Newsvenerdì 14 settembre 2018 08:37

Genova un mese dopo, tra lotte di potere e decreti “salvo intese”

Un mese fa la Liguria si è svegliata senza poter immaginare che dopo le 11.36 di quel 14 agosto nulla sarebbe più stato come prima. A mezzogiorno le notizie sullo spaventoso crollo del viadotto sul Polcevera stavano già facendo il giro del mondo, e incollati ai nostri schermi assistevamo increduli a una scena che sarebbe parsa eccessiva perfino al cinema

Genova un mese dopo, tra lotte di potere e decreti “salvo intese”

Un video postato su facebook, per riprendere la pioggia. Poi le urla: “Mio Dio, mio Dio, Dio santo”, mentre il ponte si sbriciolava.

E l'incubo di Genova ha avuto inizio: 43 morti, sfollati gli abitanti delle case sotto il ponte, una difficile inchiesta da portare a termine e un altro ponte da costruire.

Subito.

Perché il crollo del viadotto Morandi non segni la morte di un'intera regione, che già annaspava per uscire dalle secche di una lunga e pesante crisi economica.

A un mese dalla tragedia, la battaglia per la ricostruzione pare essersi spostata irrevocabilmente sul'asse politico, e Genova serve da ring alle lotte di potere tra Lega e Cinquestelle al governo, tra Toti, Bucci e Rixi, mentre l'inchiesta mostra retroscena sempre più inquietanti.

Venti indagati, un numero che pare destinato a salire.

Migliaia di mail e messaggi in chat di interesse investigativo tra funzionari di Autostrade per l'Italia, dipendenti del Ministero, società a vario titolo coinvolte nei controlli e nei monitoraggi.

Ad Autostrade, qualcuno sapeva.

Quasi venticinque anni, si scopre oggi, senza manutenzioni straordinarie su quel ponte, nonostante gli allarmi lanciati a gran voce da molti.

Dopo il '93, anno dell'ultimo intervento straordinario sui tiranti di uno dei tre piloni, solo operazioni ordinarie sugli altri due.

Uno dei quali ha ceduto la vigilia di Ferragosto portando con sé la pila numero 9, 43 vite, feriti, sfollati.

Le manutenzioni light sono andate avanti, solo ora sappiamo con quale pericolo per gli operai che lavoravano sul carroponte, fino alla notte precedente al disastro: a quella sera risale l'ultimo video che mostra come i lavori notturni proseguissero incessanti nonostante la pioggia battente.

La società Autostrade in tutto questo ha mostrato il suo volto peggiore, quello del cinismo e della freddezza burocratica.

Fin dal primo giorno Castellucci & co. hanno scelto di far la faccia dura: niente scuse, minacce di battaglie legali decennali, richieste danni.

Perfino per aver qualche parola di cordoglio si è dovuto aspettare l'astuto consiglio dei comunicatori assoldati per la gestione della crisi.

Revoca sì, revoca no, divisioni tra i gialli e i verdi al governo.

Un decreto-urgenze approvato ieri in Consiglio dei Ministri ma reso monco dall'assenza del nome del commissario alla ricostruzione e dall'indicazione su chi costruirà il nuovo ponte.

E reso inutile da un'approvazione “salvo intese”, che significa tutto e il contrario di tutto.

Oggi spunta anche l'ipotesi di commissariamento per Autostrade: un'opzione che la legge prevede quando la società sia indagata nel suo complesso.

Indagata ormai è anche SPEA, la controllata di Autostrade per l'Italia che si occupa delle verifiche.

Un viadotto che non è stato chiuso, o perché non ve n'era ragione, come affermano alcuni, o perché, e questa è l'ipotesi più terrificante, non c'è stato il coraggio di lasciare Genova senza quella direttrice fondamentale per la viabilità.

Genova che ora comunque senza quel ponte è costretta a stare, e oggi alle 11.36 scenderà in strada in silenzio, per onorare le vittime e per ricordare quello che nessuno di noi, comunque, saprà mai dimenticare.




LNS