Cultura25 luglio 2020 11:41

Eugenia: storia di un uomo

L'incredibile storia di Eugenia Falleni, classe 1875, che sposò una donna (di Chiara Pasetti)

Eugenia Falleni al momento dell'arresto (5 luglio 1920)

Eugenia Falleni al momento dell'arresto (5 luglio 1920)

Per la prima volta da quando è nata, ormai qualche mese fa in piena emergenza sanitaria, scrivo la mia rubrica non dalla città ma dalla mia Varigotti, che mi ha accolta con una grandinata pazzesca e nel pomeriggio mi ha regalato un pomeriggio con un sole e un cielo meravigliosi.

Volevo ritornare, oggi, sulla scelta di rimandare la rassegna di teatro, comunicata ufficialmente qualche giorno fa. Ho fatto due passi per il paese e vedere i negozi senza le mie locandine (senza nessuna locandina) che annunciano gli eventi di agosto, e invece i tanti manifesti affissi con le norme per contenere i contagi e proteggere se stessi e gli altri mi ha molto immalinconito, lo ammetto. Credo tuttavia che non ci sia molto altro da dire se non che ritengo sia stata una decisione necessaria, perché da mesi siamo di fronte a qualcosa di subdolo, pericoloso e che non ci permette leggerezze e distrazioni che possono costare care, a tutti.

Di fronte al mare, nella mia prima ora di riposo dopo non so quanto tempo, mi girava in testa la data di oggi, 25 luglio. Amo le storie e quando ne scopro di curiose e appassionanti difficilmente dimentico i giorni di nascita dei protagonisti.

Avevo questa data nella mente, ma non arrivava il nome (non riesco neanche a guardare il mare senza essere “tormentata” da qualche vicenda del presente o del passato!). Improvvisamente il ricordo si è fatto più nitido.

Avevo letto tempo fa la storia di Eugenia Falleni, di cui wikipedia riporta la data di nascita errata, il 25 luglio del 1875 (è nata invece nel gennaio di quell’anno, il giorno esatto non si conosce). Ci sono molti articoli dell’epoca sul suo caso, finì su tutti i giornali, ma nessuno ha mai scritto una vera e propria biografia della protagonista fino alla comparsa del testo della scrittrice e giornalista australiana Suzanne Falkiner: Eugenia. Storia di un uomo, pubblicato nel 1988 e successivamente in una nuova edizione nel 2014, e tradotto per la prima volta in Italia dalla casa editrice Il Canneto nel 2018.

Sulla base di diversi documenti d’archivio, lettere, articoli, fotografie e resoconti giudiziari, Falkiner tenta di fare luce su questa donna misteriosa, scandalosa, controversa, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento (la Falleni morirà nel 1938). La narrazione si apre in un convento di Sydney (e circolarmente si chiuderà sempre in un convento, metafora forse del silenzio e dell’impenetrabilità che avvolgono il personaggio al di là dei documenti e delle persone interpellate che la conobbero), dove l’autrice, nel 1985, stava conducendo una ricerca. Lì le viene consegnato un volume del medico irlandese Herbert Moran, nel quale erano analizzati diversi casi clinici con cui il dottore era entrato in contatto. Tra i tanti, attira l’attenzione della Falkiner la storia, brevemente tratteggiata, di Eugenia Falleni.

Nata in un quartiere di Livorno, primogenita di una famiglia di ventidue figli, di cui ne sopravvissero diciassette, all’età di due anni Eugenia emigra con i genitori in Nuova Zelanda. Fin da piccola manifesta un carattere ribelle e selvatico, una forza fisica notevole e una spiccata propensione per i lavori maschili.

Soprattutto, a partire dalla pubertà Eugenia si veste da maschio, si sente maschio, vuole essere maschio.

Viene ricordata come bellissima ed esuberante, tanto che «un buon partito» l’aveva chiesta in moglie, ottenendo un netto rifiuto. In casa svestiva i panni dell’uomo e indossava quelli femminili, minacciando le sorelle, le sole che sapevano la verità, di non rivelare nulla al padre.

A un certo punto la sua identità viene fuori e lei fugge dalla Nuova Zelanda imbarcandosi come mozzo su una nave. Potenti le pagine in cui l’autrice si cala nei panni della protagonista, immaginando come Eugenia possa essersi sentita, biologicamente donna ma uomo nell’abbigliamento e negli atteggiamenti (beveva, utilizzava spesso un colorito turpiloquio, fumava molto, non temeva lavori pesanti) in mezzo ad un equipaggio esclusivamente maschile, con la paura di essere scoperta e al contempo la volontà di perpetrare ciò che, di fatto, era ormai «un inganno».

