Cultura02 maggio 2020 12:24

Il canto della gallina

E così, dopo il 25 aprile, oggi mi becco (pure) il primo maggio! O meglio è il primo maggio che mi becca. Impreparata. (di Chiara Pasetti)

Octavio Paz, premio Nobel per la Letteratura nel 1990

Octavio Paz, premio Nobel per la Letteratura nel 1990

Ma non voglio certo fare scena muta, per carità, quindi proverò a parlare di Lavoro nel tentativo di onorare la Festa dei Lavoratori, la cui storia affonda le radici due secoli fa. Nata come momento di lotta internazionale, recava lo slogan «8 ore di lavoro, 8 di svago, 8 di sonno», coniato in Australia nel 1855. Già Platone nella Repubblica, e poi Tommaso Moro, scrivevano di questi temi (a dire il vero Moro auspicava 6 ore di lavoro, 8 di sonno, le altre per lo svago, ma ha composto appunto unaUtopia”…). Il primo maggio del 1886, un sabato, allora giornata lavorativa, 400 mila lavoratori, in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti, incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo 80 mila persone. Il primo Maggio diventò quindi il giorno scelto in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per affermare i propri diritti. Quest’anno la Festa, caduta di venerdì, capita, è quasi scontato dirlo, in un momento drammatico: l’emergenza sanitaria porta con sé l’emergenza-urgenza del lavoro. È (ancora) tutto chiuso, a parte gli esercizi ritenuti essenziali, necessari. Da lunedì, forse, si riaprirà. Chi riaprirà? E con quali modalità? E soprattutto, chi è essenziale, a parte i medici e tutti gli operatori sanitari che da oltre due mesi stanno fronteggiando l’emergenza, e con loro gli organi preposti al rispetto delle leggi e alla salvaguardia dei cittadini? Non lo so. Sono essenziali i ristoranti e i bar? Forse no, ma se non riaprono moltissimi chiuderanno per sempre. Tanti si sono organizzati con il servizio a domicilio, rischiando il contagio. Sono essenziali i parrucchieri? Forse no, ma i grandi centri e le catene possono sopravvivere per un po’ senza lavorare, la signora sotto casa mia, che farà mal contate cinquanta pieghe alla settimana, no. Devo ricorrere agli antichi, che distinguevano i bene primari e i beni secondari, altrimenti detti necessari e superflui. Lavorando di forbici, belle grosse e taglienti, cosa resta degli uni e degli altri? Dei primi: tutto ciò che garantisce la sopravvivenza della specie. Degli altri: praticamente nulla. Quindi dovrebbero lavorare solo coloro che producono cibo e coloro che curano. Il corpo. E la mente? La abbandoniamo? Impossibile. E per l’uomo e, ormai, anche per gli animali, è dimostrato che corpo e mente-spirito sono inscindibili. Quindi chi si occupa-preoccupa della mente, può-deve lavorare? Certo che sì: invertendo la famosa massima mens sana in corpore sano. I filosofi ancora una volta mi vengono in aiuto nel riflettere su chi cura la mente. Gli insegnanti, prima di tutto, perché lo studio è diritto e dovere. Sancito dalla Costituzione. Come lavorano gli insegnanti (e gli studenti), in questo momento? Come possono. Finalmente, dopo un mese di totale sbandamento, sono state scritte le righe che dettano le linee guida per la didattica a distanza e sono stati stanziati fondi per l’Istruzione. Ma i docenti, quelli fedeli all’etimologia (dôcēre) non hanno aspettato e spesso hanno “rotto le righe”, provando a stare vicino agli alunni in qualsiasi modo pur di non abbandonarne anche uno solo. Stanno lavorando molto più del consueto, cercando di tenere desta l’attenzione dei propri studenti, a loro volta smarriti e in difficoltà. Del resto l’insegnante, come il medico, è una missione prima ancora che un lavoro. In Italia, svilito e sottopagato. Mai come ora le falle della Scuola, così come della Sanità, balzano all’occhio. E ancora, dopo o con gli insegnanti, chi cura la mente delle persone? Qui si apre la voragine. Da sempre, l’intellettuale, l’artista, lo studioso, lo scienziato. Completo con coloro che informano, raccontano, fanno riflettere (dunque i giornalisti, i critici, gli scrittori insomma); osannati come maître à penser, ma evidentemente non considerati necessari. Perché, se li si ritenesse tali, sarebbero tutelati. Sempre Moro affermava che chi si dedica all’attività