che conducevano al Canale di Suez e all’India;
* una speciale amministrazione internazionale per la Palestina.
Tutto questo avveniva mentre Londra prometteva contemporaneamente agli arabi una futura indipendenza in cambio della loro rivolta contro gli ottomani.
Quando il contenuto dell’accordo venne reso pubblico nel 1917, apparve evidente che il principio di autodeterminazione dei popoli era già subordinato agli interessi coloniali delle grandi potenze.
La Dichiarazione Balfour (1917)
La Dichiarazione Balfour è una lettera di appena 67 parole, datata 2 novembre 1917, inviata dal ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour a Lord Walter Rothschild.
I suoi punti essenziali sono pochi ma enormemente conseguenti.
1. Sostegno britannico a un “focolare nazionale ebraico”
La frase centrale afferma:
«Il Governo di Sua Maestà vede con favore l’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico.»
Non si parla di “Stato ebraico”, ma di national home (“focolare nazionale”), formula volutamente ambigua.
2. Impegno britannico a favorirne la realizzazione
La Gran Bretagna si impegna a utilizzare i propri mezzi politici per favorire questo progetto.
3. Tutela delle popolazioni non ebraiche
La dichiarazione aggiunge una clausola fondamentale:
Nulla dovrà essere fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina.
Qui emerge una delle grandi ambiguità storiche:
* gli arabi palestinesi costituivano circa il 90% della popolazione;
* non vengono nominati come “popolo”;
* si parla soltanto di “comunità non ebraiche”;
* vengono riconosciuti diritti civili e religiosi, ma non diritti politici o nazionali.
4. Tutela degli ebrei della diaspora
Si specifica inoltre che non devono essere lesi i diritti degli ebrei residenti in altri Paesi.
Perché è così controversa?
Per i sostenitori del sionismo rappresenta il primo riconoscimento internazionale del diritto del popolo ebraico a ricostituire una patria nazionale nella terra storica di Israele.
Per molti palestinesi e per numerosi storici critici rappresenta invece una decisione coloniale presa da una potenza europea su una terra che non le apparteneva, senza il consenso della popolazione maggioritaria residente.
Da qui la celebre osservazione attribuita a diversi studiosi:
Una nazione promise a una seconda nazione la terra di una terza nazione.
Wilson e l’occasione mancata dell’autodeterminazione
Nel 1919 emerse una diversa visione dell’ordine internazionale promossa dal presidente americano Woodrow Wilson.
Wilson riteneva che una delle cause profonde della Prima guerra mondiale fosse stata la competizione tra gli imperi europei e che la pace futura dovesse fondarsi sul principio dell’autodeterminazione dei popoli. Pur non essendo un anticolonialista nel senso moderno del termine, guardava con sospetto alle spartizioni territoriali e agli accordi segreti che avevano caratterizzato la diplomazia europea.
In questa prospettiva nacque la Commissione King-Crane, incaricata di ascoltare direttamente le popolazioni della Siria, della Palestina e del Libano.
La commissione raccolse centinaia di testimonianze e concluse che la maggioranza degli abitanti della Palestina si opponeva alla Dichiarazione Balfour, non desiderava l’instaurazione di un mandato coloniale europeo e guardava con favore a forme di indipendenza araba o a una più ampia unità siriana.
Le conclusioni della Commissione King-Crane entrarono però in collisione con gli interessi strategici di Francia e Gran Bretagna.
Per Londra erano prioritari il controllo delle rotte imperiali verso l’India, la sicurezza del Canale di Suez e gli impegni assunti con il movimento sionista attraverso la Dichiarazione Balfour.
Per Parigi, Siria e Libano rappresentavano una tradizionale area d’influenza politica, culturale ed economica.
Il rapporto venne sostanzialmente accantonato.
Da quel momento prevalse la logica della spartizione imperiale su quella dell’autodeterminazione.
Il nodo che porterà al conflitto
Tra il 1915 e il 1919 si sovrapposero quattro linee storiche difficilmente conciliabili:
1. le promesse britanniche di indipendenza rivolte agli arabi;
2. la spartizione coloniale prevista dagli Accordi Sykes-Picot;
3. il sostegno al progetto sionista espresso dalla Dichiarazione Balfour;
4. il principio wilsoniano dell’autodeterminazione dei popoli.
La Commissione King-Crane concluse che l’attuazione della Dichiarazione Balfour avrebbe incontrato la netta opposizione della popolazione locale e avrebbe prodotto gravi tensioni politiche e sociali.
Le sue conclusioni furono sostanzialmente ignorate.
Una tragedia annunciata
A posteriori, molti storici vedono negli Accordi Sykes-Picot, nella Dichiarazione Balfour, nel mancato ascolto delle raccomandazioni della Commissione King-Crane e nel tramonto del progetto wilsoniano dell’autodeterminazione il quadrilatero originario della questione palestinese moderna.
