Cultura26 novembre 2020 07:15

Artigiano ceramista: un mestiere a rischio estinzione

Non è una perdita di tempo fermarsi per capire, provare a studiare come circola il denaro e chiedersi da che parte stanno le istituzioni a cui affidiamo il compito della tutela del patrimonio artigiano (di Riccardo Zelatore)

foto: Marcello Campora

foto: Marcello Campora

Se il tema sembra dolorosamente scontato e dunque, per ovvietà, da evitare, vale la pena ricordare che, come sovente ama ripetere chi governa i nostri territori, il comparto artigianale e in particolare il settore della ceramica artigianale è stato ed è uno degli asset identitari della nostra provincia e ne ha implementato, definito e promosso nel tempo in modo significativo il profilo culturale.

Fatta questa premessa, consapevoli del disagio che il comparto sconta ormai da anni a livello nazionale, per tutta una serie di concause esogene ed endogene che in questa occasione ci limitiamo ad accennare, riteniamo possa essere interessante riflettere su quanto la crisi indotta dall’emergenza sanitaria abbia accelerato il processo di indebolimento di chi vive foggiando manufatti ceramici e su come le istituzioni abbiano o non abbiano previsto, o almeno immaginato, interventi a sostegno della categoria.

L’argomento è naturalmente delicato, complesso e certo non esauribile in questo breve intervento, ma l’aspetto che più preoccupa e che ci ha spinto a muovere queste poche righe, è il silenzio sul tema con il quale, localmente, siamo transitati lungo tutta la prima fase dell’epidemia e che pare perdurare.

Con tutta l’obbiettività possibile, viene da pensare che la premessa sull’importanza storica e attuale del prodotto ceramico per Savona e per le limitrofe città della ceramica non sia così reale, o assuma una qualche dignità unicamente in prossimità dei proclami elettorali, stemperata tra le varie sortite culturali.

Le considerazioni di carattere generale sono stranote e purtroppo bene si sa quanto le trasformazioni tecnologiche, i cambiamenti dello stile di vita, la caduta dei consumi, l’aumento della pressione fiscale, il caro affitti, la mancanza di ricambio generazionale, la debolezza delle strutture e delle metodologie formative, l’elevata burocratizzazione, i processi di globalizzazione, eccetera eccetera, abbiano minato alla base i professionisti del settore, non scevri comunque di mancanze e responsabilità.

Tutte le produzioni caratterizzate da un’elevata capacità manuale hanno registrato una progressiva marginalizzazione e la loro contrazione è molto pesante.

Stiamo parlando di microimprese, nella quasi totalità assimilabili alla conduzione familiare, rimaste in balia degli eventi, attive ma aperte in contesti di isolamento sociale, appena sfiorate dalla politica dei ristori nazionali, sovente non preparate all’individuazione di possibili ma complessi canali di credito, costrette ad attingere dalle riserve personali pur di tutelare una professione che è soprattutto passione, privati della prospettiva di consegnare la loro eredità culturale.

Senza contare come e quanto la cessazione possibile di un’attività artigianale abbia una ricaduta sociale importante, per la conseguente perdita di conoscenza e cultura del lavoro, per l’impoverimento del tessuto collettivo correlato, per il volto urbano dei nostri paesi, che si vorrebbero invece paradossalmente tesi all’appetibilità turistica.

Chi scrive non vuole rivendicare alcunché, risolve faticosamente il proprio sostentamento in settori professionali differenti, ma ritiene che una presa di consapevolezza complessiva sia meritevole per la gravità dell’emergenza.

Non si vogliono dare giudizi o pensare al tratteggio di una qualche morale, caso mai si vuole stimolare una linea, anche discutibile, di resistenza. Innescare un dibattito critico, utile e salvifico. Ma che sia una posizione, non un’illusione o ancor meno un maquillage che rischia solo di allungare l’agonia.

Non ci sono risorse: è il ritornello costante, peraltro fondato. Ma proprio lì sta il tratto più interessante e sfidante. Non è una perdita di tempo fermarsi per capire, provare a studiare come circola il denaro e chiedersi da che parte stanno le istituzioni a cui affidiamo il compito della tutela del patrimonio artigiano.

In linea di massima, potremmo anche riconoscere come le istituzioni presidino i valori della cultura locale, ma con una reattività inadeguata, orfane di progettualità effettive, di pensate che segnino una differenza, una ricaduta rapida e concreta per coloro che dalla cultura e, soprattutto, dalla ceramica traggono sostentamento.

Si registrano una pluralità di iniziative facili, vocate all’appagamento rapido, al consenso di breve termine, piuttosto che alla mutazione virtuosa.

Come ricordava sovente un caro amico e creativo locale di nome Antonio, in arte Saba Telli, […] facile è distruggere, più complesso costruire […]. Verissimo, diciamo noi. Ma vogliamo almeno parlarne? Come è spiegabile il silenzio con il quale si accetta questo declino? Alle volte, viene da pensare che sia solo un problema di comunicazione. Forse nel mirino una qualche soluzione c’è, ma per prudenza non si viene informati.

Non si vedono tavoli di lavoro aperti alle categorie interessate. Il tempo stringe: se anche fosse realistica l’ipotesi della timidezza comunicativa – e ahimè così non è – stiamo in bilico su un confine labile.

Paghiamo già l’assenza di nuove generazioni motivate a raccogliere questo testimone. Non possiamo permetterci di disperdere valori sui quali sempre è stata fondata la continuità del divenire umano.

Chiudiamo con un passaggio preso a prestito da Baricco […] enorme sarebbe il compito storico di una politica culturale se coloro che la pensano capissero che non il salvataggio furbesco del passato, ma, sempre, la realizzazione nobile del presente è quanto si deve fare per assicurare alle intelligenze una minima protezione dall’azzardo del mercato puro e semplice […]. Non vorremmo che dove noi cerchiamo una risposta, per altri non esistesse proprio la domanda.

 

crediti fotografici ©Marcello Campora


Riccardo Zelatore

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