intellettuale può astenersi dal lavoro agricolo: l’attività intellettuale è lavoro! Ma ho già detto che il grande filosofo ha scritto Utopia… Come sono “messi” dunque gli artisti, gli scrittori, la maggior parte delle persone che curano l’anima? Male. E certo non da oggi, ma oggi finalmente si rendono conto di quanto non si siano tutelati, di quanto il loro Lavoro, appunto, sia considerato dai più un hobby. E come tale da retribuire poco, o nulla. Dal Treccani, voce “Lavoro”: l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale. Tristemente si constata che nella Patria di Dante, Leonardo, Leopardi, Michelangelo, Galilei, Bertolucci, e mi fermo qui perché tra un po’ finiscono le (mie) righe, le facoltà intellettuali (e creative) non sono stimate di utilità generale; producono ricchezza, ma non la ricevono. Sono costretta a questo punto a “scendere in campo”, o meglio in un’aia decisamente ben fornita. Io per prima, e con me attori, registi, conferenzieri, scrittori, insegnanti di scuole non statali, studiosi, giornalisti, cantautori, musicisti, lavoro a contratto: co.co.co. Per uno spirito lirico-ironico è impossibile non rimanere affascinata dal gioco onomatopeico: a guisa di galline i lavoratori che curano l’anima, ossia scrivono pezzi tutto il giorno e spesso la notte, libri che le case editrici pagano poco o niente, che recitano dopo ore estenuanti di prove, cantano, cercano nuove cure, e ancora aiutano le persone dello spettacolo ad andare in scena (i tecnici, elegantemente detti “service”), vedono regolati, nella migliore dei casi, le proprie prestazioni intellettuali e artistiche con contratti co.co.co. I quali prevedono paghe sovente al limite del ridicolo, nessuna garanzia di continuità, possibilità di interruzione del rapporto di lavoro a mera discrezione del “capo”: il gallo del pollaio. Egli guarda le sue splendide galline, fa tanti complimenti per i loro versi, riempie sale teatrali-librerie-piazze con il frutto dei loro divertenti svolazzi, ma non le protegge e non le paga quanto sarebbe giusto. Mi rendo conto che c’è ben di peggio, e per mia fortuna non l’ho mai vissuto. Ci sono donne e uomini che muoiono lavorando, ancora oggi. Che rischiano la propria salute e quella dei propri cari tutti i giorni, spaccandosi la schiena nel lavare pentole, respirando gas di scarico o vernici cancerogene, e milioni di altre situazioni che tutti possiamo avere nella mente (e qualcuno, aimè, nel corpo…). Tuttavia, anche coloro che hanno passato gran parte della loro vita a studiare per un’attività intellettuale o artistica, nutrendo la propria anima e grazie al cielo anche la nostra… lavorano! Quando qualcuno mi chiede “che lavoro fai?” ho sempre un attimo di esitazione. E quando cerco, timidamente, di spiegare (insegno, scrivo, recensisco libri, studio Flaubert, ecc.), spesso sono costretta a sopportare sguardi e parole svilenti: “ah, hai un hobby!”. Certo. Come le galline che beccano nell’aia. Anzi no, peggio. Almeno loro producono qualcosa: uova e carne da mangiare. Io, cosa produco io? A cosa sono utile?

Je ne sais pas, hélas.

Sorrido pensando che i “pezzi” per la mia rubrichetta, sempre scritti nel «grigio mattino», quello che Nietzsche aveva definito il momento del «canto del gallo del positivismo», stanno uscendo sempre a mezzogiorno: «momento dell’ombra più corta, apogeo dell’umanità, incipit Zarathustra». Il crepuscolo degli idoli dovrebbe cominciare, adesso, e le galline dovrebbero cantare-beccare forte, nel modo più garbato e al contempo fastidioso che conoscono, per farsi sentire e dire che è giunto il momento di iniziare a valutare la possibilità di dare loro una posizione nel mondo, al pari di tanti altri lavoratori degni di questo nome. Iniziare a pensarCI non come co.co.co.(dè) ma come Uomini, e Donne, che Lavorano. Prima che tutte le “galline” decidano di “incrociare le zampe”, e di smettere di starnazzare.

Accadrà?

Boh.

Lo spero con tutto il cuore.

Bom.

Tra ciò che vedo e dico, / tra ciò che dico e taccio, / tra ciò che taccio e sogno, / tra ciò che sogno e scordo, / la poesia.

Octavio Paz

 

Foto di Lara Schiavazzi, agricoltrice, Bordighera 

Chiara Pasetti

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