L’imperialismo franco-britannico non si limitò a ridisegnare i confini di ciò che restava dell’Impero Ottomano: pose le basi di un conflitto destinato a protrarsi per oltre un secolo. Le linee tracciate sulle mappe europee prevalsero sulle aspirazioni delle popolazioni che abitavano quei territori.
Ciò che nel 1919 appariva come una disputa geopolitica sulla spartizione del Levante si sarebbe progressivamente trasformato in una delle più lunghe e dolorose questioni della storia contemporanea. Oggi, osservando Gaza, la Palestina, il Libano e la Siria, è difficile non vedere come molte delle ferite aperte allora continuino ancora a sanguinare.
In questo senso, la tragedia del Levante non nasce soltanto dall’incontro tra nazionalismi contrapposti, ma anche dal fallimento di una promessa: quella che i popoli della regione potessero essere ascoltati prima che altri decidessero il loro destino.
Dalla grande occasione mancata di Wilson all’alleanza israelo-americana
La mancata affermazione del progetto wilsoniano rappresentò molto più di una sconfitta diplomatica. Con il tramonto dell’idea che il Medio Oriente potesse essere costruito sulla base dell’autodeterminazione delle popolazioni locali, si aprì progressivamente la strada a un diverso ordine geopolitico.
Nel mondo anglosassone esisteva una tradizione religiosa che precedeva lo stesso sionismo politico moderno. In alcuni ambienti protestanti inglesi e successivamente evangelici americani si sviluppò una lettura premillenarista e dispensazionalista della Bibbia secondo cui il ritorno degli ebrei nella Terra Santa costituiva una tappa significativa della storia della salvezza.
Queste correnti acquistarono crescente influenza soprattutto negli Stati Uniti nel corso del Novecento. Alla dimensione geopolitica si affiancò così una dimensione teologico-politica che attribuiva alla rinascita nazionale ebraica un significato non soltanto storico ma anche escatologico.
Dopo la nascita dello Stato d’Israele nel 1948, e ancor più dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, si sviluppò una convergenza sempre più stretta tra il sionismo politico israeliano, il sostegno di ampi settori dell’ebraismo americano e il crescente peso dell’evangelismo cristiano conservatore negli Stati Uniti.
La progressiva affermazione del Partito Repubblicano come principale riferimento politico dell’elettorato evangelico contribuì ulteriormente a consolidare questa alleanza. Nel corso degli ultimi decenni del Novecento e nei primi decenni del XXI secolo, il sostegno a Israele divenne per molti ambienti conservatori americani non soltanto una scelta strategica, ma anche una convinzione radicata nella propria visione religiosa e storica.
In questa prospettiva, il progetto wilsoniano di una regione costruita attraverso l’ascolto delle popolazioni locali venne progressivamente sostituito da una visione nella quale gli equilibri strategici globali, le alleanze militari e le convinzioni teologiche finirono per assumere un ruolo predominante.
Alcuni osservatori individuano nella figura di Benjamin Netanyahu il punto di massima convergenza di tali dinamiche. La sua lunga presenza sulla scena politica israeliana coincide infatti con una fase storica nella quale l’alleanza tra Israele e Stati Uniti ha raggiunto livelli senza precedenti, sostenuta simultaneamente da interessi strategici, cooperazione militare, relazioni economiche e dall’appoggio di importanti settori dell’evangelismo americano.
Secondo questa lettura, Netanyahu rappresenterebbe il punto d’incontro tra il sionismo politico contemporaneo, la centralità strategica di Israele nel Medio Oriente e l’immaginario escatologico diffuso in una parte significativa del mondo evangelico statunitense.
Che si condivida o meno tale interpretazione, resta il fatto che la visione wilsoniana di una soluzione fondata sull’autodeterminazione dei popoli non riuscì mai a tradursi in un assetto politico stabile. La Commissione King-Crane rimase una testimonianza dimenticata di ciò che avrebbe potuto essere e non fu.
Per alcuni storici, la grande occasione mancata del Levante non consiste soltanto nella spartizione coloniale del territorio, ma nel fallimento dell’unico tentativo significativo di ascoltare le popolazioni che lo abitavano prima che il loro destino venisse deciso altrove.
A mio avviso il titolo finale potrebbe essere ancora più incisivo:
“Dal Levante di Wilson al Levante di Netanyahu: storia di una promessa mancata"!
News14 giugno 2026 17:42
Dal Levante di Wilson al Levante di Netanyahu: storia di una promessa mancata
Per saperne di più: oggi un tormento infinito, ieri un fermento per le future tragedie del Levante (di Armando Ciriello)
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