Contromano04 aprile 2021 17:25

La salute come questione d'immagine

Ferruccio Sansa: "L'hub vaccinale? Funziona. Peccato però che bloccando i medici di base si sia messa a rischio la rete capillare di vaccinazione che garantiva dosi anche nei piccoli comuni della costa e dell'entroterra. E che oggi siano state appena superate le 120mila dosi agli ultraottantenni, e che in Liguria gli anziani con più di 80 anni siano 160mila e forse non basterà aprile per immunizzarli tutti (mentre in altre regioni tocca già ai settantenni)"

La salute come questione d'immagine

"Ho paura che non ne usciremo più. Che non ce la farò. È stato un disastro, tutto un disastro - dice Marisa aggrappata al braccio del figlio Maurizio. Chissà quante volte da bambino è stato lui a sentirsi protetto dalla madre, ma oggi tocca a Maurizio tenere stretta la mano di lei mentre la accompagna a fare la vaccinazione anti-Covid.

La strada che porta fuori dal virus è una stretta striscia di asfalto costeggiata da blocchi di cemento. Intorno parcheggi e palazzi. È il percorso che migliaia di genovesi ogni giorno compiono per ricevere finalmente la dose."

Inizia così il resoconto di Ferruccio Sansa, consigliere d'opposizione in Regione, sulla sua visita all'hub vaccinale di Genova, inaugurato in pompa magna con tanto di generale Figliuolo e capo della Protezione civile.

"Come Consiglieri Regionali siamo venuti qui, alla Fiera del Mare di Genova, per vedere come funziona davvero l'hub vaccinale. Per raccontarvelo. Perché i liguri hanno bisogno di sapere cosa succede per vincere l'ansia e l'inquietudine che ci tormentano tutti.

Eccolo, quindi il cancello dell'hub. Da questa parte decine di persone che aspettano: anziani con i figli, malati, uomini e donne di mezza età segnalati dai medici di famiglia. Sulla faccia gli leggi il timore, l'incertezza. La speranza è il foglietto della prenotazione che stropicciano tra le mani.

Si sta uno accanto all'altro, ci si scambia qualche sguardo. Al massimo una domanda, sempre la stessa: "Lei a che ora è?". Tutti senza volere guardano oltre la sbarra che segna l'ingresso e li separa dalla fine dell'incubo.

Sono le otto del mattino quando i primi cominciano a entrare, ma c'è gente che aspetta dalle sette. Forse anche prima, arrivano che è ancora buio. "A casa non riuscivo più a starci, mi tremavano le mani", racconta Luigi, 83 anni. La fila scorre, c'è chi non riesce a camminare ed entra in taxi, chi prende il bus, chi decide di andare a piedi (in estate, con trenta gradi, sarà molto dura): tre-quattrocento metri che portano fino al padiglione Jean Nouvel. Già, questo che è diventato una specie di cattedrale laica dove Genova si è ritrovata per gli appuntamenti che ne hanno segnato la storia recente. Qui dove una volta si veniva per vedere gli yacht milionari del Salone. Ma poi ci si è riuniti per l'addio alle vittime del Morandi. E oggi per il rito sanitario e anche tanto mediatico della vaccinazione.

Ci siamo. Davanti a noi le porte a vetri, l'ultimo ostacolo. L'organizzazione pare funzionare, ma a tratti si formano assembramenti (li abbiamo segnalati il primo giorno e qualcosa è stato fatto). Uomini e donne stanno a un passo uno dall'altro, rischiano di contagiarsi proprio nel momento in cui dovrebbero liberarsi del virus. Sono vicini, troppo vicini. "Attenti, mantenere le distanze", ricordano i militi della pubblica assistenza. In tutti noti pazienza, attenzione. Rispetto. Così anche nei sanitari - oss, infermieri e medici - che non si fermano un istante ma trovano modo di essere cortesi. "Adesso c'è un unico nemico, il covid", dicono Anna Lisa, Ornella e Sonia.

E finalmente si entra, ci si trova nel grande spazio che pare l'atrio di una stazione con i tabelloni elettronici che indicano treni e destinazioni. Ma qui la meta è una sola: la salvezza dal virus.

A ognuno viene attribuito un colore, donne e uomini vengono distribuiti in spazi quadrati disegnati sul pavimento: 40 sedie ognuno. Alle 9 del mattino ci sono già 120 persone in attesa. Di fronte a loro ci sono oltre venti cabine per le vaccinazioni. Sul retro decine di infermieri che preparano freneticamente le soluzioni, guai a sbagliare un gesto. Nei frigo vedi i minuscoli flaconi preziosi come oro, più dell'oro: ognuno contiene un passaporto per uscire dall'incubo per 5 persone.

L'enorme salone è diviso in due: a sinistra si va per il vaccino Pfizer, a destra per l'Astra Zeneca.

Strade diverse, personale diverso. Cerchiamo di capire, di approfondire. Ci informiamo: "Le 80 persone a sinistra", spiega un'infermiera, "riceveranno il Pfizer somministrato da personale privato. I 40 a destra prenderanno l'Astra Zeneca dal personale pubblico".

