Cultura25 novembre 2020 15:02

MOI 392

In memoria di Camille Claudel. Il trailer

Camille Claudel, ritratto di Mimmo Lombezzi

Camille Claudel, ritratto di Mimmo Lombezzi

Raccontare Camille Claudel, entrare nella sua pelle, è ogni volta, da quattro anni, un sorprendente viaggio di creatività e sofferenza. Una donna lucida nella consapevolezza del proprio talento eppure tanto esposta alle violenze del mondo e di chi non ha saputo comprenderla. Mi ritengo fortunata a poter godere della compagnia di Camille insieme a tutti gli artisti, compagni di viaggio: mostre, video, scrittura, spettacolo teatrale, sonorità... Perché un solo linguaggio artistico non basta a raccontare la grandezza di questa straordinaria scultrice.

Lisa Galantini, 25 novembre 2020

 

Questo lungometraggio è stato un tremendo esame d’incoscienza. Un travaglio e una liberazione.

Mario Molinari, ottobre-novembre 2020

 

MOI 392, interpretato da Lisa Galantini per la regia di Mario Molinari, è un progetto dedicato alla scultrice francese Camille Claudel (1864-1943), nato durante l’epidemia da covid-19.

Il mio viaggio nell’universo di Camille Claudel è iniziato sette anni fa.

Nella primavera del 2013 capitai su una notizia in internet: «Camille Claudel. De la grâce à l’exil. La femme, la folie, la création».

Una mostra di sculture di Camille Claudel, con eventi collaterali quali convegni e spettacoli, si teneva dal 30 marzo al 2 giugno presso il “Musée les Arcades du centre hospitalier de Monfavet”, vicino ad Avignone.

Il titolo, quel titolo… «Dalla grazia all’esilio». Ma soprattutto «la donna, la follia, la creazione». Non era forse il tema sotterraneo di tutta la mia vita? Il rapporto arte-vita e il rapporto tra la follia, o ciò che si definisce tale, e in generale la malattia mentale e la creazione artistica, mi affascina da sempre.

E che cosa sapevo nel 2013 di Camille? Poco. A dire la verità, pochissimo.

Soltanto che era stata l’allieva, la modella e l’amante, appellativo sgradevole e che ora mi vergogno di aver adottato nella mia mente traendolo dai pochi articoli che avevo letto fino a quel momento, di Auguste Rodin, il più grande scultore dell’Ottocento-Novecento, l’autore di uno dei Baiser più celebri di tutti i tempi.

Nel dossier de presse, un dato mi colpì e suscitò immediatamente il mio interesse: la mostra era stata organizzata in quel luogo «per commemorare i settant’anni della morte di Camille Claudel» (1864-1943) e ricordare «il centenario del suo internamento».

Internamento… Una di quelle parole che fanno paura. Associato a Camille Claudel sinceramente mi diceva poco.

Non sapevo, e non ci impiegai molto a documentarmi, che l’artista di cui erano esposte le sculture era stata internata in un ospedale psichiatrico nel 1913, dapprima presso Ville-Évrard e nel 1914, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, presso «l’asilo per alienati mentali» di Montdevergues, oggi Montfavet, presso Avignone, dove morì trent’anni dopo, nel 1943.

Perché Camille Claudel, la cui immagine, nelle poche foto che si trovano, mostra una giovane bellissima, spesso intenta a scolpire, in alcune ironica e irriverente con la sigaretta in bocca, eccentrica a spasso con un cranio di rinoceronte usato come borsetta, seria o sorridente, malinconica, dagli occhi pericolosamente intensi, certamente tutto fuorché “matta”, a un certo punto era stata portata in un manicomio? E inoltre, perché non era più uscita fino alla sua morte, avvenuta ben trent’anni dopo?

Partii per Avignone. E vidi la mostra realizzata all’interno dell’ospedale che fu la sua dimora dal 1914 al 1943.

Conobbi così questa grande donna: l’artista Camille Claudel.

Le sue opere mi lasciarono per mesi in uno stato di intensa emozione, rêve e rêverie; riuscirono a comunicarmi quella «vaga esaltazione» di cui parla Flaubert nelle sue lettere, analoga all’atto del rêve, che era per lui (e per me) il solo scopo dell’arte. E che avevo provato fino a quel momento, a parte qualche caso isolato, soltanto leggendo i testi di Flaubert.

Che scoperta il fatto che un altro artista, Camille Claudel, potesse infondermi, suscitarmi lo stesso sentimento!

La sua vicenda, invece, mi turbò nel profondo, mi indignò, mi sconcertò. Mi commosse e mi ferì. Mi fece male.

Decisi che, accanto a Flaubert, l’autore che amo e studio da oltre venticinque anni, da quel momento mi sarei occupata anche di lei.

Non c’erano alternative del resto, non avevo scelta. Era nata una passione, e pertanto un’esigenza. Come affermava Flaubert, «non si scelgono i propri soggetti, li si subisce».

Non so come né perché ma mi sono “messa in contatto” con lei, l’ho sentita nel cuore e nella carne. Sarà perché siamo due Sagittari?...

È nato MOI. Un testo che dal 2013 a oggi ha conosciuto molte revisioni. Concepito come lettura teatrale tratta dalle sue lettere, si è evoluto in una composizione più intima dove accanto alla sua voce c’è la mia.

