Forze politiche radicate profondamente sul territorio attraverso ramificate strutture organizzate hanno prima ceduto sul piano culturale (pensiamo alla personalizzazione e alle logiche del maggioritario e della governabilità ad ogni costo) e poi su quello concreto della presenza sociale e politica, lasciando dietro di sé un vuoto che prontamente, come vogliono le leggi immutabili della politica, è stato riempito con i veleni dell'antipolitica e della sua degenerazioni autocratiche, sovraniste, nazionaliste. Veleni cui hanno contribuito il deficit democratico accumulato dall'Unione Europea e l'arretramento delle democrazie liberali nei loro storici "punti alti".
Il fenomeno, naturalmente, come abbiamo già richiamato ha assunto dimensioni sovra-nazionali anche in conclusione di un ciclo nel corso del quale era stata accelerata l'idea di cessione di sovranità dello stato-nazione che ha dato origine al contrasto nazionalista : nazionalismo simil razzista alimentato anche dal nodo irrisolto dell'immigrazione.
Così all'interno del sistema politico italiano si è affermata la "democrazia recitativa" in una società dominata dall'individualismo competitivo cui l'agire politico complessivo non riesce a proporre un argine nè tanto meno una inversione di tendenza.
Anzi democrazia recitativa (variante degenere della "democrazia del pubblico") e individualismo competitivo si intrecciano nel formare un asset fondato sul populismo-sovranismo-corporativismo: tanti "ismi" che vediamo operanti nel quotidiano in un quadro generale davvero drammatico.
Questo fenomeno di trasformazione radicale di un sistema si è prolungato nel tempo.
Per convenzione però si può individuare una data di avvio di questo processo di cambiamento: 20 giugno 1976 momento in cui il sistema dei partiti pareva aver raggiunto un massimo di solidità e di radicamento sociale, un vero e proprio "apogeo di sistema".
In quel 20 giugno 1976 si svolsero, infatti, le elezioni politiche anticipate seguenti il "terremoto" del 15 giugno dell'anno precedente avvenuto in coincidenza con l'esito delle elezioni amministrative (l'Unità: "l'Italia è cambiata davvero"). Elezioni amministrative che portarono le sinistre al governo di regioni e città poste al di fuori dalla tradizionale "zona rossa" del centro-Italia e di qualche bastione operaio del triangolo industriale
Verifichiamo allora alcune cifre di quel 20 giugno 1976:
Gli iscritti nelle liste elettorali assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto all'estero).
Gli aventi diritto che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al 93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a partire dalla elezioni per la prima legislatura avvenute il 18 aprile del 1948).
I voti ritenuti validi assommarono a : 36.707.578, con 596.541 schede bianche e 1.047.512 schede nulle.
I due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente 14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul totale degli aventi diritto.
Se alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma all'interno del partito con il successivo avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all'82,71% dei voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti.
Un risultato che poteva davvero far pensare all'egemonia incontrastata di quella che Pietro Scoppola avrebbe poi definito "La Repubblica dei Partiti".
Per arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in situazioni completamente difformi.
Il PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15 giugno 1975 ,grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza.
Un risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un'ondata "lunga" di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell'autunno caldo del 1969, il progredire dell'estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul divorzio del 12 maggio 1974 che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei blocchi a livello internazionale, la sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione dell'Algeria.
Vietnam e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una crescita importante di un sentimento internazionalista non legato al campo del "socialismo reale": anzi le nuove generazioni avevano seguito con grande interesse (e successiva delusione) il tentativo di "socialismo dal volto umano" tentato da Alexander Dubcek in Cecoslovacchia (troncato dai carri armati del Patto di Varsavia il 21 agosto 1969) e mostravano simpatia per il movimento dei non allineati e vero e proprio entusiasmo per il castrismo-comunismo a Cuba. Sentimenti anche ingenui ma di grande presa sociale e culturale.
Il PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne l'avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale, il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno, avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai 555.890 voti pari all'1,5%.
Una situazione, quella della marginalizzazione dei gruppi, che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della "zona grigia" presente nell'intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di vista della "prima linea" militante (e ancora sugli orientamenti mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito "movimento del '77").
La DC aveva invece attraversato l'inizio degli anni'70 in una fase di declino: aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione da "legge e ordine" dopo l'attentato di Piazza Fontana, scivolata nel primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l'esaurimento della prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di un articolo apparso sull'Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla presidenza, nell'occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito di importanti appoggi da destra ( il già citato Montanelli "turatevi il naso e votate DC", la "maggioranza silenziosa" di Degli Occhi e Rossi di Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato Mazzarino De Petro proprio in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino).
