Cultura23 maggio 2020 14:39

Il coraggio e la paura

Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi. Felice quel popolo che ha dei Topo Tip (di Chiara Pasetti)

Il coraggio e la paura

È trascorsa quasi una settimana dall’inizio della “fase 2” dell’emergenza, che ha stabilito il via libera agli spostamenti all’interno delle regioni senza limitazioni e la riapertura di molte attività commerciali.

Da lunedì 18 maggio mi è parso di assistere a una sorta di giostra stile montagne russe. Un’oscillazione continua e in alcuni casi quasi schizofrenica tra paure ed entusiasmi, ulteriori chiusure nel “dentro di sé” e ritrovate esaltazioni per il “fuori da(di?) sé”.

Comprensibile la gioia dei ragazzi e degli studenti che da due mesi non avevano la possibilità di incontrarsi, di fare attività fisica, di andare a mangiare un gelato insieme (e devo dire che quelli che mi è capitato di incrociare erano quasi tutti con mascherine, anche se non particolarmente “distanti”, ma non è cosa facile a quell’età in cui il contatto e il senso di appartenenza al gruppo sono fondamentali).

Comprensibile (benché, a mio modesto parere, un po’ urtante, specie se comunicato al mondo come notizia di grande importanza) la gioia di poter tornare dal parrucchiere, a farsi le unghie, a comprare un vestito, ecc. L’urgenza impellente di correre nei saloni di bellezza o a fare acquisti non mi appartiene, ma io non faccio testo.

Più comprensibile, certamente, il sollievo dei titolari di bar, ristoranti e degli esercizi commerciali finora chiusi; la riapertura per loro significa tornare a lavorare, dunque a guadagnare.

Accanto agli entusiasmi ci sono anche le paure, in alcuni casi la rabbia, e più in generale un diffuso senso di smarrimento e incertezza. Sempre gli studenti, nei confronti di una chiusura dell’anno scolastico, del quale gli ultimi mesi sono stati condotti con la didattica a distanza (e nella fumosità più totale delle indicazioni del Ministro Azzolina); tra di loro, i maturandi sono sicuramente quelli più preoccupati dall’assenza di linee guida nei riguardi di un esame che solo qualche giorno fa è stato chiarito nelle sue modalità.

Si dice che ogni esame è sempre un’incognita, e la maturità ricorre nei sogni (e negli incubi) di molti di noi… Credo che l’esame di maturità 2020 sarà presente a lungo nei (brutti) ricordi degli studenti. O magari no, interverrà la rimozione a preservarne il mondo onirico.

Le paure di ora non sono solo appannaggio dei ragazzi. Chiunque sia tornato a lavorare è alle prese con misurazione della temperatura, norme igieniche da rispettare, visiere, mascherine, senso del dovere e amore per la propria professione, unitamente a timori e ansie del presente e del futuro.

Mi pare che il tema di questi giorni, anzi i temi, siano il coraggio e la paura. Il coraggio di vincere la paura (uscire di casa), il coraggio di avere paura (restare ancora in casa).

Quando mio figlio era piccolo amava molto, tra le tante storie che leggevamo, quelle di Topo Tip, un topolino dolcissimo che combinava un sacco di guai e aveva le tipiche angosce dei bambini, tra cui quella del buio. Una di queste storie era dedicata proprio a questi temi; il papà di Topo Tip spiegava al suo topolino che non ci si deve vergognare di avere paura, è un sentimento umano-animale che scatta nei confronti di ciò che non si conosce e attiva (per fortuna) il meccanismo della prudenza.

Mi chiedo, da genitore e non solo, se siamo (stati) in grado di spiegare ai più piccoli ciò che non conoscono (in questo caso il virus) e dunque li abbiamo aiutati almeno in parte a vincerne la paura, e allo stesso modo a essere protetti-prudenti. Non è facile, questa volta ancora di più, perché a differenza di altri argomenti su cui “i grandi” dovrebbero essere più saggi ed esperti, noi stessi abbiamo a che fare ora con “ciò che non si conosce” (ancora). Il virus sta mutando? Chissà. Si sta attenuando la sua virulenza? Chissà, così pare. È sufficiente usare le dovute precauzioni per non contrarre la malattia? Chissà. Arrivano i tamponi? Per ora no, e non per tutti… Chi ha già contratto il virus ne è immune? Chissà, pare di no. Se ci si è ammalati e il tampone è negativo significa che si è guariti? Tecnicamente sì, ma diverse persone hanno ancora sintomi dopo due mesi dalla malattia.

