Cultura14 febbraio 2021 07:26

Il cielo in me

L’anno scorso a quest’epoca stavo finendo di scrivere un monologo dedicato alla poetessa e fotografa milanese Antonia Pozzi, nata il 13 febbraio 1912 e morta suicida il 3 dicembre 1938 (di Chiara Pasetti)

Antonia Pozzi a Camogli

Antonia Pozzi a Camogli

Un lavoro che doveva diventare (diventerà?) uno spettacolo, il cui debutto era previsto per il mese di ottobre ed è stato rimandato a causa della pandemia.

Il testo è una versione diversa (e con un nuovo titolo) della lettura teatrale Luce bianca: rappresentata a Genova e a Varigotti nel 2018 e nel 2019, sarebbe stata riproposta in occasione della Festa della Donna dello scorso anno presso il Teatro della Tosse a Voltri (in scena Lisa Galantini).

Oggi, nel giorno di nascita di Antonia, di cui ho scoperto la storia e i testi lirici e in prosa circa vent’anni fa mentre preparavo la mia tesi di laurea, apro la cartella del computer che avevo creato esattamente un anno fa per gli eventi genovesi dell’otto marzo: un power point con le sue fotografie, un file con i punti della relazione, il copione di Luce bianca, le locandine e i fogli di sala del convegno a cura di “Mnemosine-Donne nell’ombra” e della serata a teatro.

Straniante…

Non sapevo ancora che l’otto marzo non sarei andata a Genova, che non ci sarebbe stato  alcun convegno e spettacolo per la Festa della Donna.

Soprattutto, anche se le notizie sul covid cominciavano ad essere allarmanti, non sapevo ancora che la mia vita, come quella di tutti, sarebbe cambiata nel giro di una settimana o poco più.

Sapevo solo che volevo terminare il mio nuovo testo, e farlo nel giorno del compleanno della poetessa mi dava un senso di pace, mi faceva sentire ancora di più in contatto con lei.

Era finalmente arrivato il momento, per me, di abbandonare la penna “critica” (analizzare vita e opere di un autore non è mai come provare a calarsi nei suoi panni e ri-dargli voce attraverso la propria), per raccontare la “mia” Antonia Pozzi.

Il monologo che finii di scrivere nel corso del mese di febbraio dello scorso anno si intitola Io, bambina sola (dal titolo di una sua lirica).

Per ricordare ancora una volta la poetessa (non è mai abbastanza, soprattutto nel caso di figure sconosciute ai più che spesso non vengono studiate e talora nemmeno nominate a scuola), ne riporto di seguito un estratto.

Come lo scorso anno, e forse di più, provo il bisogno di svestire i panni della “studiosa” e indossare quelli intimi, sebbene molto più dolorosi, della donna che si sente intensamente vicina ad Antonia e che si domanda (anche alla luce dei tanti, troppi fatti di cronaca degli ultimi mesi che hanno come protagonisti ragazzi i quali, sentendosi sempre più soli, hanno scelto di morire o compiono gesti autolesionisti), quanto grande debba essere il dolore di una persona, soprattutto di una persona giovane, per arrivare a togliersi la vita. E come sia possibile impedire atti così tragici, talvolta irrimediabili.

Oltre all’indispensabile potenziamento delle strutture sanitarie, di ascolto, cura e assistenza, voglio pensare e sperare che gli sforzi di tutti (famiglia, scuola, relazioni) nei confronti dei giovani siano volti ad intercettare immediatamente i segnali di malessere e disagio che possono diventare sempre più gravi, e affidarli a chi è in grado di farsene carico, decifrarli e guarirli.

Il momento è durissimo, sembra di vivere una stagione all’inferno (che di “maledetto” ha ben più che la citazione) e per gli adolescenti, già normalmente oscillanti tra disperazione e felicità, apatia ed esaltazione, noia ed euforia, isolamento e aggregazione, in una situazione di emergenza che dura da un anno è tutto molto più difficile.

Come scrivevo anche a capodanno, facciamo in modo che nessuno di loro si senta solo.

Cerchiamo di ricordare ai giovani, senza retorica, che la vita è il bene più prezioso e che oltre le nubi, anche le più cupe, tutti possono riuscire a scorgere il cielo.

 

Io non devo scordare / che il cielo / fu in me, scrisse Antonia nel 1933, usando il passato remoto.

Non avendo (ri)trovato alcun cielo, scelse di porre fine alla sua vita a soli a ventisei anni.

 

Da Io, bambina sola[1]

 

Tutto in me ha sempre avuto un senso di così immediata fine; è sogno che sa d’esser sogno, eppure mi strappa con così violente braccia via dalla realtà.

 

La mamma mi ha raccontato che ho rischiato di non venire al mondo.

Ero piccolissima.