Insomma: per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non appariva delineata quella linea di "terza fase" in seguito attribuita a Moro quasi come marcia d'avvicinamento verso il PCI.
Anzi, al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole d'ordine anticomuniste.
Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di "bipartitismo imperfetto" coniata da Giorgio Galli: una DC di centro - destra e un PCI egemone a sinistra, con "l'imperfetto" a significare l'impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d'alternativa da parte del PCI. Il PCI, condizionato dalla logica dei blocchi e vittima della "conventio ad exludendum" era fermo alla linea dell'arco costituzionale espressione diretta dell'intuizione del "compromesso storico" elaborato dal segretario Berlinguer convinto dell'impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all'interno del PSI anche se non completamente (almeno fino al tempo della segreteria De Martino) e contestata all'interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup-Manifesto.
Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista.
Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall'astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti). Ad onor del vero quel governo Andreotti condusse a compimento una serie di importanti riforme: dal Servizio Sanitario Nazionale all'Equo Canone ma il quadro complessivo era fortemente segnato da un moderatismo di fondo e da una precarietà di equilibrio che finiva con il frustrare le esigenze di cambiamento che erano emerse dal grande movimento di emancipazione di massa fin dagli anno '60 rilanciando la centralità operaia e dando vita a fenomeni di grande interesse come quello di uno spostamento a sinistra di importanti settori del mondo cattolico, come la "scelta socialista" delle ACLI e le tensioni unitarie nella CISL, fino all'unità dei metalmeccanici con la formazione dell'FLM (per un certo periodo considerata addirittura il"quarto sindacato")
Il PCI durante la fase delle astensioni e della solidarietà nazionale non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo, come dimostrato dalla manifestazione dei 300.000 metalmeccanici arrivati a Roma non soltanto per reclamare il contratto.
Ben prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del quadro politico di parti "strategiche" del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato sui partiti di massa.
La classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini e si trovò fortemente delusa lasciando anche spazio come vedremo a pericolose estremizzazioni.
La "politica" aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall'esito di quelle elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso che trovò poi il suo primo punto di caduta, nel post - rapimento Moro, con l'esito del referendum dell'11 giugno 1978 su "legge Reale" e legge sul finanziamento pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione dell'elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti).
Alle elezioni anticipate del 1979, conclusa l'esperienza della "solidarietà nazionale" l'afflusso al voto registrò un calo del 3% conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati come partito anti- sistema con tratti decisamente qualunquistici, di 800.000 voti.
L'esito di quel lontano 20 giugno 1976 quindi può oggi essere sintetizzato come l'avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa.
Un declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino all'esplosione definitiva avvenuta all'inizio del anni '90 a causa dei fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di Berlino, della firma del trattato di Maastricht.
Un declino, in quel momento, non avvertito a livello sistemico.
I grandi partiti ignorarono che si stava affermando una "logica della governabilità" all'insegna della "decisionalità" e si stava profondamente modificando il quadro delle relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume.
Il PSI craxiano dopo aver spaccato il quadro politico durante il rapimento Moro tra "partito della fermezza" e "partito della trattativa" parlava di "Grande Riforma" contrapponendo Proudhon a Marx e avviando la logica del pentapartito come recinto di governo perpetuando ancora la "conventio ad excludendum" verso il PCI. Pentapartito culminato nel patto di potere del "CAF".
Nel 1975 era stato compilato il "Documento di Rinascita Nazionale" da parte di Licio Gelli e dei suoi sodali della P2 (tra i quali figurava già un certo Silvio Berlusconi, oltre a vertici dell'esercito e dei servizi segreti).
Ciò avveniva mentre si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto negli anni '60 - '70.
Ci si avviava così alla drammatica "festa" degli anni'80: quelli dei cancelli della Fiat e della "Milano da bere". In seguito come abbiamo già riferito: Tangentopoli, la caduta del Muro di Berlino con l'idea della "fine della storia", il trattato di Maastricht: tutte le componenti del crollo totale esaltato dalla scelta del sistema elettorale maggioritario avvenuta per referendum il 18 aprile 1993 in una forma populistica che apriva la strada ai fenomeni della personalizzazione, della spettacolarizzazione: dal "partito azienda", al "partito personale" fino all'attuale già segnalata "democrazia recitativa" con l'apparire che sovrasta con tratti ormai egemonici "l'essere".










