Cose belle05 marzo 2020 11:38

Séverine: una donna indipendente

Sempre e comunque «dalla parte dei poveri, malgrado i loro errori, malgrado le loro colpe, malgrado i loro crimini», Séverine era convinta che «la miseria faccia più vittime di quante potrà mai farne la mitraglia» (di Chiara Pasetti)

Colette Deblé, Ritratto di Séverine, 2009, coll. priv.

Colette Deblé, Ritratto di Séverine, 2009, coll. priv.

Caroline Rémy (1855-1929)

Il nome di Séverine, pseudonimo di Caroline Rémy, ha il triste privilegio di essere fra quelli meno citati quando si parla di grandi donne che hanno lasciato un segno nella storia delle idee.

Era bellissima, libera e ribelle, «un seme selvaggio cresciuto nell’ortaglia di casa», come la descrive la nonna.

All’età di ventotto anni, a Bruxelles, conosce Jules Vallès, l’idolo dei rivoluzionari, l’anarchico creatore del Cri du peuple.

Grazie agli insegnamenti di Vallès diventa la prima «reporter» nella storia del giornalismo che riuscì a vivere esclusivamente della propria penna.

Dalle pagine del Cri denunciò ogni genere di ingiustizia e di prevaricazione e difese ogni causa legata all’emancipazione umana.

Amando «l’indipendenza degli avversari così come la propria» non potè rimanere legata a una sola testata: negli anni Novanta dell’Ottocento, avendo ottenuto una certa fama e considerazione grazie agli articoli scritti per il Cri, iniziò diverse collaborazioni con i principali giornali dell’epoca: Le Gaulois, L’Éclair, L’Écho de Paris, Gil Blas.

Quando, nel 1890, una donna dell’alta borghesia, sposata, si ritrovò incinta del suo amante, niente meno che il sindaco di Toulon, e decise di abortire, vedendosi per questo condannata a due anni di prigione e alla calunnia pubblica, Séverine scrisse dalle colonne del Gil Blas per sostenerla, evitando per poco un procedimento penale.

L’articolo, intitolato «Il diritto all’aborto», provocò molte reazioni negative e la fine della sua collaborazione con quel giornale, ma sarà solo la prima di una serie di riflessioni da lei espresse in altre sedi sul diritto delle donne di decidere di accettare o meno la maternità.

Come scrisse Séverine, devono farlo «solo coloro che si sentono pronte, diversamente si generano dei martiri, e sono proprio questi martiri che voi giudici condannate insieme alle donne»: l’aborto «è una disgrazia, una fatalità, non un crimine», affermò ancora coraggiosamente.

La sua professione e il suo prestigio le permisero di sostenere la causa dell’emancipazione femminile, dell’uguaglianza dei sessi, di reclamare il diritto di voto per le donne.

Si espresse anche su temi ancora, tristemente, più che attuali come quello della violenza fra i coniugi o dei «delitti passionali», espressione pudica e, a suo giudizio, ipocrita, che tenta di giustificare «un’atrocità» con sentimenti quali la passione e la gelosia, mentre nasconde «una violenza bella buona», imputabile al fatto che la donna era ancora considerata «proprietà dello sposo».

Ma non prese la penna solo per appoggiare «amazzoni ribelli» o vittime dei furori e delle prevaricazioni maschili: tutt’altro, la sua è una causa che non ha razza né sesso, non ha colore né religione: è eterna, umana, troppo umana.

Difese gli anarchici, sempre puniti troppo pesantemente, chiese la grazia per Vaillant, che nonostante questo verrà giustiziato (colui che lanciò una bomba al Palais-Boubon, ma una bomba che non conteneva altro che chiodi e che non provocò dunque nessun morto…), si battè contro la pena di morte.

Per dare ai lettori una testimonianza il più possibile fedele si gettò tra le fiamme del terribile incendio all’Opéra-Comique di Parigi (nel quale, lì sì, erano morte più di duecento persone), sotto gli occhi scandalizzati dei suoi colleghi e della «buona società», e raccolse le testimonianze dei feriti ancora sul luogo; scese nella miniera di Saint-Étienne a seguito di un’esplosione di grisù per raccontare, e denunciare, le miserie e le sofferenze dei minatori, esposti quotidianamente, in cambio di un salario vergognoso, al pericolo, che era quasi una certezza, di morire o rimanere gravemente feriti; si vestì da operaia e scese nelle strade in mezzo ai cortei e alle manifestazioni per capire e spiegare la situazione delle operaie in sciopero.

