Cultura06 marzo 2021 17:23

Una (vera) femminista

Christine de Pizan (di Chiara Pasetti)

Christine de Pizan in una miniatura dell'epoca

Christine de Pizan in una miniatura dell'epoca

Sono sola, e sola voglio rimanere

sola, mi ha lasciata il mio dolce amico;

sola, senza compagno né maestro,

sola, triste e dolente,

sola, languo sofferente,

sola, smarrita come nessuna,

sola, senza più amico.

 

Sola, alla porta o alla finestra,

sola, nascosta in un angolo,

sola, mi nutro di lacrime,

sola, dolente o quieta,

sola, non c’è nulla di più triste

sola, chiusa nella mia stanza,

sola, senza più amico.

 

Sola, ovunque e in ogni luogo;

sola, che io vada o che rimanga,

sola, più di ogni altra creatura,

sola, abbandonata da tutti,

sola, duramente umiliata,

sola, sovente tutta in lacrime,

sola, senza più amico.

 

Principi, iniziata è la mia pena:

sono sola, minacciata dal dolore,

sola, più nera del nero,

sola, senza più amico.

Christine de Pizan (1364 ca.-1430 ca.) è senza dubbio la figura femminile più interessante del panorama letterario francese e non solo tra il XIV e il XV secolo. 

Fu una delle prime scrittrici di professione; scelse consapevolmente di diventare una donna di lettere e riuscì a vivere del suo talento in modo autonomo, interrompendo una tradizione esclusivamente maschile che lei si autolegittimò a riscrivere, correggere e colmare, attraverso la sua vocazione, con la sua esperienza personale e il suo sapere, al fine di far emergere una nuova visione, femminile, del mondo. 

Nata in Italia, a Venezia, e vissuta sempre a Parigi, era figlia di un uomo colto, un vrai savant, che in qualità di medico e astrologo fu invitato alla corte di Carlo V; Christine poté dunque attingere alla ricca Biblioteca Reale del Louvre e crebbe in un ambiente intellettualmente vivace e fecondo, che maturò in lei da subito la passione per i libri. 

Alla morte di Carlo V, cui seguì quella del padre e del marito di Christine, da lei teneramente amato (la lirica in apertura è scritta subito dopo la scomparsa del marito Etienne, avvenuta nel 1390 in seguito ad un’epidemia…), si ritrovò sola, con tre bambini e una serie di questioni pratiche di cui occuparsi. E lì avvenne la svolta. 

Come racconta, decise a quel punto di «farsi uomo», di rinunciare ai piaceri del matrimonio e dell’amore e di seguire la sua vocazione di scrittrice, abbracciando una professione che era, e sarà ancora per molto tempo, considerata da maschi. 

Da quel momento tutta la sua produzione, fertilissima e decisamente eterogenea, che le fece guadagnare illustri committenze nella famiglia reale e negli ambienti di corte, mirò a combattere la misoginia e a imporre la necessità di un’educazione diversa per le donne, adeguata a quella maschile negli studi e nelle attività intellettuali. 

La sua opera più nota, Livre de la Cité des Dames (La Città delle Dame), è l’espressione più alta del compito che Christine si assunse nei confronti delle donne, le quali devono essere libere di avere un proprio spazio di creazione ed espressione; in questo testo, scritto nel 1405, ricostruisce una «genealogia femminile» (Patrizia Caraffi), in cui viene recuperata la grandezza, l’intelligenza e il valore di donne forti della storia, nelle quali l’autrice si rispecchia, che per tradizione erano state prese a modello dei vizi femminili. Un esempio sopra a tutti è quello di Semiramide, regina della lussuria, dell’inganno e dell’amore incestuoso per gli scrittori fino a quel tempo, per lei di «immenso valore e coraggio». A metà tra il trattato filosofico e il racconto biografico, La Città delle Dame denuncia anche la violenza contro le donne, emanando una legge che condanni a morte gli stupratori. 

Nello stesso momento in cui meditava e costruiva la sua Città, prese parte attivamente alla querelle del Roman de la Rose (la celebre opera del XIII secolo, nella quale sono descritte le regole dell’amor cortese), che la oppose, tra gli altri, ai partigiani di Jean de Meun, l’autore della seconda parte, più filosofica, del poema iniziato e lasciato incompiuto da Guillaume de Lorris nel 1240. Allo scopo di criticare aspramente l’ideologia cortese, e più in generale una visione dell’amore, contenuta nel Roman, che non mette in guardia le donne dai pericoli e dalle menzogne dell’amore stesso, e specialmente allo scopo di condannare la misoginia insita nell’opera, espressa anche dalla «volgarità» del linguaggio nella parte realizzata da Jean de Meun, Christine, tra il 1403 e il 1405, compone il Livre du Duc des vrais amants, sorta di riscrittura del Roman de la Rose che riveli il carattere fallace della finzione cortese. 

