Cultura08 agosto 2020 09:31

Risveglio a Torrechiara

Grandi anime collettive contro la barbarie (di Chiara Pasetti)

Il castello di Torrechiara (Parma)

Il castello di Torrechiara (Parma)

Oggi, sabato 8 agosto, avrebbe dovuto inaugurare a Varigotti, in Piazza Libeccio, la terza rassegna teatrale a cura di chi scrive e dell’Associazione culturale “Le Rêve et la vie”, in collaborazione con il Comune di Finale Ligure. Un appuntamento a cui il pubblico di Varigotti e non solo è ormai abituato e al quale tenevamo molto.

Come i nostri lettori sanno, a seguito dell’evoluzione dell’emergenza sanitaria, la quale resta, nel nostro Paese, fortunatamente contenuta ma che ha visto recentemente una ripresa dei contagi anche nella zona di Savona e provincia, e dopo aver appreso le nuove norme che regolano il distanziamento e la sicurezza per eventi quali spettacoli, concerti ecc., si è deciso qualche settimana fa di rimandare gli appuntamenti previsti, lasciando in sospeso l’ultimo: la proiezione di un’antologia dei video realizzati durante il lockdown con la regia di Mario Molinari e l’adesione di Achille Lauro (di cui daremo presto notizie).

 

Il primo dei quattro eventi, in programma per stasera in prima nazionale, sarebbe stato il monologo Risveglio a Torrechiara, dal romanzo di Paola Minussi, scrittrice e musicista di Como, L’archivista di Torrechiara (di prossima pubblicazione), nella riduzione drammaturgica e nell’interpretazione di Claudia Fontana, anch’ella comasca.

Da sinistra, l'attrice Claudia Fontana e la scrittrice Paola Minussi

In attesa di ospitare questo lavoro a Varigotti e magari a Finale Ligure si è scelto oggi di approfondire maggiormente la tematica che affronta, estremamente interessante e attuale.

Paola Minussi e Claudia Fontana si conoscono da anni grazie all’impegno nella vita artistica e culturale della propria città. L’Associazione Women in White - Society (creata dalla stessa Minussi, che ne è la presidente) dà loro ulteriore occasione di lavorare insieme a numerosi progetti che hanno a cuore. Women in White - Society (WiWS) ha come scopo di promuovere la cultura e il pensiero femminile nella società. In occasione dell’8 marzo 2019, grazie a un lavoro di gruppo e a un crowdfunding, l’associazione ha pubblicato il volume Io mi sono scocciata. Storie di ordinario sessismo (Baj Books, 2018) che raccoglie le testimonianze e le foto dell’omonima campagna ideata, promossa e condotta dall’associazione stessa per stimolare una riflessione sul linguaggio sessista. Per l’uscita del libro Paola e Claudia hanno portato a Roma uno spettacolo di Claudia sulla detenzione femminile: Io non faccio eccezione.

Il “progetto Torrechiara” prosegue e consolida il lavoro e gli intenti che da anni Paola, Claudia e le WiWS portano avanti: dare voce al desiderio e alla speranza di una società più solidale, accogliente, rispettosa dell’ambiente, delle differenze e aperta alla contaminazione con le diverse anime e culture europee (e non solo). È inoltre un omaggio alla città di Parma, nominata Capitale italiana della Cultura per il biennio 2020/2021.

 

Riassumendo brevemente per non svelare troppo della storia possiamo anticipare che lo spettacolo, così come il libro, è ambientato nel 2027, in un’Italia che si trova in piena guerra civile; una feroce dittatura dà la caccia a dei fantomatici “Sabotatori” e perseguita la popolazione non allineata con il regime.

Anna Ponti, archivista emigrata in Svizzera, decide di rientrare in patria per dare il proprio contributo alla tutela degli antichi volumi e delle opere d’arte che rischiano di andare perduti. Si troverà isolata nel castello di Torrechiara (nella frazione di Langhirano, vicino a Parma), senza la possibilità di comunicare con il mondo esterno. Assistendo a barbarie, subendo perquisizioni, vivendo in un clima ostile e di isolamento, rielaborerà un personale “risveglio”.

Una storia di resistenza – resilienza, dal messaggio luminoso nonostante tutto.

 

È da sottolineare che la pandemia non aveva ancora colpito il nostro pianeta quando l’autrice, che ha concluso il libro lo scorso anno, ha concepito la storia (cinque anni fa): è oltremodo interessante notare quanto risuonino all’interno della vicenda narrata e di alcuni passaggi in particolare molte emozioni connesse a ciò che abbiamo vissuto nei mesi appena trascorsi e stiamo ancora vivendo.