Per uno strano scherzo del fato, invece, ce l’ho fatta. Ero aggrappata alla vita, volevo nascere! Antonia… Il significato del mio nome è “colui che combatte”. Al femminile, “inestimabile”. Io, inestimabile? Ho meno valore di un tronco marcio che tutti calpestano, o si divertono a incidervi sopra il proprio nome… Tanto è sradicato, non può soffrire, pensano! E invece sono un tronco che sente, e pena.

Faceva molto freddo, quando sono nata. Fa freddo anche ora, c’è la neve. La mia adorata neve… La Grigna è tutta bianca e i bambini hanno portato i bucaneve.

È strano assistere al proprio funerale.

Per troppa vita che ho nel sangue
tremo
nel vasto inverno.

Bontà, tu mi ritorni:
si stempera l’inverno nello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.

 

Perdono. Devono perdonarmi. Dovete perdonarmi.

Devo perdonarmi.

Non è colpa di nessuno. Non è nemmeno morire, per me, è tornare alle radici.

Cade la neve… Come quando sono nata. È tutto avvolto in un silenzio spettrale.

Ho iniziato a leggere e scrivere così presto che i miei genitori mi hanno iscritta a scuola in anticipo! Intelligenza acuta, notevole capacità di analisi e di sintesi, vivace curiosità e agilità nell’apprendimento, dicevano i maestri. Ero una bimba serena. O almeno credo…

Ero l’orgoglio dei miei genitori e della nonna. Il loro Tugnin! Che nomignolo affettuoso, tenero…

Ora il loro Tugnin è una vergogna. Un’onta da nascondere, da omettere, da soffocare.

Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per un’adesione innata, irrevocabile del più profondo essere, io credo alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue. Io so che cosa vuol dire raccogliere negli occhi tutta l’anima e bere con quelli l’anima delle cose e le povere cose, torturate nel loro gigantesco silenzio. Se un tempo pensavo che potesse salvare, la poesia, e salvarmi, ora non lo credo più. L’ho detto a Vittorio, anni fa… Solo a lui, che è poeta, ho osato confessare ciò che ora avverto come una profonda, terribile vergogna, una colpa da minorata, da incapace quale sono: il decadere di tutta me stessa, il franare senza argini. Non c’era alcuna salvezza. È un crollo. Una resa? Forse è l’unica scelta autentica che ho compiuto. Uno spacco tremendo è avvenuto in me. E quando mi sono rialzata ho visto chiare tutte le cose del mondo. Ho visto che il mio porto è qui, dove ho sempre voluto essere.

 Io vengo da mari lontani –

io sono una nave sferzata

dai flutti

dai venti –

corrosa dal sole –

macerata

dagli uragani –

 

io vengo da mari lontani

e carica d’innumeri cose

disfatte

di frutti strani

corrotti

di sete vermiglie

spaccate –

stremate

le braccia lucenti dei mozzi

e sradicate le antenne

spente le vele

ammollite le corde

fracidi

gli assi dei ponti –

 

io sono una nave

una nave che porta

in sé l’orma di tutti i tramonti

solcati sofferti –

io sono una nave che cerca

per tutte le rive

un approdo.

 

 L’ultimo approdo.

 

Signore, concedimi Tu

Questa sera

Dal fondo della Tua immensità notturna –

Come al cadavere del pellegrino –

La pietà

Delle stelle -.

 

Di Vittorio Sereni si sentirà parlare, di Antonia Pozzi nessuno si ricorderà. Non ero Tonio Krӧger nella tempesta, come mi chiamavano all’università. Thomas Mann ha superato lo scarto tra arte e vita, tra sogno e realtà… lavorando, scrivendo. Flaubert anche. In due mesi pazzeschi riuscii a buttar giù una tesi in cui forse c’è tutto il meglio di me, la storia e il programma, forse, della mia vita. Mi sono presa a pugni con quell’energumeno normanno per mesi, con la sua Madame Bovary… la sua bellissima Madame Bovary… Mentre scrivevo la tesi, a Pasturo, davanti alla finestra, guardando la montagna della Grigna che mi sorrideva silenziosa, calma, mi sono ricordata della sua metafora: la vita di un artista è una grande montagna da scalare. Mi ha dato forza. Leggevo le sue opere, mi emozionavo, piangevo, e scrivevo.

Che cosa crea, all’interno dell’opera stessa, quell’incessante tensione trattenuta che la colloca come in un’atmosfera vibrata di vetta, di spigolo, dove ogni passo è una conquista esatta e la fatica si rastrema in levità attenta, come per un gioco mortale?

 

Scrivi il meno possibile! Mi ha detto Enzo.

 «Io penso che tu sei molto intelligente ma molto disordinata». Questo lo ha detto Remo, tre anni fa.

