Cultura06 febbraio 2021 14:30

Un crimine di lesa anima

Il processo a Madame Bovary - con un piccolo video (di Chiara Pasetti)

Gustave Flaubert, ritratto di Mimmo Lombezzi

Gustave Flaubert, ritratto di Mimmo Lombezzi

Mentre l’Italia si prepara a celebrare i 700 anni della morte di Dante Alighieri, in Francia si festeggerà il bicentenario della nascita dell’autore di Madame Bovary, nato a Rouen il 12 dicembre del 1821.

 “Le Figaro” gli ha appena dedicato il dossier “Hors-Série”: Gustave Flaubert, la fureur d’écrire, uno speciale in cui si ripercorrono le tappe principali della sua esistenza dall’infanzia fino all’ultimo romanzo Bouvard et Pécuchet, lasciato incompiuto a causa della morte improvvisa avvenuta l’otto maggio del 1880.

Nei prossimi mesi usciranno gli ultimi due tomi delle Œuvres complètes per le edizioni Gallimard, “Bibliothèque de la Pléiade”, insieme all’Album Flaubert curato dal professor Yvan Leclerc (a cui si deve anche l’ultimo tomo della Correspondance dell’autore, nonché la direzione del sito ufficiale dell’Université de Rouen e delle celebrazioni per il bicentenario: http://flaubert21.fr/).

 

Emma Bovary, dipinto di Giancarlo Ferruggia

Chi scrive, come è noto ai lettori di questa testata, si occupa da molto tempo di Gustave Flaubert con articoli, traduzioni di testi inediti, trascrizione di manoscritti, conferenze, seminari, saggi e spettacoli teatrali.

Con largo anticipo rispetto alla sua data di nascita che segna la ricorrenza del bicentenario, si vuole oggi ricordare lo scrittore attraverso la vicenda, che varrebbe da sola la sceneggiatura di un film, del processo al suo libro più letto e conosciuto.

Il 29 gennaio del 1857 l’autore, fino a quel momento sconosciuto, veniva trascinato di fronte alla Sesta Camera Correzionale del Tribunale di Parigi («accanto agli imputati di infamia e ai ladri») con l’accusa di «oltraggio alla morale pubblica, alla religione e ai buoni costumi» per il suo romanzo Madame Bovary, pubblicato in sei puntate sulla Revue de Paris da ottobre a dicembre del 1856.

In realtà la storia, oggi universalmente nota, della bella Emma Rouault (che diventa la signora Bovary sposando Charles, un «mediconzolo di campagna»), una giovane rêveuse cresciuta nutrendosi di romanzi d’amore, non era certo la prima che Flaubert aveva composto.

Alle sue spalle aveva migliaia di pagine manoscritte di note, appunti, progetti, e alcune opere mai pubblicate.

Nel 1849 aveva portato a termine la prima versione di un testo, «non un’opera teatrale e nemmeno un romanzo», a cui aveva lavorato «come un bue», La Tentazione di sant’Antonio.

Come era sua abitudine l’aveva letta «ad alta voce per quattro giorni consecutivi» agli amici Maxime Du Camp e Louis Bouilhet i quali, investendosi del ruolo di primi censori del futuro maestro di Rouen, sentenziarono che era «da gettare nel fuoco».

La naturale tendenza di Flaubert alle «eccentricità filosofico-fantastiche», alla «sfuriata metafisica, mitologica», che debordava senza freni in questo «delirio» dedicato al santo eremita vissuto nel deserto della Tebaide tra il III e il IV secolo dopo Cristo, andava secondo loro disciplinata, imbrigliata in una storia più «moderna», dall’argomento e dall’ambientazione più banale, «terra terra».

E come scriverà Baudelaire in uno degli articoli ancora oggi più acuti e suggestivi su Madame Bovary: «qual è il terreno della stupidità, l’ambiente più sciocco, quello maggiormente ricco di imbecilli intolleranti? La provincia! Qual è il dato più abusato, più prostituito?  L’Adulterio!».

Flaubert, a malincuore, dà retta agli amici e prendendo spunto da diversi fatti di cronaca, al ritorno dal lungo viaggio in Oriente in compagnia di Maxime Du Camp il 20 settembre 1851 annuncia all’amante Louise Colet di aver cominciato il suo romanzo.

Ci vorranno cinque anni (e duemila fogli di brutte) per portare a termine questo «tour de force spaventoso» dove tutto lo «ripugna», a partire dall’ambiente borghese e dai personaggi mediocri.

Una volta finito, affida il manoscritto nella primavera del 1856 alla Revue de Paris, di cui è condirettore lo stesso Du Camp.

Da subito gli vengono imposti numerosi tagli; la Revue infatti, apertamente in opposizione al regime repubblicano e pertanto invisa al potere, teme che alcune scene «lascive» possano infastidire l’opinione pubblica.

 Flaubert taglia, rivede, corregge.