Il segreto di Eugenia, che dal momento dell’imbarco aveva scelto il nome di Harry Leo Crawford (cambiò moltissimi nomi), a un certo punto si rivela. Un marinaio abusa di lei e la smaschera. Da questo episodio, che con ogni probabilità fu uno stupro, rimase incinta e sbarcò a Sydney con una figlia in grembo, Josephine, che sarà affidata a una coppia di italiani.

Per i successivi venticinque anni della sua vita Eugenia vive come se fosse un maschio, si sposa due volte, cambia molti lavori.

L’autrice nota che a quei tempi, a differenza di oggi, non si sapeva cosa fossero i travestiti, i termini «transessuale e transgender non esistevano ancora» e gli elementi caratterizzanti «i maschi e le femmine erano molto meno ambigui che in epoca recente».

Eugenia riesce a ingannare la prima moglie, Annie Birkett, la quale, qualche mese dopo aver scoperto che suo marito era una donna, viene trovata morta carbonizzata in un bosco nel 1917. Dopo tre anni quello che sembrava un caso chiuso viene riaperto, e Eugenia/Harry viene accusata di omicidio e portata in carcere.

La ricostruzione del processo, di ciò che ne scrissero i principali quotidiani dell’epoca, delle deposizioni dei vari teste e delle dichiarazioni della stessa indagata (che si professò innocente fino alla fine della sua vita) forniscono uno spaccato oltremodo interessante sia dal punto di vista giuridico che sociale dell’Australia di quel tempo.

L’accusata, dopo molti interrogatori in cui compare in tribunale sempre vestita da uomo, nel momento della sentenza sceglie di presentarsi per la prima volta dopo tantissimi anni vestita da donna. Viene condannata a morte, pena poi commutata in ergastolo.

L’autrice non può fare a meno, come diversi altri che si occuparono del caso, di chiedersi se Eugenia fosse effettivamente l’assassina e, se sì, se avesse agito in modo premeditato o se si fosse trattato di un incidente. Trapela tra le righe che il movente con cui fu condannata (la scoperta da parte della moglie della reale identità di Eugenia) non la convince fino in fondo.

Certo è che il caso fece molto scalpore non tanto per l’omicidio in sé, ma per l’audacia di «the man-woman», o della «mysterious man-woman» di essere riuscita a far credere così a lungo a ben due donne (nel frattempo aveva sposato una certa Elisabeth King Allison, anch’ella totalmente all’oscuro di chi fosse davvero suo “marito”) di essere un maschio.

Durante il processo viene interpellata talora con il pronome he, raramente she, una volta addirittura it, a testimonianza di quanto la sua persona sconcertasse, turbasse i presenti, sia nell’aspetto fisico sia per gli atteggiamenti e naturalmente per i fatti che la vedevano coinvolta.  

Dopo undici anni trascorsi nel carcere di Long Bay, sotto le reali spoglie femminili, Eugenia esce di prigione e inizia una nuova vita e un nuovo lavoro con il nome di Jean Ford. Muore nel giugno del 1938, investita da un’auto.

Inevitabile chiedersi come possa aver vissuto emotivamente e anche praticamente i suoi ultimi anni da donna, dopo aver passato l’intera vita a cercare di nascondere il suo sesso.

Qui il libro potrebbe concludersi ma Falkiner, che confessa più volte la sua fascinazione e anche la compassione nei confronti di questo personaggio emarginato, additato come pervertito, addirittura come «mostro», probabilmente sociopatico, che aveva osato «superare i limiti soffocanti del ruolo impostole dalle società» vivendo nella paura perenne di essere scoperta ma nello stesso tempo con la libertà di lavorare e di vivere «come le pareva», non si ferma.

C’è qualcosa che va al di là dei pregiudizi, del vero o presunto omicidio, di tutto ciò che è stato detto e scritto di lei: dalla storia di Eugenia Falleni traspare «l’inarrestabile bisogno d’amore tipico dell’essere umano».

Amore, accettazione, comprensione per la sua identità di uomo in un corpo femminile, che non ebbe mai.

Le ultime pagine sono dedicate al racconto della ricerca compiuta dall’autrice dei parenti di Eugenia ancora vivi, di qualcuno che l’avesse conosciuta e che potesse fornire qualche tassello in più a questa vicenda estremamente intricata, che ha avvinto per anni la giornalista australiana (e non solo lei, poiché dopo la prima uscita del libro ha ispirato un musical, una pièce teatrale, cortometraggi, un telefilm e diversi studi accademici).