È il sigillo definitivo sulla privatizzazione voluta da Giovanni Toti per l'operazione vaccini. È sotto gli occhi di tutti. Tra le sedie si muovono i responsabili di Confcommercio e Confindustria sanità. Soprattutto lui, Francesco Berti Riboli, a capo di Confindustria sanità e numero uno del colosso Villa Montallegro: "Abbiamo portato qui 70 medici e sei anestesisti di Villa Montallegro", dice senza nascondere un sottile compiacimento. Certo, per lui e per gli operatori privati è il balzo definitivo. Non c'è niente di illegale, ma certo colpisce se si ricorda che Berti Riboli era presenza fissa alle cene elettorali di Toti e Villa Montallegro è stata tra i finanziatori delle campagne elettorali del Presidente e del centrodestra. Un'alleanza che ora si realizza. Una resa della sanità pubblica.

Intanto i tabelloni scorrono, nell'aria senti l'odore leggermente inebriante dell'alcol e il risuonare di quel bip che avverte: un'altra dose è stata fatta. Forse adesso tocca a te.

Riecco Marisa, alza lo sguardo e... sì, è proprio il suo numero quello che compare. Negli occhi le leggi un misto di paura e di attesa. Si avvicina, varca la porticina del box di compensato, si siede. "Stia tranquilla", le dicono mentre l'ago entra nel braccio. Dopo cinque minuti la ritrovi seduta accanto a decine di altre persone che non aveva mai visto, non rivedrà forse mai più, ma questa mattina sono state unite dalla medesima sorte. Attendono un quarto d'ora, seduti, rivolti verso il mare, verso la luce primaverile che preme contro la grande vetrata. Tutto a posto, nessuna reazione avversa. Così si incamminano seguendo la freccia sul pavimento con scritto "uscita". Dal padiglione. Dalla paura. "È andato tutto benissimo", dice Marisa, proprio lei che entrando era così spaesata, critica. Ma ora ha passato il confine, è salva. Il covid per lei è finito e tutto le pare diverso. Anche il resto del mondo le pare guarito. Ma appena ritornata per le strade, in piazza Rossetti incontrerà persone che devono attendere ancora mesi per avere quel minuscolo buco nel braccio.

Così ogni mattina all'hub scorrono decine, centinaia di persone (2.000 al giorno, mille al pubblico e mille al privato, anche se noi, sarà un caso, ne abbiamo visti molti più in fila per quest'ultimo). Un rito che pare un miracolo: entri malato ed esci salvato. E ogni miracolo produce sollievo, gratitudine: "Funziona tutto bene", giura chi dentro le vene sente scorrere il vaccino.

Ma non è tutto così semplice. Le telecamere delle TV che hanno immortalato le autorità in prima fila a godersi la passerella, non hanno mostrato quello che succede dietro le quinte.

Nelle stesse ore venivano bloccate le prenotazioni delle vaccinazioni dei medici di base. Niente più dosi per loro. Mentre qui, nell'hub dove lavorano i privati, le fialette abbondano. Mentre si trovano le dosi per dare lustro all'accordo con le farmacie che i giornali hanno sparato in prima pagina. Peccato, non è proprio un dettaglio, che ogni farmacia somministri appena 5 vaccini al giorno, molti meno di quanti ne garantivano i medici (avrebbe dovuto essere 25mila la settimana).

Peccato che ogni vaccinazione somministrata dai medici di base costasse meno di 18 euro, mentre nelle farmacie e nell'hub si arrivi sopra i 20.

Peccato, soprattutto, che bloccando i medici di base si sia messa a rischio la rete capillare di vaccinazione che garantiva dosi anche nei piccoli comuni della costa e dell'entroterra.

Peccato, ancora, che per portare vaccini all'hub dei miracoli pare si siano tolte dosi alle province di La Spezia, Genova, Savona e Imperia. Eppure il Governo lo aveva detto chiaramente: servono grandi centri, ma anche distribuzione capillare.

In Liguria non sta andando così.

Peccato, infine, che oggi siano state appena superate le 120mila dosi agli ultraottantenni (ma molte sono doppie dosi, quindi le persone immunizzate sono meno) e che in Liguria gli anziani con più di 80 anni siano 160mila e forse non basterà aprile per immunizzarli tutti (mentre in altre regioni tocca già ai settantenni).

Per non dire di migliaia di pazienti fragili e fragilissimi che ancora attendono di essere contattati dalle ASL. Dimenticati. Come Fabio, 83 anni, che ci ha contattato per raccontare la sua storia di malato di sclerosi multipla che non sa ancora nulla di ciò che lo aspetta.

L'Hub funziona, anche se siamo lontani dai ritmi promessi (nel weekend di Pasqua ha chiuso).

Marisa e altri anziani ora sono al sicuro. Ma tutti gli altri?

Sarà forse una vittoria di immagine per Toti e per la sanità spettacolo. È certo il trionfo della sanità privata. Ma per la sanità pubblica e per la salute dei Liguri è tutta un'altra storia.

Per tanti, troppi la parola "uscita", stampata sul pavimento della Fiera del Mare, è ancora lontana."

Qui l'ultimo aggiornamento dal governo

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