Contromano01 novembre 2019 18:24

Le spoglie di Savona: cinquant’anni buttati

Savona che muore: un titolo non di oggi ma di più di cinquant’anni fa riemerge dal nutritissimo gruppo Facebook cittadino Savona Scomparsa, e pone tanti interrogativi

Le spoglie di Savona: cinquant’anni buttati

Se ne sta al margine, completamente isolata, ricca solo di problemi. Industria in continuo regresso e commercio che langue. Alle continue proteste della cittadinanza si risponde con convegni di studio, e con il varo di piani che invecchiano prima ancora di essere approvati.

Così scriveva Pino Carabelli su una rivista di mezzo secolo fa: molti i commenti dei Savonesi, da chi ricorda che il reddito procapite in quegli anni non era certo da buttare via a chi rammenta le grandi crisi industriali che si sono succedute. Qualcuno lamenta la cronica incapacità di progettare un futuro.

Un articolo impietoso che certamente nacque come un attacco politico: il fondo di verità contenuto in quell’attacco è però, oggi, sotto i nostri occhi.

Come la lunga abitudine di far convegni e tavoli su ciò che non si è in grado di risolvere, con la differenza che cinquant’anni fa i convegni erano almeno di un certo spessore: nell’articolo si fa cenno a quello del 1964 sui problemi economici e urbanistici del comprensorio savonese (allora lo sapevano che era un comprensorio), mentre adesso, avvolti dai fumi di navi e TIR, abbiamo i convegni di Leed for cities (!)

Isolata allora, quando doveva diventare “il porto del Piemonte”, isolata adesso, con la piattaforma Maersk che sta per accogliere le prime navi e nessuno che abbia un’idea su dove cacciare le ulteriori centinaia di TIR che ogni giorno si metteranno sulle nostre strade, mentre ancora in Regione si discute di raddoppi ferroviari progettati nella notte dei tempi.

Se ne discute, appunto. 

E basta. 

Come si discute del casello di Bossarino, dell’inadeguatezza dell’A10, della superstrada di Vado che certo non era stata pensata per subire il carico di ottocento camion al giorno, della cortina fumogena che avvolge le Albissole dove anche attraversare la strada è segno di audacia, della rotonda del porto perennemente bloccata o di Corso Mazzini che è una camera a gas.

Ma qui non c’era tempo, per pensare alle infrastrutture. 

Qui bisognava solo gettare colate di cemento, il più possibile, anche dove era assurdo farlo, ché lo spazio è poco e servono le “seconde case”.

Che ora languono, sfitte.

Come il resto della città e i suoi negozi, che una volta le davano la fama di cittadina elegante e adesso son solo serrande abbassate, ricordi e rabbia.


LNS

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