Il tono e lo stile del libro, pur mantenendosi il più possibile obiettivi, alla fine virano verso il diario personale, in cui Falkiner arricchisce la biografia di Eugenia di ciò che le hanno raccontato le persone che risposero al suo appello.

A tale scopo, l’autrice si è recata in tutti i luoghi in cui visse e poi morì, cercando le sue tracce nelle vie, nei volti di chi la conobbe, nelle fotografie, convinta di avere a che fare con una persona fuori dal comune, nei confronti della quale non esprime mai giudizi di alcun tipo ma si limita a descrivere i fatti, con rispetto e rigore; una persona che aveva imparato molto presto, a spese di una profonda solitudine ed emarginazione, l’arte del camuffamento e l’abilità di cavarsela da sola, «più indifferente al dolore e alla paura della morte di quanto non sia la maggioranza degli uomini».

Visita anche il cimitero dove riposano le sue spoglie, deponendo sulla tomba «un mazzetto di fiori d’acacia» raccolti al momento.

Per gli amanti dei significati dei nomi e delle ricorrenze, viene da pensare che il suo destino fosse già iscritto nella storia della santa di cui portava il (vero) nome, Santa Eugenia, la quale, bizzarra analogia, per scappare dalla casa paterna si travestì da uomo e si convertì al cristianesimo ritirandosi in un convento maschile, per poi essere scoperta e infine decapitata.

Eugenia Falleni non era “ben nata”, come l’etimologia vorrebbe, poiché dotata di un sesso e dunque una vita e un’identità diverso da quello che avrebbe desiderato.

Adesso, quasi centocinquant’anni dopo, come si sente una creatura, donna o uomo, che vive in un corpo che non vuole e non sente come proprio? E al di là di facili etichette e di soluzioni estetiche e/o chirurgiche più o meno definitive, quante di queste creature possono affermare che non sia più pericoloso, come ai tempi di Eugenia Falleni, essere transgender?

Rifletto sulla domanda e non ho risposta; l’identità è un tema, o forse il tema, per eccellenza.

Nel frattempo guardo il mare e ascolto il nuovo disco di Achille Lauro, un omaggio alla dance degli anni Novanta con collaborazioni importanti (bellissima Sweet dreams in coppia con Annalisa, con cui aveva cantato, guarda un po’, Gli uomini non cambiano di Mia Martini nell’ultimo festival di Sanremo).

L’album è uscito il 23 luglio accompagnato da un manifesto che doveva essere affisso a Milano, in cui Lauro è fotografato in versione bambola-Barbie (o forse Ken), in shorts fucsia e stivaloni sopra al ginocchio da drag queen, crocefisso su una croce di caramelle gommose. È stato immediatamente censurato suscitando polemiche e commenti in gran parte negativi, tra cui quello dell’onorevole Alessio Butti (Fratelli d’Italia) che lo definisce «da cura psichiatrica».

La copertina del nuovo album di Achille Lauro "1990"

Mi riservo recensioni e pareri sul disco e sull’immagine-messaggio che veicola per le prossime puntate… Ma, pensando alla storia della Falleni, trovo che il cerchio si chiuda. E si apra a molteplici riflessioni.

Sulla vita, e anche sull’arte.

E viceversa.

Scrivere è una cosa deliziosa! Non essere più se stessi, ma circolare in tutta la creazione. Oggi, per esempio, uomo e donna insieme, amante e amata al contempo, ho fatto una passeggiata a cavallo in una foresta, in un pomeriggio d’autunno, sotto le foglie gialle, ed ero il cavallo, le foglie, il vento, le parole che si dicevano e il sole rosso che faceva socchiudere le loro palpebre piene d’amore. […] Ecco perché amo l’arte. Là, almeno, tutto è libertà, in questo mondo di finzioni.

Gustave Flaubert

 

Il libro:

Suzanne Falkiner, Eugenia. Storia di un uomo, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, Il Canneto, Genova, pagg. 201, euro 20.

Tra i tanti usciti in queste ore, un articolo di “Repubblica” sul poster censurato di Achille Lauro per il lancio del nuovo album “1990”:

https://amp-video.repubblica.it/amp/spettacoli-e-cultura/achille-lauro-e-il-poster-censurato-social-divisi-no-a-blasfemia-per-far-parlare-di-se-grandioso/364570/365122

 

Chiara Pasetti

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