Sempre e comunque «dalla parte dei poveri, malgrado i loro errori, malgrado le loro colpe, malgrado i loro crimini», Séverine era convinta che «la miseria faccia più vittime di quante potrà  mai farne la mitraglia».

I suoi articoli ottennero grande consenso nel popolo, che la chiamava «la compagna Séverine» o la «grande Séverine».

La sua sagacia e il suo talento le fecero guadagnare importanti collaborazioni con tutti i principali giornali dell’epoca e mentre alcuni, soprattutto quelli antisemiti, la schernivano pesantemente lei, incurante e fiera, iniziava l’avventura più appagante della sua vita con La Fronde, il giornale fondato da Marguerite Durand nel 1897 «per tutte le donne», dove «non si attaccherà nessuna religione, nessuna razza».

Nella sua rubrica «Notes d’une frondeuse», perché frondista si rivendicò sempre, seguì con passione e compassione le vicende del caso Dreyfus, potendo schierarsi liberamente a favore del capitano ingiustamente accusato di tradimento. Dopo la pubblicazione del celebre «J’Accuse» di Émile Zola su L’Aurore del 13 gennaio 1898, si assunse (e la Durand con lei) il rischio di ripubblicare nella sua rubrica la denuncia dello scrittore, salutando il gesto di Zola, «in questi tempi di viltà e fiacchezza», come un grande atto «di coraggio morale».

Contribuì, insieme ai grandi intellettuali dell’epoca, a fondare la «Ligue des droits de l’homme».

Nel 1927, a settantadue anni, tenne il suo ultimo discorso in pubblico a Parigi per tentare, invano, di salvare Sacco e Vanzetti dalla sedia elettrica (gli anarchici saranno riabilitati soltanto nel 1977, senza nessuna menzione per lei, che li aveva così valorosamente difesi).

Davanti a un pubblico giunto numerosissimo per vederla, per ascoltare le sue parole, e che al suo arrivo la salutò con ovazioni come «Viva Séverine! Amnistia! Abbasso i boia!» lei, con fatica e una grande pena dipinta sul volto, raggiunse il palco e annunciando, profetica, che questa sarebbe stata l’ultima volta in cui parlava in pubblico, disse: «questa donna anziana, che vi ha tanto amato, vi chiede la grazia di dimenticare tutto ciò che vi divide, per essere devoti soltanto a ciò che vi unisce».

Fu una vera «femme-plume» innamorata del mestiere di scrivere in cui, in ambito giornalistico, impose una nuova modalità libera e impegnata in tutte le cause sociali. Fu anche, ça va sans dire, una femminista «visionaria» che tuttavia, per rimanere indipendente, scelse di non aderire al movimento femminista che stava nascendo.

Quando seppe che qualcuno la definiva «la Regina della stampa» o «la Principessa delle lettere», replicò: «Principessa delle energie, forse! Non ho cesellato ma sono entrata, come un boscaiolo, a grandi colpi d’ascia nella foresta nera della menzogna e dell’errore». Come epitaffio scelse solo queste parole: «sono Séverine, nient’altro che Séverine, una donna indipendente». Una donna nei confronti della quale tutti noi abbiamo un profondo debito di riconoscenza. 

 

Bisogna lavorare, bisogna sempre dire la verità. Séverine

Nota: In forma diversa questo articolo, sempre a firma di chi scrive, era comparso sulle pagine della Domenica de Il Sole24ore nel 2014 e sulle pagine di Elle («Storie di donna») nel 2016.

Le frasi di Séverine presenti nel testo, tutte inedite in lingua italiana, sono tradotte da chi scrive, che ringrazia sentitamente la grande artista francese Colette Deblé e il Magistrato presso la Corte d’appello di Versailles Isabelle Rome. 

ImmaginiColette Deblé, Ritratto di Séverine, 2009, coll. priv. 

Louis Welden Hawkins, Ritratto di Séverine, 1893, Musée d’Orsay, Paris

 

 

 

Chiara Pasetti

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