Luogo molto amato da Paola, il castello di Torrechiara è stato spesso sede delle sue gite di piacere e di studio. Durante una di queste diverso tempo fa incontra Margherita Ghini Cantoni, archivista del luogo, la quale attualmente vive nei locali in cui è ambientato il romanzo.

Paola rimane letteralmente folgorata dalle storie narrate dalla custode e in un’alba creativa del 2015, nel mese di agosto, butta giù una prima bozza del testo. Ci lavora nei ritagli di tempo, corregge, immagina intrecci e personaggi e dà vita alla protagonista, un’archivista appunto, che chiama Anna Ponti.

L’autrice definisce il suo romanzo «distopico» perché ambientato in un futuro non così lontano, il 2027, nel quale la situazione politica e sociale è degenerata in seguito «alle derive xenofobe delle destre sovraniste in tutto il mondo», che hanno suscitato in lei da tempo una riflessione sul senso della democrazia e più in generale «dei valori su cui è fondata l’Europa».

Il libro, che si snoda da Basilea (città in cui Paola lavora da oltre vent’anni) a Como (a cui non viene risparmiata una vena amara e polemica per le politiche sui migranti, descritte attraverso i luoghi al confine con la Svizzera), per poi approdare a Torrechiara, delinea «città deserte, pattugliate dall’esercito, in cui sono negati diritti e libertà».

 Paola stessa ammette che a romanzo ormai concluso, quando ci siamo trovati a vivere il lockdown e le conseguenti privazioni che ha comportato, alcune pagine che aveva scritto l’hanno particolarmente sorpresa e ha compreso ancora di più quanto «basti veramente poco perché tutti i diritti che abbiamo conquistato, le cose di cui fruiamo, che spesso ci sembrano banali, non siano invece affatto scontati».

Fondamentale mantenere, secondo l’autrice, spirito critico, attenzione e partecipazione. Ripete varie volte, Paola, la parola partecipazione nel corso della nostra chiacchierata: partecipare a un cambiamento nel mondo, risvegliarsi (il titolo del monologo ha posto l’accento proprio sul concetto del “risveglio”, prima di tutto personale e poi collettivo), non rimanere passivi di fronte a ciò che non consideriamo giusto e «fare rete», per ripensare ad un modello di società fondato sull’ecologia non solo in senso stretto (tema caro a Paola), ma inteso anche come «ecologia dei rapporti umani».

Confessa, l’autrice, che il personaggio di Anna Ponti le assomiglia molto innanzitutto nel suo desiderio, che è al contempo una convinzione, che «insieme si può fare la differenza». Anna condivide con Paola anche una spiccata componente animalista che spesso sfocia nel sogno, per ora non realizzato, di coltivare un orto ed essere più in sintonia con la natura e con le forze potenti della natura stessa, che «noi donne abbiamo anche dentro di noi».

Dal libro al teatro, dalle segrete del castello al palcoscenico, il passo è stato breve (ma non senza un grande lavoro).

Mesi fa Paola Minussi propone a Claudia Fontana, attrice e docente di teatro, di leggere il suo libro per capire se si potesse trarne una drammaturgia: si era immaginata Anna Ponti a teatro, davanti al pubblico…

 

Claudia racconta che ha accolto la proposta con grande gioia e orgoglio. Ha letto il romanzo: «mi ha emozionata e ho accettato la sfida. Ridurlo è stato complesso e appassionante, proprio perché è un romanzo e non un testo teatrale. È ricco di descrizioni suggestive ed è meravigliosamente narrativo ma il teatro è fatto di azioni. Il tempo sospeso in cui Anna si ritrova improvvisamente è un tempo poco agito, quindi ho cercato di imprimere al testo un ritmo più incalzante (e inquietante) cercando tuttavia di non perdere la poesia e il lessico utilizzato da Paola».

Sottolinea, Claudia, che ha lavorato in autonomia, semplicemente con una supervisione a lavoro quasi ultimato di Stefano Panzeri, e Paola ha accolto sempre con grande entusiasmo e generosità qualsiasi decisione e modifica.

Alla domanda “quanto c’è di te, Claudia, nella protagonista Anna Ponti?”, risponde: «Anna è un’idealista, un po’ ingenua, ottimista, appassionata. Mi ci sono rivista, il suo “risveglio” l’ho vissuto in prima persona, un risveglio emotivo e professionale che mi ha portata a scelte importanti e non sempre facili da cui è scaturita una mia crescita profonda nonché grandi soddisfazioni». È proprio per questo che il fulcro del monologo, a partire dal titolo, è diventato il percorso emotivo di Anna, ossia di una donna che aveva grandi valori e sogni, una forte passione per il suo mestiere e un tenace senso del dovere, e che si ritrova dapprima a perdere ogni punto di riferimento interiore ed esteriore e successivamente, attraverso un lavoro su se stessa, a “risvegliarsi” proseguendo il suo cammino sempre in modo ottimista come è nella sua natura, ma con la prospettiva nuova di una persona che ha sofferto e improvvisamente è stata costretta a rivedere molte delle sue vere o presunte certezze, evolvendo di conseguenza.