Ma non basta ancora. Du Camp, in una lettera del luglio dello stesso anno infarcita di superbia, ipocrisia e pavidità (sul retro della quale l’autore scrive l’eloquente commento «Gigantesque!»), gli suggerisce perfidamente di lasciare a lui e al direttore Laurent-Pichat la facoltà di farsi «maestri» del suo romanzo e di operarne i tagli che ritengono «indispensabili».

Vengono così censurate la celebre scena dell’amplesso in carrozza di Emma e Léon (dove nulla è mostrato o esibito, e proprio per questo è magistralmente erotica), due dialoghi tra il farmacista e il curato, e l’intera scena dell’estrema unzione di Emma («copiata quasi letteralmente dal canonico Rituel de Paris!», protesta allibito l’autore).

Esemplare la lettera indirizzata da Flaubert al direttore stesso: «sopprimendo il passo del fiacre non avete tolto nulla di ciò che è scandaloso. Vi attaccate a dei dettagli, ma è all’insieme che bisogna guardare. Non si cambia il sangue di un libro. Lo si può impoverire, ecco tutto».

Ciò che risulta davvero scandaloso, allora e oggi, è l’attacco all’autonomia della letteratura, che egli aveva sempre rivendicato, e la pretesa di subordinare l’estetica alla morale; «la morale dell’Arte consiste nella sua stessa bellezza» e la giustizia non dovrebbe tenere «dei corsi di letteratura in Corte d’Assise».

Quando, anni dopo, il suo discepolo Maupassant verrà minacciato di un procedimento giudiziario per la poesia Au bord de l’eau, Flaubert ribadirà: «ciò che è bello è morale… la poesia, come il sole, mette l’oro sul letame».

Tuttavia, da una questione che pareva avere l’aspetto di una querelle letteraria in nome del buon gusto, e nonostante le cautele prese dalla Revue, Madame Bovary finisce in tribunale.

Per assisterlo Flaubert ha scelto un avvocato illustre, Monsieur Senard, originario come lui di Rouen e amico di famiglia; la requisitoria è condotta dal pubblico ministero, l’avvocato imperiale Pinard (lo stesso che, nell’agosto di quell’anno, condannerà I Fiori del male di Baudelaire e dieci anni dopo diventerà ministro dell’Interno ricevendo addirittura, come il farmacista Homais in Madame Bovary, la “Légion d’honneur”). Molto tempo dopo Flaubert scoprirà, ridendo sotto i baffi, che il «moralista immorale» Pinard si dilettava, in segreto, nella stesura di versi pornografici.

I due avvocati fanno rima nel cognome e non solo: nella loro ottusità orchestrano un duetto «di un grottesco sublime» sottomettendo l’opera alla stessa moralizzazione forzata, l’uno per stabilire che essa è oltremodo scandalosa, l’altro per dimostrare che è supremamente virtuosa.

A una settimana dall’udienza, il 7 febbraio 1857 il processo è vinto.

Flaubert viene assolto, ma esce da tutto questo teatrino di «banalità, menzogne e sciocchezze» disgustato e avvilito.

Nell’aprile del 1857 il romanzo viene stampato in due volumi per l’editore Michel Lévy, con le parti «amputate» finalmente ripristinate: «tutti lo leggono o vogliono leggerlo, la mia persecuzione mi ha aperto mille simpatie, e se il libro è destinato a restare le farà da piedistallo», scrive Flaubert a suo fratello.

Quando, sul finire della sua vita, Flaubert compilerà il Dizionario dei luoghi comuni, la sua «enciclopedia critica in farsa», alla voce «Censura» affermerà:

«Si ha un bel dire, è utile!».

Ma questa era «l’idea corrente» e bête del «borghese», ossia, nel significato flaubertiano, di «chiunque pensi bassement».

Il suo pensiero a riguardo lo aveva già espresso, profeticamente, diversi anni prima del processo:

«la censura di qualsiasi tipo mi sembra una mostruosità, una cosa peggiore dell’omicidio. L’attentato al pensiero è un crimine di lesa anima».

OMAGGIO A GUSTAVE FLAUBERT NEL BICENTENARIO DELLA NASCITA:

https://youtu.be/mfNJAZUNwQo 

In questa clip l’attore Massimo Rigo interpreta alcuni brani tratti dagli atti del processo stesso e dalle lettere di Flaubert, tradotti da chi scrive e adattati per lo spettacolo teatrale del 2018: Madame Bovary c’est moi?

Immagini prese dal sito ufficiale di Gustave Flaubert dell’Université de Rouen, a cura di Yvan Leclerc (https://flaubert.univ-rouen.fr/).

Frammento del film “Io ti salverò” di Alfred Hitchcock, 1947 (con la scenografia di Salvador Dalì).

 

***

 

Su Madame Bovary è appena uscito il nuovo saggio di Jeanne Bem: Flaubert aux prises avec le «genre». De la famille queer  à «la Nouvelle femme», Editions Universitaires de Dijon, 10 euro.

 


[1] Estratto dal saggio «Una ricezione emblematica: il caso Madame Bovary», in AA.VV., L’esperienza estetica, Mimesis 2008.

 

Chiara Pasetti

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