«Bisogna avere più volontà, la volontà è come un muscolo. Basta esercitarla… Fallo!». Da quando ho conosciuto Remo e gli altri, ho cominciato a vivere spiritualmente. Mi hanno fatto molto bene, perché non hanno avuto nessuna pietà.

Ma che male fa rendersi conto, di fronte alle loro personalità forti, di non essere niente!

Avrei voluto bruciare i fiori finti di Banfi nel camino… Razionalismo dogmatico. Cosa significa? Non sono così intelligente, non l’ho mai capito fino in fondo il suo insegnamento. Ho amato le sue lezioni su Nietzsche, e in una sul Beato Angelico mi sono commossa in classe. Non riuscivo a smettere di piangere. Ma c’era qualcosa di lui, delle sue teorie, che mi sfuggiva. Forse perché sono una donna, e loro sono tutti uomini? Forse è per questo che non hanno capito le mie poesie, le hanno giudicate troppo sentimentali, autobiografiche, puerili, femminili? Le donne non valgono niente. Anche se possiamo guidare, fumare in pubblico, avere atteggiamenti spregiudicati, e la presunzione di ritenerci artiste al pari degli uomini, noi donne non saremo mai come loro, non varremo mai quanto loro.

È incredibile come non riesca, nemmeno ora, ad ammettere che sono io a non valere niente.

Credevo che l’esempio di Flaubert potesse essermi di aiuto. Credevo che non recidere il legame vitale che intercorre tra problema di vita e problema d’arte fosse il sacrificio supremo, che rendesse tutto superabile e sopportabile. Credevo di avere il dovere di essere più forte del dolore, perché il dolore nasce sempre da uno sbaglio. Io ho sbagliato. Faccio ammenda. Pago del mio. Bisogna nascere, e morire, una seconda volta. La seconda volta, forse, qualcuno per me piangerà, nel crepuscolo estremo.

 

Ed una sera di novembre
una bambina gracile
all’angolo d’una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote –
Qualcuno piangerà
chissà dove – chissà dove –
Qualcuno cercherà i crisantemi
per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.

 

Oltre alla poesia c’è la vita. E la mia assoluta inadattabilità alla vita pesa, pesa come un macigno sul mio nudo cuore.

La neve continua a cadere. Sono un capriolo che disegna piccole orme nella neve.

È tutto bianco.

Un biglietto per Dino, uno per Vittorio. E uno per i miei genitori.

1 dicembre 1938

Papà e mamma, carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un male dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita. Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita… Anche i miei bambini, che l’anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi che mi guardano mi fanno piangere.

Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto.

Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace.

«Cos’è successo davvero alla piccola Antonia? Era così giovane, così gentile, così generosa… Perché?»…

Mi dispiace tanto. È il mio destino. Sono certa che molti si chiederanno come hanno potuto non accorgersi di nulla. Non solo i miei genitori ma gli amici, le amiche, le tante persone che mi hanno voluto bene, le zie, la nonna, i colleghi…

L’inettitudine alla vita non è come la tisi o la scarlattina, non si mostra sul volto, sul corpo, non se ne vedono i segni, le piaghe.

E non è nemmeno come la malinconia, che chi sa scandagliare l’anima può scorgere negli occhi dell’artista, del solitario, del povero, del filosofo, dell’emarginato, dell’eretico, del malato, di chi ama non ricambiato.

Spero tanto che nessuno abbia dei rimorsi… Non è colpa di nessuno se la mia è una vita irrimediabile, una giovinezza che non trova scampo.

Starò bene.

Sono poeta, anche se non ho pubblicato una sola delle mie parole.

Io non devo scordare che il cielo fu in me.

 

***

Nei corti del progetto iniziato a marzo 2020 per la regia di Mario Molinari, con le canzoni di Achille Lauro (di cui il 19 febbraio uscirà il nuovo singolo “Solo noi”), abbiamo spesso inserito poesie e lettere di Antonia Pozzi, e un brano tratto da Luce bianca, riproposto anche a capodanno:

https://www.lanuovasavona.it/2021/01/03/leggi-notizia/argomenti/cultura-3/articolo/capodanno-2.html

 

Questa testata sta continuando ad occuparsi del disagio dei giovani dalla pandemia in poi. Tra gli ultimi articoli:

https://www.lanuovasavona.it/2021/02/09/leggi-notizia/argomenti/news-1/articolo/tagliata-e-bruciata-per-sentirmi-viva-e-un-po-piu-amata-essere-giovani-ai-tempi-del-covid.html

 


[1] I corsivi sono  frasi o versi di Antonia Pozzi o di altri scrittori. La successione narrativa non è quella originale ma è adattata ad esigenze di spazio del giornale.

 

Chiara Pasetti

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