Claudia confessa che, al pari di Paola, l’ha molto turbata il fatto di rileggere frammenti del testo dopo l’esperienza della pandemia e dell’isolamento, poiché come già sottolineato la storia è stata scritta quando lo spettro del virus non era ancora assolutamente prevedibile: «frasi quali “30 giorni trascorsi qui, in questa situazione indefinibile mi hanno fatto sembrare impossibile ciò che prima era normale, banale, quasi scontato, qui di scontato non c’è nulla”, hanno fatto nascere in me nuove riflessioni e posso ammettere di aver vissuto, insieme ad Anna, l’ennesimo personale risveglio».

Ho rivolto a entrambe un’ultima domanda: ritenete che sarà possibile “risvegliarci” dal torpore, colpevolmente generato dalle istituzioni, del mondo della cultura, dell’arte, del teatro, torpore che avvolge il nostro Paese da tempo (molto prima del covid), e se sì, come?

 Hanno risposto, seppur separatamente, quasi con le medesime parole. Senza ricette, senza consigli, ma con la certezza (antica) che «l’arte e la bellezza ci salveranno».

Paola ricorda Paolo Grassi e il suo insegnamento secondo il quale senza il “bello”, condiviso, le nostre vite sarebbero enormemente impoverite; è necessario lavorare sulla civiltà e sulla cultura anche in questa fase temporanea, così difficile e nebulosa, nella quale dobbiamo ancora convivere con un virus sconosciuto, ed è fondamentale cercare e creare momenti di condivisione, collaborazione e diffusione della cultura e dell’arte.

Aggiungeremmo: anche e soprattutto in questa fase, nella quale gli artisti, da anni relegati a un ruolo di serie b, definiti persone «che fanno divertire» (…), stanno perdendo occasioni di lavoro e devono fare i conti, oltre che con stipendi da fame salvo rari casi, con se stessi e i propri sogni, e con il timore di non riuscire più, soprattutto a causa di scelte economico-politiche che negli anni hanno portato a tagliare sempre di più i fondi alla cultura, a fare ciò che amano, per cui hanno studiato e lavorato anni e per cui molti di loro sono nati.

 

Importante il messaggio speranzoso e positivo lanciato da entrambe, che non è certo indice di scarsa conoscenza delle criticità attuali, anzi, ma parte da esse con l’obiettivo, fermo, di risvegliare le coscienze stesse di coloro che pensano che si possa vivere senza la bellezza della natura e della cultura, e viceversa.

Ci uniamo alla fiducia di Paola Minussi e Claudia Fontana e ci auguriamo che le mura che proteggevano e isolavano il castello rinascimentale di Torrechiara ai tempi dei Visconti e degli Sforza siano metafora di migliaia di mura da abbattere per rompere il silenzio dell’arte, della poesia, della cultura, e della solidarietà, del rispetto, della tolleranza, della comprensione. E che questi valori e pilastri, eterni, diventino realmente, e non solo sotto forma di slogan, le fondamenta per edificare civiltà migliori che proteggano, tutti, dalla barbarie, in ogni sua forma e manifestazione.

 Come scriveva Romain Rolland nel 1914 in Al di sopra della mischia, «l’umanità è una sinfonia di grandi anime collettive, chi non è in grado di comprenderla e di amarla se non distruggendo una parte dei suoi elementi dimostra di essere un barbaro».

Abbiamo già distrutto molto. Moltissimo.

Cerchiamo, tutti, di partecipare al “risveglio” e alla ri-costruzione, ognuno con le proprie capacità e i propri “castelli”.

L’importante è che, almeno stavolta, non siano in aria o, peggio ancora, di sabbia.

 

Chi ha la vocazione per l’arte, per le ricerche della scienza o del pensiero, bisogna che compia la sua missione. Ed è criminale colui (genitori, insegnanti o società) che si oppone a questa missione, che cerca di scoraggiarla. Tutti i nostri sforzi devono tendere a che, in ogni società, ognuno possa seguire la via che gli è assegnata dalla natura.

Romain Rolland (premio Nobel per la Letteratura nel 1915)

 

Per maggiori informazioni sul monologo Risveglio a Torrechiara: https://www.paolaminussi.com/torrechiara/

Per informazioni e visite al castello di Torrechiara: https://polomusealeemiliaromagna.beniculturali.it/musei/castello-di-torrechiara

 

Chiara Pasetti

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