Racconto dell’iniziazione amorosa di un duca di cui non viene rivelata l’identità, il quale la sceglie come testimone e scrittrice della propria storia, ogni tappa è modulata sulle allegorie del Roman. Il testo appartiene alla categoria del «dittié d’amours», composizione poetica che mescola (sapientemente, nel suo caso) narrazione e lirismo; la varietà dei generi utilizzati (ballate, virelai, rondò, e una «complainte» finale, inseriti in un récit che procede per coppie di versi ettasillabi), dà all’autrice la possibilità di mostrare la grandezza del proprio talento nell’arte poetica. Nel solo brano in prosa, scivolando dietro la figura di Sybille de la Tour, dama di compagnia della nobildonna amata dal duca, Christine smaschera qui il vero volto dell’amore attraverso un avvertimento, in forma di lettera, dei pericoli dei «giochi amorosi» tra gli amanti. 

Il nome scelto per la servante invita a leggere tutta la lettera di Sybille alla dama come una profezia, che si rivela tale solo alla fine del libro. Adottando la scrittura epistolare in prosa nella parte centrale del racconto, che rompe con la forma del verso e delle pièces liriche del resto della raccolta, e di conseguenza ne spezza anche il registro, che qui si fa più piano e pertanto efficace e diretto, Christine sembra fornire attraverso Sybille una soluzione al tentativo di trovare altre modalità, che non siano quelle crude di Jean de Meun o quelle allegoriche e fallaci di Guillaume de Lorris nel Roman de la Rose, per «parlare d’amore». La prosa, e in particolare la prosa didattica, conviene alla questione amorosa, affinché le verità dell’amore possano essere dette «senza coperture». 

Interessante, nelle parole di Sybille, che la fine dell’«ardore» degli amanti sia vista come inevitabile. Si coglie qui la personale visione, moderna e disincantata, di Christine de Pizan (una donna del Medioevo, occorre ricordarlo), che identifica nella responsabilità della fine delle relazioni mondane il passare, ineluttabile, del tempo. 

L’amore è vanità, illusione, «sentimento» destinato a svanire perché per sua stessa essenza non può durare in eterno. Meglio dunque, suggerisce Sybille-Christine, schivarlo, e risparmiarsi l’inevitabile delusione di vedere sfilacciarsi lentamente emozioni che all’inizio sembravano così pure e piene di speranze. 

E se qualcuno si chiedesse cosa resta a una donna se ella deve rinunciare alla seduzione e al piacere degli intrallazzi amorosi, Christine, più che Sybille, risponderebbe: resta la saggezza, l’onore, l’indipendenza, la fierezza del proprio ingegno, che devono essere sempre coltivati, anche e soprattutto nelle difficoltà.

Questi (per chi li possiede) sono doni reali e non miraggi, i soli che possono edificare una città come quella di Christine, «bella senza pari», che durerà, questa sì, «per sempre», e che farà «chiacchierare a lungo i maldicenti» (quanto profetica anche qui) non per le frivolezze commesse dalle «dame», ma per le opere grandiose delle dame, delle donne, di ogni tempo.

Alle donne, di ogni epoca e di ogni condizione, il compito di difendere, sempre, la dignità della bellezza, della sensibilità, della passione, del talento, dell’amore, e di combattere contro chiunque cerchi di negare loro la libertà di essere ciò che sono, al di là del bene e del male.

***

In questo, particolare, otto marzo, ancora distanti, con eventi online, che personalmente mi rimanda più all’inizio del lockdown italiano dello scorso anno, con la conseguente chiusura delle attività “non essenziali” tra cui le scuole (che da lunedì torneranno, di nuovo, in dad al 100%) che alla Giornata internazionale della donna, chiunque si senta in diritto e in dovere di parlare della condizione femminile nel 2021 dovrebbe leggere e conoscere una donna come Christine de Pizan (insieme a molte altre).

 Per comprendere meglio il presente e per capire anche perché certe affermazioni, specie se proclamate sul palco di Sanremo davanti a milioni di persone, non possono non far sorridere e al contempo arrabbiare chi da sempre è a fianco alle donne e non ne riduce l’essenza ad una questione linguistica, a monologhi pedagogici strappalacrime, a eventi celebrativi una volta all’anno con tanto di fiori, che nulla hanno a che fare con le fatiche e le lotte delle donne per la conquista dei propri diritti e per una reale uguaglianza degli stessi, all’interno della ineliminabile, feconda, eterna, meravigliosa diversità dei sessi.

Christine de Pizan :

Le Livre du Duc des vrais amants, première édition bilingue, publication, traduction, présentation et notes par Dominique Demartini et Didier Lechat, «Champion Classiques», Honoré Champion, Paris 2015.

La città delle dame, a cura di P. Caraffi, edizione di E. J. Richards, Carocci editore, Roma 2010.

Amanda Sandrelli è la scrittrice nel film "Christine Cristina", del 2009

 

Chiara Pasetti

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