Pubblicato in calce al libro Mademoiselle Camille Claudel e Moi (ed. Aragno 2016), il monologo teatrale MOI ha debuttato nel settembre del 2016 nell’ex ospedale psichiatrico di Quarto-Genova e da allora è stato sui palcoscenici di numerosi teatri italiani e in Svizzera. In scena Lisa Galantini, per la regia di Alberto Giusta, con la collaborazione del Teatro della Tosse di Genova.

Ma evidentemente non (mi) bastava ancora.

Camille è ormai da anni, per me, un’amica, una sorella, una compagna di vita…

Ho parlato di lei a Mario Molinari, con cui da mesi sto portando avanti un video progetto per gli studenti, con l’adesione di Achille Lauro, che mi ha aiutato a “resistere” all’isolamento e alla drammaticità della situazione di emergenza in corso.

Abbiamo provato a capire se la sola voce di Lisa Galantini, che interpreta lo stesso testo che ho scritto per lo spettacolo teatrale, potesse trasformarsi in un esperimento cinematografico.

E così è stato.

Né film né teatro, né documentario né video, è un lavoro condotto con la volontà di continuare a parlare di questa grande artista anche in un momento come quello attuale, in cui i teatri e i luoghi di cultura sono chiusi al pubblico, e con l’intento di fornire al pubblico stesso un contenuto che dimostra il valore, ma anche il pericolo, di un’esistenza dedicata all’arte, in un’epoca storica che emarginava il talento femminile o non lo sapeva accettare.

 Una storia di violenza, quella di Camille Claudel, di reclusione forzata e di isolamento voluti dalla sua stessa famiglia.

Una storia temporalmente distante da noi ma in fondo non così diversa da tante, troppe, che accadono ancora oggi, non soltanto alle donne.

Un lavoro che cerca non solo di evitare bensì di contrastare lo stereotipo, l’etichetta della modella e dell’allieva-amante di un grande maestro, della sorella di un grande poeta, e infine della malata, della vittima, della martire morta in manicomio, in cui troppo spesso ancora oggi viene (nuovamente) imprigionata.

Perché lei è stata molto altro, molto di più.

«Io non sono una donna, sono un mondo» (dal testo del monologo).

In fondo, è un lavoro (anche) sull’identità.

Accanto a Lisa Galantini, Massimo Popolizio dà voce a due lettere di Auguste Rodin a Camille negli anni del loro amore; Anna Bonaiuto recita la lettera di condoglianze per la sua morte, inviata dal cappellano del manicomio di Montdevergues al fratello Paul Claudel il 20 ottobre del 1943.

Nel lungometraggio figurano dei disegni di Mimmo Lombezzi e dei filmati realizzati da Giacomo Doni in diversi ex manicomi italiani dal 2007 al 2016.

 

Non sarò mai abbastanza grata a tutti i miei compagni di viaggio, in particolare Lisa Galantini e Alberto Giusta, e ora Mario Molinari, Massimo Popolizio, Anna Bonaiuto, Mimmo Lombezzi e Giacomo Doni, per aver scelto di raccontare la sua storia, secondo la mia personale interpretazione delle sue emozioni e del suo dolore, che è diventato anche il mio… E, ne sono certa, anche di Mario e di tutti coloro che l’hanno “incontrata”.

Ogni volta in cui penso che questa donna straordinaria, che chiedeva solo un po’ di amore e di poter fare ciò per cui era nata, ossia creare, è morta sola, abbandonata da tutti, dopo trent’anni in manicomio, provo un enorme senso di impotenza e di sofferenza.

Quando venne sepolta nel cimitero dell’ospedale, in una fossa comune, non c’era nemmeno il suo nome sulla lapide, ma l’anno del decesso e il suo numero di matricola: 392.

Da questo particolare biografico, tragico e commovente, prende spunto il titolo del progetto cinematografico MOI 392, di cui oggi, nella Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, sono commossa, fiera ed emozionata di poter presentare qui il trailer.

Ringrazio di cuore ancora una volta il mio compagno di questo nuovo viaggio-sogno nel mondo reale e onirico di Camille Claudel, Mario Molinari, senza il quale il lungometraggio MOI 392 non avrebbe mai potuto esistere.

 

Io non voglio essere aiutata, voglio essere riconosciuta.

Camille Claudel

 

Dice Shākyamuni che chi ha compreso che il dolore viene dall’attaccamento si ritira nella solitudine, come il rinoceronte.

Gustave Flaubert

***

MOI 392 è dedicato a tutti coloro che sanno riconoscere, sostenere e incoraggiare il talento e la creatività, ovunque e comunque si manifestino, e agli artisti che non smettono di credere in se stessi, malgrado le difficoltà e i pregiudizi.

 

Il lungometraggio è realizzato con il contributo promozionale di Nidodiragno-Produzioni. Verrà diffuso prossimamente su piattaforme streaming. È prodotto dall’Associazione culturale Le Rêve et la vie di Novara e APS Feelmare di Savona.

 

Grazie ad Angelo Giacobbe, Andrea Lisco e Paola Maritan per la fiducia e l’incoraggiamento.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1569323486605235&id=171156706421927

 

www.giacomodoni.com

Chiara Pasetti

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