Siamo, tutti, anche se ci dà molto fastidio ammetterlo, in uno stato di incertezza totale, il covid-19 è davvero un nemico invisibile e come tale genera stress, ansia, se non in alcuni casi panico vero e proprio (ne ha parlato molto bene il dottor Armando Ciriello mercoledì nello spazio di approfondimento “come cambierà”). Potrei dire che tanti di noi si sentono perturbati, io sicuramente. Freud ha scritto un saggio raffinatissimo e attualissimo sul sentimento del perturbante, e partendo dall’analisi linguistica (unhemlich è l’antitesi di heimlich, da heim, casa, e indica appunto ciò che non è familiare, abituale, noto, fidato, e proprio per questo genera spavento) afferma che esso si verifica quando ci si trova «nell’incertezza intellettuale». Il perturbante sarebbe propriamente qualcosa in cui «per così dire non ci si raccapezza». È la condizione in cui ci troviamo ora, nonostante la scienza stia andando avanti nelle ricerche sul virus e l’economia debba necessariamente ripartire. Non ci stiamo raccapezzando. E l’uomo, che ama e pretende certezze, se constata che l’universo «danza sui piedi del caso» va in crisi.

Caso sconfina spesso, per gli umani, in caos, e non viene invece visto nella giusta prospettiva, che è quella nietzschiana ma molto prima di Democrito e poi della scienza moderna: il mondo non si regge su un disegno consapevole di origine divina, e pur essendo il frutto di cause naturali opera al fuori di ogni programmazione o predeterminazione. Difficile da accettare, quasi impossibile, per l’umane genti, che come ci ricorda Leopardi nel mirabile Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, vertice di sempre della derisione dell’antropocentrismo, sono convinte che «le cose del mondo non abbiano altro uffizio che di stare al servizio loro»!

Che fare dunque? Nulla. Credo… Se non leggere, informarsi, studiare, per chi può, e comunque attenersi a ciò che ci è stato detto (male non farà, al massimo protegge, e non è poco) e, se possibile, usare il buon senso (o il giusto mezzo, come ci insegnano gli antichi). Cercare di contenere il panico e al contempo gli eccessi di “eroismo” (pericolosi e soprattutto sciocchi, in questo frangente, mi permetto di dire) dell’esco-non esco, protetto-non protetto. Gli uni e gli altri non (ci) sono utili. Non (ci) fanno bene. Non si può che aspettare, valutare, e riflettere. E se non si comprende, applicare l’epochè. Anche questa male non fa, al massimo aiuta a non arrabbiarsi, disperarsi o peggio ridere degli altrui comportamenti. Siamo umani, troppo umani. Non eroi. I veri eroi del passato anche recente non ci sono più.

Oggi ricorre l’anniversario della strage terroristico-mafiosa di Capaci, dove nel 1992 persero la vita Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato, e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In questo stesso giorno, nel 1498, veniva impiccato Girolamo Savonarola. Il 24 maggio del 1543 moriva Niccolò Copernico, le cui teorie sull’universo cambieranno la storia e esploderanno (in ogni senso) nelle pagine di Giordano Bruno, che rifiutandosi di abiurare finirà al rogo 420 anni fa.

Non mi sembra, sinceramente, di intravedere simili «fari» in nessun campo, in questo momento, anche perché i pochi che sicuramente esistono sono molto poco visibili e udibili, avvolti da una nebbia spessa e opaca e da un baccano fastidioso. Nell’attesa che riescano a liberarsi-salvarsi(ci), bastano degli Uomini (parafrasando Brecht). Uomini di buon senso, di prudenza, di tolleranza e, sarebbe bello, di gentilezza ed empatia. Tommaso Moro scriveva: «che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere». Utopia, come il suo libro? Spero di no, io per prima che tendo agli estremi: non so se sono forte e intelligente, ma di certo so che non sono paziente.

Troppi malati e morti dietro di noi, troppa oscurità intorno. Facciamo (tutti) del nostro meglio per evitare che come nella meravigliosa poesia Spleen «la speranza pianga» e «l’angoscia dispotica» infilzi sul nostro «cranio chinato il suo nero vessillo».

Nel dubbio, se proprio non sappiamo cosa fare, non vergogniamoci di avere paura, di essere prudenti, e prendiamo esempio da un topolino gentile e tenero come Topo Tip: chiediamo aiuto o consiglio a chi ne sa di più e coccoliamo il (nostro) mondo, vero e immaginario.

Se fossimo tutti come lui, sarebbe già molto.

 

Lavoriamo nell’oscurità, facciamo quel che possiamo, diamo quello che abbiamo. Il dubbio è passione, le nostre passioni sono il nostro compito.

Il resto è la follia dell’arte.

Henry James

Ps. per la prima volta non ho chiuso con Flaubert… Anch’io ogni tanto faccio cose “perturbanti”! Ma del resto… «i pericoli degli eccessi non esistono, per le nature esagerate».

 La frase è naturalmente di Flaubert. (Al)la fine deve essere questa.

Chiara Pasetti

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