Cultura28 settembre 2019 08:54

Le bombe di Savona: quando una storia di paese somiglia alla storia di un Paese

Per avere il libro di Massimo Macciò sulle bombe di Savona bisogna mettersi in fila, e la cosa non stupisce: sull’origine di quei fatti, che avvennero tra il 1974 e il 1975 nella nostra città, restano troppe domande senza risposta

Le bombe di Savona: quando una storia di paese somiglia alla storia di un Paese

Era il 2016, quando Gero Grassi - allora vicepresidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta con delega al caso Moro - dichiarava, in un incontro a Genova al quale eravamo presenti (www.ninin.liguria.it/2016/04/26/leggi-notizia/argomenti/cultura-2/articolo/caso-moro-38-anni-dopo.html) che “un Paese senza memoria è un Paese senza futuro”, e ribadiva l'importanza fondamentale della verità su Moro, per la sopravvivenza stessa della nostra democrazia.

Sono tante, le stragi italiane sulle quali non è stata fatta piena luce. 

Basti pensare a piazza Fontana, a Ustica, all’Italicus: a tutti quegli anni che unirono in un unico filo nero la morte di Kennedy a quella di Mattei e, poi, di Aldo Moro.

Tre uomini eliminati, come fossero errori di un sistema informatico.

Tutto ruota intorno a quegli anni: bombe a Savona, Bologna, Brescia... eravamo terra di conquista? Probabilmente sì, come sempre siamo stati.

Una delle storie italiane che mai sono state chiarite riguarda sicuramente noi savonesi, ed è appunto quella serie di eventi che colpirono la nostra città, in quei pesantissimi anni Settanta, causando la morte di Fanny Dallari e tanti feriti.

Vicende per cui, ricorda Macciò, non c’è mai stata nessuna condanna.

Le bombe, però, quelle ci furono. 

Gli ordigni esplosero, dodici volte. 

E Macciò quelle esplosioni le racconta tutte: sulla base degli atti giudiziari, sulla base dei fatti, unendo le doti del romanziere alla capacità del segugio.

Un libro, quello del professor Macciò, che è tutto da leggere, più avvincente di un romanzo perché racconta la nostra storia, e del quale non intendiamo svelare il finale.

C’è però un capitolo in particolare che ci ha colpito, richiamando alla nostra memoria un brano edito nel 2015 dai Quaderni Savonesi dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea: quello sull’ “operazione Taviani”, che Macciò titola “La quadratura del cerchio”.

Taviani: che c’entra con le bombe di Savona il potente democristiano che fu ministro dell’Interno proprio negli anni 1973 e 1974, e poi improvvisamente silurato e pressoché dimenticato? 

Franco Delfino, nel maggio del 2015, ricordava l’apertura del numero di “Quaderni Savonesi” dedicato al 35° delle bombe: “lì compare un bel sag­gio, puntuale e documentato, di Gian Paolo De Luca, allora studente, dal titolo “Savona, una città bombardata”, parte di una sua ricerca sugli attenta­ti di Savona.
Nel saggio compare un'interessante testimonian­za, rilasciata da un anonimo cittadino, che rivela - scrive De Luca - particolari a dir poco inquietanti sugli attentati del '74 e '75, confidatigli da Paolo Emilio Taviani nell'ottobre del 1994.
Dice Taviani - che nel ’74 era ministro degli Interni: “Le bombe, negli anni Settanta, furono tutte messe dai fascisti... tutte, meno alcune: quelle di Savona del 1974. Quelle bombe, infatti, furono messe dai servizi segreti italiani”.
Taviani avrebbe confidato all'anonimo testimone di essere lui “la vittima e l'obiettivo degli attentati”, come conseguenza di un durissimo scontro avuto con i vertici dei servizi segreti su “Gladio”.
“Nei mesi precedenti - prosegue Taviani - avevo riorganizzato la struttura “Staybehind”, la cosiddetta  “Gla­dio”, un'organizzazione di cui posso vantarmi, e con orgoglio, di aver fondato (se ne vanterà anche Francesco Cossiga, già ministro degli Interni, già presidente del Consiglio dei ministri e Presidente emerito della Repubblica N.d.R.) nel 1956 e che era stata strutturata col totale appoggio degli americani”.
(Taviani) sostiene di essersi sempre preoccupato “che ne facessero parte ex partigiani e uomini di provata fede democratica, fedeli alle istituzioni repubblicane e, al tempo stesso, pronti ad intervenire nel malaugurato caso di un intervento ostile alle nostre frontiere orientali, preoccupandomi sempre che di questa struttura non entrassero a far parte ex fascisti o ex repubblichini”. 

A questo punto, avviene lo scontro con i generali dei servizi segreti che gli chiedono di allontanare quegli uomini, a loro sgraditi. 

Al suo netto rifiuto scatta la minaccia. 

Una lettera minatoria gli annuncia che una bomba sarebbe scoppiata nel suo collegio elettorale, il 30 aprile. 

Come avvenne. 

“Ecco perché affermo - pro­segue Taviani - con assoluta sicurezza, che le bombe di Savona furono messe dai servizi segreti italiani”.
Ma - se è tutto vero - di quali altissime protezioni potevano godere, i generali dei servizi segreti, per permettersi di minacciare così il ministro degli Interni?
Taviani avrebbe promesso “dopo la mia morte, saprete tutto, grazie ad uno scritto che non voglio sia pubblicato prima. Farò dei nomi e quant’altro io conosca sulla vicenda e sugli altri episodi stragisti dell'estrema destra”. 

Questa dichiarazione venne rilasciata anche di fronte alla Commissione stragi del Parlamento.
Ma, quando viene pubblicato, postumo, il libro di Taviani “Politica a memoria d'uomo”, nel testo non si trova alcun cenno agli attentati di Savona né alle intimidazioni ricevute dai vertici dei servizi segreti. 

Chi ha fatto sparire i documenti di Taviani sulle bombe di Savona, sullo stragismo? 

Domanda d'obbligo, perché non è credibile che un più volte ministro, come Taviani, partigiano, faccia quella dichiarazione in una sede ufficiale, come la Commissione stragi, e poi se la rimangi.
Temo che la verità sulle bombe e gli “anni di piom­bo” non si conoscerà mai”.

Già. 

Importante è capire, e importante è ricordare.

Per esempio illuminando la lapide che ricorda Fanny Dallari e ricollocandola al suo posto, nel luogo dove rimase mortalmente ferita. (www.lanuovasavona.it/2019/07/27/leggi-notizia/argomenti/news-1/articolo/la-dignita-della-memoria.html)

LNS

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